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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

03/08/2009


Dettaglio intervista

TRIESTE Le missioni militari italiane all’estero sono un impegno inderogabile. Non ha dubbi il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che spiega l’importanza del ruolo dell’Iran nello scacchiere afgano-pakistano, la posizione del nostro governo nei confronti del Kosovo e della Serbia, nonché del ruolo dei nostri militari in Libano.

Il rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero è cosa fatta, però ci sono stati alcuni problemi nella maggioranza con la Lega che ha fatto alcuni distinguo…

«Sì, ma la Lega aveva espresso un’opinione personale del ministro Bossi, un auspicio che noi tutti condividiamo, e cioè quello che si possa un giorno avere una strategia per la quale gli afgani sono in condizione di amministrare da soli la loro sicurezza e così, come il presidente Obama, anche il presidente Berlusconi ha giustamente detto che dobbiamo pensare a come garantiremo una transizione di poteri dalla coalizione a un’autorità afgana realmente legittimata. In Iraq ci si sta riuscendo, gradualmente, con grandi difficoltà. In Afghanistan siamo ancora indietro perché la situazione è purtroppo ancora più complessa».

In Afghanistan gli attacchi si stanno intensificando e non passa giorno in cui non si contino vittime tra i soldati della coalizione. Tutto questo perché si avvicinano le elezioni?

«Purtroppo sì, nel momento in cui i terroristi e in particolare le fazioni di talebani che sono direttamente legate ad Al Qaeda hanno capito che la comunità internazionale fa sul serio e cioè che vogliamo per il 20 agosto delle elezioni credibili, serie che sarebbero veramente il primo passo verso una democratizzazione reale del Paese, hanno intensificato i loro attacchi. Quindi non ci dobbiamo fare illusioni. Io ho sempre sostenuto e sostengo tuttora che un Iraq, così come un Afghanistan, così come un Pakistan stabili e solidi come istituzioni sia nell’interesse di tutti noi, dell’Europa, dell’Italia, dell’America. Quindi la ragione per continuare a sostenere questo processo è proprio la nostra sicurezza oltre che ovviamente la sicurezza degli afgani».

I talebani da chi vengono finanziati, da dove giungono le armi con cui combattono?

«Per il 90% dal traffico e dalla produzione della droga. Ho incontrato pochi giorni fa il capo dell’agenzia dell’Onu per la lotta alla droga, Antonio Costa, e lui mi ha consegnato l’ultimissimo rapporto appena pubblicato. In esso emerge che vi è purtroppo una produzione che aumenta di droga lavorata. Cala la produzione del papavero, della cannabis e aumenta la produzione dell’eroina perché evidentemente quest’ultima è molto più redditizia».

E questo che cosa comporta?

«Questo comporta un enorme problema per bloccare il traffico internazionale della droga. La mia idea che adesso finalmente tutti capiscono, condivisa da Hillary Clinton, da Richard Holbrook, quella cioè di creare un coordinamento anche con l’Iran per la lotta alla droga si sta rivelando un’idea giusta. Pochi giorni fa è diventato operativo un centro anti-droga dell’Onu a Teheran. L’Iran ha accettato di partecipare insieme all’Afghanistan a delle operazioni di polizia lungo i confini proprio per la lotta alla droga. Se non sconfiggiamo il traffico della droga non taglieremo mai la fonte di finanziamento dei terroristi».

Anche perché ultimamente l’Iran ha grossi problemi di lotta all’assunzione di droga nel Paese...

«Lei pensi che l’Iran è il Paese al mondo con il maggior numero di percentuale di tossicodipendenti. Il 6% della popolazione iraniana è tossicodipendente. Questo è un numero enorme ed ecco perché l’Iran può e deve rimanere un nostro alleato nella lotta contro la droga che si sta diffondendo e che ovviamente si ferma in Iran ma una buona parte, almeno il 50%, passa attraverso la rotta meridionale o quella settentrionale e poi arriva da noi».

Questa collaborazione con l’Iran potrebbe aprire la strada per un intensificarsi del dialogo diplomatico con Teheran?

«Io me lo auguro fortemente. Ho sempre detto che l’Iran è necessario come partner regionale per la lotta alla droga ma anche per contrastare il traffico delle armi e anzitutto per l’azione anti-terrorismo. Non dobbiamo dimenticare nella storia degli ultimi 20 anni che i talebani sono stati i primi nemici dell’Iran. Se l’Iran ha un interesse è quello di debellare talebani e droga, che è esattamente l’interesse che abbiamo noi».

Resta il fatto che il nostro contingente in Afghanistan opera in un’area molto «calda»...

«Il rischio c’è. Evidentemente i nostri hanno delle indicazioni e un mandato di massima vigilanza. I nostri aerei da combattimento, i Tornado, saranno impiegati anche come copertura mentre i mezzi «lince» avranno una torretta blindata completamente isolata che aumenterà la sicurezza dei nostri uomini. Poi l’Italia ha detto con grande chiarezza le regole che noi abbiamo accettato e cioè entrare in sostegno di altri contingenti per operazioni anti-terrorismo, cosa che abbiamo fatto, richiede anche la reciprocità. Quando le nostre forze hanno necessità di un intervento di sostegno noi invocheremo la stessa regola. Questo è un principio che ha finalmente equiparato l’impiego delle nostre truppe a quelle degli altri Paesi impegnati. E con gli Usa, con i britannici e con gli spagnoli la collaborazione è ottima».

Cambiamo scenario geopolitico e andiamo in Kosovo dove sta operando la missione Eulex. Ma in quella regione la rivolta cova sempre sotto la cenere...

«Sì, c’è un fuoco che cova sotto la cenere e anche perché le tensioni non si sono ridotte. Io mi recherò in Kosovo la prima settimana di ottobre e incontrerò il primo ministro di Pristina e vedrò direttamente sul terreno la situazione».

C’è il problema che la Serbia non vuole riconoscere l’indipendenza e la sovranità del Kosovo...

«Ma questo è un problema che riguarda anche alcuni Paesi europei, penso alla Romania o alla Spagna che non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo e poi c’è una questione che, a mio avviso, potrebbe dare una risposta: quella della Corte internazionale cui si è rivolta la Serbia. Belgrado ha fatto un ricorso proprio contro il riconoscimento della indipendenza del Kosovo in questo modo depoliticizzando la questione. Ascolteremo le valutazioni della Corte internazionale e poi valuteremo».

E nel frattempo?

«Nel frattempo è ovvio che noi dobbiamo garantire un messaggio di amicizia alla Serbia. Per me la Serbia sta tenendo un atteggiamento responsabile e collaborativo per cui noi dobbiamo dare un segnale importante innanzitutto liberalizzando i visti per i cittadini serbi e credo che ciò potrà avvenire alla fine di quest’anno».

Ultimo scenario il Libano. Lì il nostro contingente sta svolgendo un lavoro molto impegnativo...

«Il nostro contingente è considerato come il punto di riferimento. Abbiamo parlato con il neopremier incaricato Hariri così come con i primo ministro uscente Siniora e tutti riconoscono ai nostri soldati un ruolo di grande equilibrio e soprattutto glielo riconoscono le parti coinvolte, ossia gli israeliani e i libanesi del Sud. Sono loro che ci chiedono di non abbassare la guardia. Certo è che serve anche da parte libanese un grande impegno per rendere effettiva l’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite».


Luogo:

Trieste

Autore:

Mauro Manzin

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