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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

19/08/2009


Dettaglio intervista

Roma. «Abbiamo apprezzato molto l’opera di Karzai. Ma oggi possiamo solo dire che auspichiamo l’elezione di un presidente che risponda al popolo afghano, ripristini regole di rispetto dei diritti umani, sia in condizione di stroncare la corruzione e la criminalità legata al traffico della droga. Queste sono le priorità»: il ministro degli Esteri Franco Frattini chiede al voto di domani «una svolta» senza svelare per chi voterebbe a Kabul. E avverte: «più l’attacco dei talebani si fa duro, più dobbiamo essere fermi nella risposta. E’ una sfida che dobbiamo assolutamente vincere».

Come previsto, i talebani hanno acceso la vigilia elettorale con una sanguinosa prova di forza...

«Una aggressione prevedibile e prevista. I talebani temono la democrazia ed elezioni credibili, il primo passo verso una ricostituzione della ownership afghana che tutti noi vogliamo. Si rendono conto che così sfuggirebbe dalle loro mani ogni possibilità di controllo: la cosa che temono di più è un governo afghano credibile e forte, in grado di avviare la riconciliazione».

Cioè?

«Un governo in grado di distinguere, come ancora non si è fatto, tra talebani che rispondono a gruppi tribali locali e quindi probabilmente recuperabili alla legalità e quelli legati ad Al Qaeda. Se un governo afghano avrà questa forza, avremo fatto un passo avanti davvero importante. Quindi gli attacchi erano purtroppo previsti. Dobbiamo rimanere ben saldi e soprattutto far sentire alle nostre truppe che tutto il Paese è con loro: stanno garantendo l’apertura dei seggi e rassicurando la popolazione per garantire l’affluenza al voto. Una chiave di volta per il successo delle elezioni».

Gli attacchi non dicono, smentendo le attese dell’Occidente, che i talebani hanno un controllo notevole nel Paese?

«Questo potere l’hanno ancora. Ma più attaccano, più la comunità internazionale è impegnata a resistere, consapevole che ne va della nostra sicurezza: se esplode l’Afghanistan, le ripercussioni si sentirebbero in Europa, Italia compresa».

Non ha mai pensato che sia stata imboccata una strada sbagliata?

«È una strada imboccata nella certezza che nell’Afghanistan dei talebani vi era la sorgente di tutti i pericoli per il mondo democratico. Non a caso è stata condivisa da tutta la comunità internazionale, senza se e senza ma».

Serviranno più uomini e mezzi?

«Non credo. Abbiamo messo in campo una forza straordinaria e, quanto più il governo afghano sarà forte e in grado di rimpiazzarle, tanto più noi potremo gradualmente disimpegnarci: i carabinieri guidano l’addestramento della polizia afghana, ricevendo l’apprezzamento di americani e Nato. Ma non è oggi il momento: la strada è ancora molto lunga, come ha detto Obama, ed occorrerà il coinvolgimento di paesi che sino ad oggi si sono impegnati meno».

Cosa chiedete al nuovo governo afghano?

«Una svolta: un programma dei cento giorni che dia al popolo afghano il segno di un cambiamento immediato. A partire dai diritti umani: la brutta legge che sottomette le donne va cancellata, come abbiamo chiesto a Karzai e torneremo a chiedere al nuovo presidente. Un nuovo periodo di stasi dopo il voto creerebbe gravi problemi di sfiducia».

Non teme che attacchi e elezioni non significative riaprano in Italia il dibattito sul proseguimento della missione? Ultimamente è stata la Lega a porre il problema.

«Sarebbe una scelta semplicemente sbagliata. Per tre ragioni elementari: dobbiamo finire il lavoro proprio in memoria dei nostri caduti, perché il loro sacrificio non sia inutile; ne va della credibilità dell’Italia che si è sempre fatta onore nelle missioni all’estero; dall’Afghanistan vengono i terroristi che possono colpire anche in Italia, come dimostrano i collegamenti con cellule che operavano nel nord del nostro paese».


Luogo:

Roma

Autore:

Teresa Bartoli

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