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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

21/08/2009


Dettaglio intervista

Roma - La linea europea è quella di una «cauta soddisfazione». E Franco Frattini cita la cancelliera Merkel e il segretario generale della Nato, Rasmussen, per far capire che l’analisi è condivisa. Le elezioni in Afghanistan sono un passaggio epocale, una ventata di democrazia in un paese dove i diritti sono un’ipotesi. Il ministro degli Esteri guarda avanti e spiega come e cosa dovrà cambiare a Kabul.

Ministro Frattini, la prima impressione sul voto è buona, no?

«L’affluenza è molto buona, incoraggiante, quella femminile maggiore del previsto. La gente ha reagito al clima intimidatorio: i talebani hanno incendiato un seggio e c’è stata una rivolta popolare. Nel distretto di Herat dove sono gli italiani non ci sono stati incidenti, solo qualche scaramuccia».

Settantacinque attacchi non sono pochi.

«Però non c’è stato l’attacco spettacolare che molti si aspettavano. Sia Karzai che Abdullah l’hanno definita una giornata di forte cambiamento. L’altra cosa che voglio dire è ringraziare i militari italiani, hanno meritato stima e apprezzamento».

Si parla di un’affluenza del 50%.

«Non mi sbilancerei, per ora. Però noto che alle Europee la media è stata più bassa. E sottolineo che il 90% di seggi aperti, c’erano 6520 sezioni, molte più che nel 2004».

Due elettori sono stati impiccati dai talebani.

«Scene orribili. E purtroppo nella provincia di Kandahar l’affluenza è stata scarsissima. Ma la sfida inizia adesso. Comunque è la prima volta che gli afghani gestiscono le loro elezioni».

Che succederà col nuovo presidente?

«Bisognerà impostare il lavoro con chi sarà eletto e aprire un cantiere di sei mesi, fino a fine anno, per dare gli impulsi giusti che la comunità internazionale individuerà. Non daremo assegni in bianco a nessuno. Abbiamo impegnato molte risorse economiche e vite umane, dunque abbiamo il diritto di chiedere che vi sia una svolta».

Quali sono i nodi principali?

«Intanto un piano di 100 giorni contro la corruzione, che è il vulnus più grande in Afghanistan».

Secondo?

«Contrastare la produzione di droga, che è la prima fonte di reddito per i terroristi».

Obama aveva detto basta alla distruzione dei campi di oppio: costa cara e non produce risultati.

«Vero. La lotta alla droga va fatta sviluppando le colture alternative. Finanziando l’agricoltura legale. Basterebbe coltivare zafferano, che vale il doppio del papavero. Lo sapevate che 25 anni fa nel Sud afghano le aziende italiane producevano Chardonnay?».

Terzo?

«Rafforzare il numero delle forze di sicurezza afghane e dell’esercito, bisognerà puntare a raddoppiarne il numero. Gradualmente le forze della coalizione devono passare agli afghani il controllo del territorio. Come sapete, ai nostri carabinieri è stato dato il coordinamento del training delle forze di polizia afghane».

Che altro pretenderete?

«Va messo l’accento sui diritti umani. Va archiviata la sottomissione della donna: abbiamo protestato duramente con Hillary Clinton contro Karzai, ma quella proposta è ancora lì. Se Karzai sarà rieletto gli chiederemo di più. Noi appoggeremo il nuovo presidente, chiunque egli sia, ma gli chiederemo di illustrare il programma di un anno e quello per la legislatura. Bisogna che il nuovo governo prenda impegni precisi: la comunità internazionale ha fatto e fa grandi sforzi, è giusto che pretenda azioni concrete».

Non temete brogli, tipo Iran?

«Non saranno elezioni perfette, ma ci sono 1800 osservatori internazionali apposta. Pensiamo che debbano essere credibili».

E la nuova strategia per l’Afghanistan quando la affronterete?

«Metteremo in cantiere nuove linee di azione a Stoccolma il l° settembre con i ministri degli Esteri e poi il 24 settembre al G8 di New York. Penso di proporre un obiettivo ambizioso: una conferenza internazionale all’inizio del 2010 sulla stabilizzazione dell’area sotto l’egida dell’Onu e della Nato e con i 40 paesi interessati».

Ambizioso?

«Sì, perché vorrei farla a Kabul. Sarebbe un grande segnale alla popolazione, ai governi, a tutti».

Bisogna anche agire sul Pakistan.

«Discuteremo di cosa fare col Pakistan a Istanbul, in Turchia: la sua stabilità avrebbe ricadute formidabili sull’intera regione».

Manca sempre il dialogo con l’Iran per coinvolgere Teheran nella stabilizazione dell’area.

«Ci abbiamo provato, le elezioni di giugno hanno mostrato una grande turbolenza interna. Prevedo che l’Iran si impegnerà, ho visto segnali timidi ma molto concreti. A Teheran è stato aperto un centro per la lotta alla droga, sotto l’egida dell’Onu: la polizia iraniana collabora con la afghana alla frontiera. Ci sono interessi comuni».


Luogo:

Roma

Autore:

Claudio Rizza

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