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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

21/09/2009


Dettaglio intervista

Franco Frattini sarà mercoledì a Washington con Silvio Berlusconi: cuore della missione all’Onu, l’Afghanistan. Spiega il ministro degli Esteri: «Il primo punto sarà confermare con chiarezza che i paesi del G8 continuano a sostenere la strategia di Onu e Nato in Afghanistan. E che quindi si continua in un quadro di collaborazione internazionale considerando, purtroppo, il terrorismo tutt’altro che sconfitto. Punto decisivo, assieme agli altri due che ci poniamo».

Il «tutti a casa» di Bossi non è un bel biglietto da visita per presentarsi a Washington.

«Bossi parlava alla pancia del suo elettorato. Ma diverso è parlare di fronte ai morti e da uomini delle istituzioni. Il tutti a casa è un segnale che il governo non può dare, anche per non mettere ancora più a rischio chi è ancora in missione. Chi in queste ore parla per logica politica dovrebbe ascoltare genitori, mogli, fidanzate o commilitoni di quei caduti, tutti orgogliosi del loro sacrificio. Ma Bossi, dopo le chiare parole del governo, ha fatto marcia indietro».

Il secondo obiettivo di cui parlava?

«E’ quello più importante: come guadagnare fiducia e cuori degli afghani, dimostrare con atti visibili che le forze della coalizione sono lì per il bene dell’Afghanistan, non per occuparlo come sostengono i terroristi e scrive Al- Zawahiri anche nel suo ultimo proclama. Ricostruzione civile, rilancio di economia, agricoltura, infrastrutture sono impegni indispensabili. E ogni Stato della coalizione deve impegnarsi a fare di più. Ho parlato più volte di metodo Italia: i nostri militari sono, più che accompagnati, preceduti dalle azioni di ricostruzione. Ed entrano nei paesi a piedi, non si nascondono dietro carri armati che sparano contro tutto e tutti: perché due o tre volte te la cavi, ma la quarta ti fanno saltare anche il carro armato. E comunque cresce l’odio nei confronti dell’ “invasore”. Bisogna invece fare tutto ciò che aiuta a presentare i soldati come eroi di pace. E per questo serve l’impegno ad evitare in modo assoluto vittime civili, strumentalizzate dai terroristi contro di noi».

In parole crude, vuol dire stop ai bombardamenti a tappeto?

«È quello che la nuova dottrina americana, con Obama, ha già stabilito, cambiando le tecniche e fermando bombardamenti che colpivano in modo indiscriminato e avevano l’effetto immediato di accrescere insicurezza e inimicizia della popolazione».

Il terzo obiettivo?

«Chiedere in modo solenne un impegno netto al nuovo governo di Kabul: deve dirci cosa farà, in quanto tempo e di cosa ha bisogno per farlo. Serve a questo una conferenza internazionale. II governo afghano ha ricevuto tanto in impegni, mezzi e purtroppo anche vite. Ora deve dare. In primo luogo ristabilendo lo stato di diritto: no a ministri e governatori legati alla corruzione e alla criminalità. Poi serve un piano per i primi cento giorni che dia il senso del cambiamento. Non parliamo di exit strategy ma di transizione perché vogliamo accompagnare questo processo. Ma avendo chiari impegni e tempi. Solo così potremo dare un rendiconto preciso e politico alle nostre opinioni pubbliche, spiegando perché bisogna restare».

Ma a chi vi rivolgete a Kabul? Obama ha «seri dubbi» sul voto.

«Non a caso non ho fatto nomi ma ho parlato di nuovo governo. La precondizione è portare a termine la procedura elettorale, compresi riconteggio dei voti ed esame delle denunce di irregolarità. Servono un governo e un presidente riconosciuti e riconoscibili come voluti dalla maggioranza degli afghani. Le elezioni in Afghanistan possono non essere perfette. Ma credibili possono e devono esserlo».

Il contingente sarà aumentato?

«Lo ha detto bene Obama, ne ha discusso la Nato: aumentare di venti o trenta mila uomini serve a poco. Quel tipo di guerriglia asimmetrica, che colpisce vigliaccamente, non si sgomina con una escalation di numeri. Noi aumentiamo i soldati? I terroristi aumenteranno i chili di tritolo. Il punto è un altro. Chi mette duecento chili di esplosivo in una macchina non passa inosservato: finché la gente non denuncerà i movimenti sospetti ma li considererà attacchi contro moderni crociati invasori, non ne usciremo. Quindi vanno esaminate le modalità, non i numeri della missione».

Dunque in questi anni si è perso tempo?

«Si è perso molto tempo. Ma ora si è capito, non troppo tardi per fortuna, che la strategia dell’escalation non paga. Il cambio di strategia è un saggio ripensamento».

Cos’è successo a Kabul? I civili sono morti per fuoco italiano?

«Ce lo diranno gli investigatori. Ma io ho ascoltato gli uomini del comando italiano e credo a loro: la sparatoria non risulta. Sono i talebani che hanno tutto l’interesse a sostenerlo. Vorrei scrivesse in neretto che non dobbiamo lasciar spazio a questa propaganda menzognera e falsa che vuol far crescere l’odio nei nostri confronti».

Il Sud d’Italia paga un prezzo pesante in termini di vittime.

«Sì, ed era già successo tante altre volte: il Sud, l’orgoglio meridionale, dà tanto alla patria in termini di attaccamento, lealtà, fierezza».

Il Sud non merita di più dal governo? Quei ragazzi sono partiti per costruirsi un futuro negato.

«Io mi permetto di dire che questi ragazzi sono andati a Kabul non per guadagnare dei soldi in più ma perché credono nella patria e nel dovere di difenderla. Certo, penso che i ragazzi del Mezzogiorno che hanno rischiato la vita nelle missioni internazionali di pace o nella lotta alla criminalità organizzata debbano aspettarsi un segno di riconoscenza dallo Stato in termini di prospettive per il futuro».


Luogo:

Roma

Autore:

Teresa Bartoli

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