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Governo Italiano

Dettaglio articolo

Data:

13/10/2009


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Caro direttore, ho negli occhi, sotto la rete della pallavolo, l’abbraccio delle nostre ragazze ed il riflesso, la stoccata e l’assalto delle fiorettiste e delle spade azzurre. Nello sport non si vince per caso e l’eccellenza non è un dono del cielo. L’Italia della scorsa settimana è anche questa - come lo è sempre ogni giorno nei suoi cooperanti e nei suoi soldati di pace - ed è un bene che siano le donne a prenderla per mano.

Inizio da qui (e dallo sport macchina potente di identificazione e orgoglio quindi di benessere collettivo, quando si vince e non solo) perché all’origine della cattiva immagine c’è un’Italia che ancora non si ama e che non si rispetta. E che i media non raccolgono. Calabresi ci spiega, ricorrendo a un autorevole collega straniero, che la vicenda coniugale del premier ha tutti gli ingredienti per tenere le prime pagine dei media globali (come accaduto per Sarkozy) e che questo meccanismo è strutturale e cieco, non sarebbe arbitrario e soggettivo.

Lo stesso discorso varrebbe, purtroppo in negativo, per raccontare la fatica che il ministro degli Esteri ha fatto per sensibilizzare i media a raccontare il talento e il sacrificio di milioni di noi, le tante storie di successo italiano in tante parti del mondo. Non era una volta, il buon giornalismo, la ricerca ed il gusto per i miracoli della vita quotidiana e le storie di un’umanità nascosta?

E’ vero, però, che qui parliamo e polemizziamo di un’Italia che certo non può nascondersi le difficoltà che la sua immagine incontra. E allora se dobbiamo parlare di «anomalie», dobbiamo parlare del come si sono determinate, e del come poi i media siano percepiti come «watch-dog» della democrazia.

All’origine dei nostri problemi («anomalie») c’è una storia italiana ancora non condivisa, le delegittimazioni frequenti tra le parti e gli uomini politici, dunque l’autorappresentazione negativa. Un’autorappresentazione che non ha mai fatto i conti con se stessa, perché non li ha mai fatti una parte rilevante della politica italiana. C’è chi può dire che dopo il riformismo di Craxi qualcuno a sinistra abbia tentato una Bad Godesberg italiana? E che da questo malanno -di una sinistra prima rivoluzionaria e poi giustizialista (così comoda per la struttura della notizia mediatica che ama principalmente colpevoli e cattivi) - non sia derivata questa anomalia? Di un Paese che non sa darsi pace e che raccoglie mese dopo mese storie che appaiono sempre contrassegnate da opacità e da complotti? Con Di Pietro ambasciatore di manette e sciagure? L’anomalia - prima che il cosiddetto conflitto di interessi che è in Italia regolato da una legge (qui almeno meglio che a New York. O sbaglio?) - è poi rappresentata dal fatto che la pace non si può fare perché un manipolo di magistrati appartenenti - alla luce del sole - a spezzoni o frange ideologiche organizzate in «correnti» che hanno nei loro documenti fondativi l’obiettivo di cambiare la società o di contribuire alla lotta tra le classi e che hanno perduto la battaglia e la credibilità politica in Italia, continuano in questo modo ad «amministrare giustizia». Questa non sarebbe la prima delle anomalie da denunciare in Italia e all’estero? O di cui dovrebbe temere un cittadino straniero in Italia? Badate: si tratta di anomalie che la stampa straniera dovrebbe prendere più a cuore, molto più influenti e devastanti di una battuta che loro definirebbero «boyish» e su cui c’è da lavorare, da capire: una cosa che i media spesso, per problemi di tempo, dimenticano. I nostri 150 anni potrebbero essere un traguardo per arrivare a questa voglia di ricominciare, una pace-pacificazione che interrompa il circuito e l’azione di chi è ormai un professionista dello scavo nella Prima Repubblica, molto spesso realizzando una manipolazione storica evidente e tutt’altro che innocente, per cercare di condizionare il presente. Alcune inchieste giudiziarie appaiono infatti allo storico onesto ed al contemporaneo delle incredibili «cantonate» interpretative, vestite purtroppo di una potenza di fuoco non trascurabile.

Un’esportazione di questa stessa immagine negativa trova nell’aggancio con i media il vantaggio strutturale che i media accordano ormai a tutto ciò che è, o peggio (appare), negativo senza alcuna distinzione. Un esempio: a chi, dotato di capacità di analisi politica, è potuto sembrare «spontaneo» e importante il fenomeno di qualche centinaio di italiani, in qualche capitale estera di questa nostra Europa, agitanti cartelli sulla libertà di stampa minacciata in questo nostro Paese? Non seguivano forse, ad esempio, quel meccanismo classico per cui un giornalista ed un operatore televisivo (magari senza allargare il campo dell’inquadratura) «hanno bisogno» per la loro notizia di documentare che sì, qualcosa è comunque avvenuto? In quale categoria dell’etica dell’informazione e dell’immagine di un Paese metteremmo questo esempio? Che è poi un altro modo «strutturale» per essere visibili - come «è costretto a fare» il Parlamento Europeo: rincorrere la visibilità alzando i toni e denunziando anche chi non lo meriti - senza alcun riferimento alla realtà e alla verità? E siamo soltanto in quella stessa logica strutturale che fa ritenere inevitabile la visibilità degli affetti familiari del nostro presidente del Consiglio. Il quale subisce, troppe volte, la «riduzione» che i media operano sulla simpatia e sull’ottimismo che sempre vuole infondere anche con una distanza istituzionale che i presenti, il contesto, sempre raccolgono e percepiscono. Mentre i media si divertono a non cogliere riducendola o a distorcerla.

E poi quando il presidente del Consiglio attacca i media non esercita la sua libertà di espressione, di critica - certo forte ed estrema come piace a ogni sincero liberale - ed il risultato non è forse una mediatizzazione globale di questa polemica? Non è questo proprio il contrario del «denunciato» silenzio e bavaglio? Non sono questi cultori della libertà di espressione degli involontari silenziatori della stessa? E se il «cane da guardia» è di proprietà della stessa persona che possiede la tessera nr. 1 del principale partito ora all’opposizione? E se questo «cane da guardia» sembra sviluppare un giornalismo investigativo che accomuna spazzatura a quella che sembra sempre più una sindrome dell’accanimento? Sono disposto a ritirare questa «deduzione» se tutti riconoscono a Vittorio Feltri la stessa autonomia. Per finire: nessuno che ami questo nostro Paese ha da guadagnare da un clima di veleni, particolarmente chi guardi ad un’Italia rispettata - come lo è - alle cui prospettive contribuiscano tutte le nostre culture e le anime politiche. Sono due i movimenti: guardare dentro di noi e produrre-promuovere un’immagine all’altezza delle vittorie delle nostre squadre e dei nostri militari o cooperanti perla pace nelle aree di crisi, forti, coesi. E poi, fuori dall’emergenza, dare alla nostra comunicazione un’attenzione strutturale, una presenza diffusa, una sensibilità alle cose buone, un’attenzione a quel che non va e a come rimediarvi. E’ quel che sto cercando di fare e che faremo seguendo il coordinamento di Palazzo Chigi.


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini

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