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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

18/09/2009


Dettaglio intervista

Roma - «Dobbiamo ancora conquistare la fiducia e i cuori degli afghani», ammette il ministro degli Esteri Franco Frattini in questa intervista al Corriere della Sera. E’ pomeriggio inoltrato. Gli uffici della Farnesina sono ormai quasi vuoti e l’uomo al quale Silvio Berlusconi ha affidato la guida della diplomazia ha in programma da tempo per la sera, a Villa Madama, un pranzo particolare: un pranzo di Iftar, il primo pasto dopo il digiuno diurno imposto dal Ramadan musulmano, offerto dall’Italia agli ambasciatori dei Paesi islamici di sede a Roma. Uno di quegli appuntamenti che prima delle stragi dell’11 settembre 2001 sarebbero stati fuori dal comune e che arriva al termine di un’altra giornata macchiata di sangue, figlia dell’epoca cominciata allora.

Ministro, la missione internazionale in Afghanistan non sta andando bene. Per le truppe americane agosto è stato il mese peggiore dalla guerra contro i talebani di otto anni fa, l’incertezza sui risultati delle elezioni non è stata superata, con altri sei caduti anche il nostro Paese vede aumentare i propri morti. Secondo lei che cosa va cambiato nella missione?

«Anche per gli inglesi è stato il mese peggiore. Va cambiato molto», riconosce Frattini.

Che cosa?

«Va attuato ciò di cui parliamo da quando la nuova amministrazione americana ha pubblicato la revisione della sua politica sull’Afghanistan. Occorre moltiplicare il "metodo Italia", approccio che abbina sicurezza e grande professionalità con l’attenzione alla gente che soffre, alla ricostruzione. Va cambiata la visione generale della missione».

In quale modo la correggerebbe?

«Deve considerare sempre più la sicurezza come il mezzo indispensabile, non come il fine in sé, e concentrarsi invece sui risultati visibili e positivi per il popolo che purtroppo non ci sono. Sono quelli la precondizione per evitare che i civili non tollerino, nella migliore delle ipotesi, o non coprano, nella peggiore, l’organizzazione degli attentati».

Come l’autobomba di Kabul.

«Troppe coperture all’interno della popolazione. Se si colpisce nella zona verde vuol dire che ce ne sono di profonde. In un posto come l’Afghanistan, tra delatori, confidenti, la polizia che penetra con i servizi segreti dappertutto lo sai se si prepara un’esplosione del genere...».

E lei giorni fa ha proposto di tenere a Kabul, l’anno prossimo, una conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan. Le pare l’aria adatta?

«Proprio per l’aria che tira, se ci riunissimo lì in 35, 40 ministri degli Esteri, sui 42 Paesi che partecipano alla missione dell’Onu, sarebbe un segnale politico».

Segnale di che cosa?

«Di vicinanza al popolo afghano che soffre. Anche prima della fine dell’anno, purché con obiettivi definiti. Non dimentichiamo che oltre ai nostri militari, dal comportamento eroico, sono morti molti civili. L’eventuale rischio e l’enorme mole organizzativa che richiederebbe una conferenza varrebbero la pena».

Non ritiene che forse sarebbe una parentesi dedicata all’immagine e poi tutto tornerebbe come prima?

«Dovrebbe essere una conferenza che prepara progetti di straordinaria concretezza. La settimana prossima a New York presiederò la riunione dei ministri degli Esteri del G8. Presenterò un documento della presidenza affinché la conferenza serva a suggellare impegni».

Per esempio?

«Realizzare in Afghanistan opere pubbliche entro determinati tempi. Anche se avessimo 30 mila soldati in più, non basterebbero. Di certo per conquistare la fiducia degli afghani sono più utili 30 mila scuole che centomila soldati aggiuntivi. E significa rimanere. Non exit strategy, non andar via».

Intende questo per «metodo Italia»?

«Il cuore degli afghani deve ancora essere conquistato. Noi italiani siamo meglio piazzati di altri: il binario militare per noi è sempre stato parallelo, talvolta anche un metro indietro, rispetto al binario della ricostruzione civile...».

È l’impostazione che vorrebbe far adottare anche da altri alleati.

«Però non è bastata neanche a noi. E’ evidente, gli attacchi sono stati compiuti sapendo che si colpivano gli italiani. Non si è colpito un convoglio a caso».

Un’affermazione che conta, non denota l’ipocrisia della tesi secondo la quale i nostri militari non sarebbero stati attaccati in quanto italiani.

«Siamo stati colpiti in quanto membri di una coalizione internazionale. Mentre nei villaggi vicini a Herat tutti sanno che i nostri fanno qualcosa di veramente vicino alla popolazione, non abbiamo conquistato analogamente il cuore della popolazione afghana nel suo complesso».

Il Pentagono ha annunciato che dagli Usa partiranno tremila soldati, più o meno come il nostro contingente, per rafforzare la sicurezza di Kabul. L’Italia manderà altri militari?

«In queste ore di lutto è ovvio che non si parla di aumenti, si conferma il nostro impegno militare e diplomatico. Rifletteremo con tutti i partner su come coinvolgere quelli che non sono coinvolti abbastanza. L’Italia, quarto contribuente nella Nato e terzo in Europa, non teme confronti e appelli. L’importante è non dare impressione di incertezze».

Il ministro Umberto Bossi ha dichiarato che sarebbe meglio riportare tutti a casa i soldati. I talebani sono attenti ai dubbi nelle coalizioni di governo. Posizioni del genere possono incentivare gli attacchi agli italiani?

«Non lo credo, perché i talebani e i terroristi sanno che un attentato come quello compiuto sta realizzando ciò che forse avremmo sempre desiderato nella politica internazionale: una grande coesione intorno ai nostri soldati».

Con le opposizioni, sull’Afghanistan, non prevale un clima di scontro.

«Apprezzo la posizione della larghissima parte delle opposizioni. Voci stonate sono del tutto isolate e non nel Pd».

Al Senato la democratica Anna Finocchiaro ha chiesto una discussione «meno rapsodica» in Parlamento, «anche alla presenza del ministro degli Esteri». Lei che cosa le risponde?

«Giusta preoccupazione. Ho camminato in sintonia con il ministro della Difesa e sono disponibile ad audizioni congiunte con Ignazio La Russa quando il Parlamento lo riterrà opportuno».


Luogo:

Roma

Autore:

Maurizio Caprara

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