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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

28/09/2009


Dettaglio intervista

A New York per la 64esima Assemblea generale anche Ettore Sequi, già ambasciatore italiano a Kabul e ora rappresentante speciale dell’Unione europea in Afghanistan.

In Italia si sta discutendo sulla possibilità di ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan, Obama sta frenando sull’invio di nuove truppe, il generale McChrystal invece chiede più soldati: secondo lei qual è la ricetta giusta per l’Afghanistan?

«Piuttosto che di exit strategy io parlerei di transition strategy proprio perché l’obiettivo deve restare quello di trasferire gradualmente la sicurezza in mano agli afghani. Come far sì che ciò avvenga? Rafforzando in modo sostanziale il training di polizia e esercito afghani (Anp e Ana, ndr). Prima si riesce ad "afghanizzare" la sicurezza nel Paese, maggiori saranno i passi verso la stabilizzazione.

Allo stato attuale però non ci sono abbastanza forze di sicurezza per garantirne la presenza in ogni singolo distretto e io sto cercando di sensibilizzare i membri dell’Unione europea ad inviare più formatori in Afghanistan».

Eppure l’Afghanistan sembra un Paese che sfugge ad ogni controllo.

«Qui sta accadendo quello che in una certa fase storica accadde in Italia con la mafia: le nuove leve talebane stanno subentrando alle vecchie. Sono molto giovani, infiltrati da arabi, qaedisti, ceceni, uzbeki, che tentano di scalare le gerarchie interne esasperando odio e violenza. Il generale Dalla Chiesa diceva che la mafia prolifera dove lo Stato è considerato incapace di dare certi servizi: sicurezza, posti di lavoro, in Afghanistan funziona allo stesso modo. A livello locale c’è la percezione che lo Stato sia assente e si è naturalmente portati a pensare che "quelli" (i talebani) sono più forti ».

Cosa si fa allora?

«Si deve mettere in condizione lo Stato di essere presente ed è appunto qui che ci vogliono le forze di sicurezza e le istituzioni devono guadagnare credibilità.

Ad esempio, il 60% delle cause giudiziarie in Afghanistan nasce intorno a conflitti sui confini dei campi. Ma se i giudici non ci sono o sono corrotti, si lascia spazio all’arbitrato dei talebani che, Corano alla mano, offrono un verdetto, gratuito ed immediato. Ma sicurezza significa anche conquistare, oltre alle menti e ai cuori, anche lo stomaco della popolazione.

Se non si crea sviluppo economico è naturale che si infoltiscano le fila della manovalanza talebana: chi si arruola con i talebani guadagna 300 dollari al mese, un giudice dello Stato ne guadagna 100. La sola dimensione militare in questo Paese non è sufficiente ».

Già, ma come si fa a convincere la popolazione a rinunciare al guadagno immediato, ad esempio, della coltivazione dell’oppio ed optare per le colture cosiddette «legali » che tuttavia richiedono più tempo e profitti minori?

«Se la scelta è tra la legalità e l’illegalità, la gente sceglie la legalità, se la scelta è tra l’illegalità e la fame, si sceglie l’illegalità. I contadini devono avere la scelta ».

In cosa consiste il suo lavoro a Kabul?

«Karzai mi ha fatto la stessa domanda quando ho assunto l’incarico. Gli ho detto: "L’Europa è come l’Afghanistan, ci sono molte tribù, nel nostro caso 27, ogni tanto queste tribù si riuniscono, si discute, si prendono decisioni e il mio compito è quello di fare in modo che le diverse tribù abbiano un approccio comune ». E lui: "Allora è proprio come il mio lavoro!" Una politica comune in Afghanistan è un vantaggio per tutti».

E lei riesce in questo lavoro?

«Qualche passo è stato fatto».

Ed è ottimista per il futuro?

«Sono realista. Vedo sia luci che ombre. Le ombre sono sottosviluppo, corruzione, insicurezza, una condizione femminile arretrata, la droga, le luci le vedo nell’aumento del numero dei ministri all’interno del governo e anche nella componente giovane del Paese».

Cosa pensa il governo afghano dell’Italia?

«L’Italia ha un vantaggio rispetto alle altre nazioni, ha offerto ospitalità a due re in esilio, Amanullah Khan e Zaher Shah. Per gli afghani questa è una cosa fondamentale. Per loro siamo il Paese che accoglie nel momento del bisogno».


Luogo:

New York

Autore:

Gina di Meo

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