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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

11/08/2009


Dettaglio intervista

«Togliamo il velo dell’ipocrisia. Ragioniamo su un mondo che 35, 4o anni fa, o 61 anni fa quando è entrata in vigore la nostra Costituzione, non era neanche immaginabile», dice Franco Frattini. Il ministro degli Esteri, in questa intervista, riconosce che per alcuni dei posti nei quali l’Italia manda soldati «parlare di una situazione di pace è come nascondersi dietro a un dito».

L’aumento degli attacchi ai militari italiani in Afghanistan sta producendo la caduta di remore consolidate, almeno nel linguaggio. Da quando sono laggiù, conferma Frattini dopo La Russa, le pattuglie italiane «subiscono delle perdite, ma i talebani ne subiscono di più». Dunque Frattini è favorevole a varare, come ha proposto ieri sul Corriere il suo collega della Difesa Ignazio La Russa, un codice militare specifico per le missioni internazionali dei soldati italiani, adesso sottoposti al codice militare di pace e non a quello di guerra. Secondo l’uomo del Popolo della Libertà che Silvio Berlusconi ha voluto alla Farnesina, il nuovo ordinamento potrebbe essere introdotto senza toccare l’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. D’estate, di fatto, si è aperto un dibattito su una delle questioni più delicate: le norme sulla guerra e la pace.

Il ministro della Difesa sostiene che il codice militare di pace in Afghanistan non basta più. Il ministro degli Esteri che ne dice?

«Concordo. Credo sia sbagliato adattare alla partecipazione di un contingente come quello italiano le regole del codice militare di pace, perché ci possiamo trovare in condizioni in cui questa pace non deve essere soltanto mantenuta, ma portata perché pace non c’è».

Non è un dettaglio.

«Qui non si tratta di esercitazioni, bensì di azioni nelle quali davanti a noi ci sono terroristi, talebani, insorti ai quali la pace la dobbiamo imporre perché non c’è ancora. La imponiamo con la legittimazione della Nato, dell’Onu, ma parlare di una situazione di pace è come nascondersi dietro a un dito».

Allora perché non il codice militare di guerra?

«Non lo ripristinerei perché queste missioni hanno come obiettivo la pace anche se al momento non è la realtà».

Secondo lei in che cosa dovrebbe differire il codice per le missioni internazionali dal codice militare di pace?

«Introdurrebbe il concetto della pace come obiettivo. Oggi la Costituzione con l’articolo 11 rifiutala guerra. Dovremmo interpretare quel rifiuto alla guerra includendo anche le azioni propedeutiche al creare la pace».

Che poi sarebbero azioni in armi.

«Dovremmo prevedere un codice sulle azioni e missioni che servono a creare la pace, ma non necessariamente si fanno soltanto con azioni civili. Anche con vere azioni militari. Come i bombardamenti dei cannoni montati sui Tornado o gli atti a cui i nostri vanno incontro quando, attaccati da terroristi, si devono difendere. Sparano. Non sono azioni di pace, però la preparano».

Lei dice che l’articolo il va interpretato, non toccato. Ma come si fa a introdurre il nuovo codice senza una legge costituzionale?

«L’articolo il possiamo interpretarlo, quindi né cambiarlo né integrarlo. C’è chi aggiungerebbe un capoverso ad hoc per disciplinare costituzionalmente queste missioni. Se c’è accordo sulla sostanza, il livello giuridico lo troviamo: legge costituzionale, legge ad hoc... Ciò che conta è far entrare il concetto: se una missione autorizzata dall’Onu prepara la pace o ne crea le condizioni, come in Afghanistan, non necessariamente è una in cui non si combatte».

E senza un avallo nella Costituzione non può essere un po’ come un condono edilizio, una sanatoria?

«L’articolo il fu scritto quando si usciva dalla tragedia della guerra, è ovvio che sia stato molto semplice e chiaro. Nessuno nel ‘45 aveva in mente le attuali missioni di pace. Il mondo delle missioni in Libano e in Afghanistan non è quello dei nostri padri costituenti».

La Russa, sul codice, ritiene «possibilissima» un’intesa in Parlamento con l’opposizione. Lei?

«Credo si debba cercare, non so se si troverà. Ma abbiamo impegni con Nato e Onu ai quali siamo legatissimi».

Precedenti non mancano. No?

«Quando l’allora capo del governo Massimo D’Alema fu accusato di aver mandato i cacciabombardieri sul Kosovo prima delle regole dell’Onu noi lo sostenemmo. C’era un obbligo Nato».

Ministro, sulla Somalia lei dichiara che per il rilascio della nave Buccaneer l’Italia non ha pagato riscatti. Uno dei sequestratori ha detto alla Reuters: è stato pagato, 4 milioni di dollari.

«Con tutto il rispetto per la stampa estera che riprende queste voci, spero che nessuno al mondo voglia paragonare la parola di un pirata criminale a quella di un membro del governo italiano».

Vero è che sarebbe strana la rivendicazione di pagamento da parte di uno Stato e che di queste cose se ne occupano i servizi segreti, per loro natura addetti ad azioni inconfessabili.

«Certo, ma in molti casi le rivendicazioni di pagamento ci sono state. Ad esempio dagli armatori. Noi invece lì abbiamo mandato due fregate».

E quale sarebbe la chiave del rilascio?

«Che ci siamo impegnati a fornire al governo somalo strumenti per affrontare alla radice il problema pirateria: programmi di cooperazione, mezzi per la polizia, istruiremo somali a Genova su come pattugliare in mare. Abbiamo offerto al governo un contributo a risolvere il problema, non trattato con i pirati».


Luogo:

Roma

Autore:

Maurizio Caprara

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