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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

05/09/2009


Dettaglio intervista

Un’altra strage di civili afghani da parte delle forze Nato, ministro Frattini. Non favorisce la credibilità della coalizione. Come evitare tragedie del genere?

«Sono inaccettabili, si devono evitare e basta. Siamo in Afghanistan per garantire la sicurezza, non per portare la morte. L’inchiesta deve procedere molto rapidamente e accertare le responsabilità. Ma respingo le speculazioni: non possiamo lasciare l’Afghanistan, non si può parlare di exit strategy, che dà l’idea di ritirata, ma piuttosto di transition strategy».

Nel senso?

«Dobbiamo riconquistare la fiducia degli afghani, aiutarli a sentirsi sicuri attraverso la ricostruzione e promuovendo la crescita economica, sviluppando colture alternative a quella del papavero da oppio, lottando contro la corruzione. La nostra missione non può essere soltanto militare».

Quanto sarà lunga, questa transizione?

«Difficile dirlo. Ma proprio per questo oggi farò una proposta, qui al vertice dei ministri degli Esteri europei: una Conferenza ministeriale aperta ai Paesi che partecipano alla missione, da tenersi all’inizio del 2010 a guida Onu».

Con quali obiettivi?

«Il nuovo presidente deve stipulare un contratto con la comunità internazionale sulla base di questo cambio di passo, dalla dimensione militare a una dimensione globale. Deve definire insieme agli alleati una strategia nel breve, nel medio e nel lungo periodo, e le tappe di un programma di governo. La comunità internazionale avrebbe la prova che il nuovo presidente ha una visione di come uscire dalla crisi. Si rassicurerebbero gli afghani che una delle principali preoccupazioni è la difesa dei cittadini. E si darebbe un messaggio alle nostre opinioni pubbliche, che ci chiedono se quella afghana è una missione per necessità o per scelta. Oggi è l’una e l’altra cosa, se cambiamo di passo la scelta emergerà sulla necessità».

Tutto questo sembra scontrarsi con la realtà post-elettorale e le conferme di irregolarità molto elevate. Con chi si discuterà, alla Conferenza? Con un presidente legittimato dal voto o con un fantoccio autolegittimato con la frode?

«Per questo penso all’anno prossimo. Potremo valutare le irregolarità e correggere i brogli».

Come dire che la comunità internazionale potrebbe cambiare i risultati del voto?

«No, ma dobbiamo aiutare la commissione elettorale afghana: quando avrà finito il lavoro potremo dire chi ha vinto».

L’incertezza sulla correttezza del voto ha un’altra ricaduta: la gente si domanda se vale la pena morire per Kabul.

«Certo, ma nel momento in cui il nuovo presidente si impegnerà con noi a un piano di 100 giorni per combattere la corruzione e rilanciare l’economia legale, promuovere collaborazioni regionali, formare polizia ed esercito, avrà preso impegni che verificheremo. Le opinioni pubbliche si conquistano spiegando che queste cose le avremo in cambio del nostro impegno. Finora abbiamo soltanto dato, è il momento che anche chi ha vinto a Kabul si impegni».

Negli Usa e in Gran Bretagna è in atto, sull’Afghanistan, uno scollamento fra opinione pubblica e governo. Non teme una ricaduta anche da noi?

«Si, ma il compito della politica è prendere decisioni, spiegare perché è utile non limitarsi più alla sicurezza. Ora che il cambio di passo lo si può fare, come sostiene anche il generale americano McChrystal, non possiamo rinunciare perché le opinioni pubbliche sono contrarie».

Cambierà la nostra presenza?

«Stiamo aumentando la componente della cooperazione: per il triennio 2007-09 abbiamo stanziato 200 milioni di euro e ne sono già stati spesi 150. Nel piano infrastrutture c’è una strada da 100 milioni di dollari, e a questo aggiungiamo progetti importanti per l’agricoltura, per esempio vite e olivo: 30 anni fa a Herat c’era una produzione italiana di vino. La presenza dei militari va sostenuta con interventi sul terreno».

Molti esperti sostengono che il rapporto popolazione-militari è squilibrato, a differenza che in Libano: in Afghanistan il numero dei soldati andrebbe raddoppiato o quasi per avere possibilità di successo. Cosa ne pensa?

«Impensabile un aumento tanto forte dei nostri soldati. La soluzione è puntare, nel triennio, al raddoppio degli effettivi afghani, intensificando la formazione di cui l’Italia ha il coordinamento. Anche di questo si parlerà alla Conferenza».


Luogo:

Stoccolma

Autore:

Emanuele Novazio

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