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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

26/10/2009


Dettaglio intervista

«Prima l’intesa tra Stato e Islam, poi l’ora di Corano nelle scuole». A una settimana dalla proposta con cui la fondazione «FareFuturo» ha spaccato tra «pro» e «contro» il mondo politico e la Chiesa, il ministro degli Esteri, Franco Frattini fissa le condizioni per arrivare alle lezioni di religione musulmana negli istituti pubblici.

Qual è la sua proposta per l’ora d’Islam?

«L’integrazione degli immigrati richiede solidarietà e legalità, senza prescindere dalla nostra identità e storia. Servono regole e principi per diventare un buon italiano, prima che un buon musulmano. E’ fondamentale che si costituisca un Islam italiano prima di portare il Corano nell’istruzione pubblica, altrimenti l’ora d’Islam diventa davvero una corsia privilegiata, una scorciatoia come dice Bagnasco. E’ funzione della scuola dare un inquadramento ai figli di immigrati nati in Italia, fare di loro buoni cittadini nel corso degli studi. A questo punto i ragazzi hanno diritto ad approfondire le radici musulmane della loro famiglia. Quindi è la formazione scolastica nel suo insieme ad essere un antidoto alla radicalizzazione dell’Islam. Ma prima di dire sì al Corano in classe serve capire chi lo insegnerà».

Prevede un albo dei docenti di Corano?

«Con la Chiesa l’ordinamento lo prevede già. In base al concordato il sacerdote che insegna religione a scuola deve essere autorizzato dall’autorità ecclesiastica. Solo così siamo garantiti che vengono rispettate le regole, cioè che agli studenti arrivino messaggi accettati dall’accordo con la Chiesa. Per introdurre l’ora di religione islamica, abbiamo bisogno della stessa garanzia dall’Islam, perciò prima serve un accordo con la confessione islamica analogo a quello che lo Stato ha con il Vaticano. Senza ciò non possiamo distinguere tra i predicatori di una dottrina ortodossa rigida e i fautori di un Islam dialogante, favorevole all’integrazione, all’uguaglianza di diritti e alla moderazione. Perciò partiamo dall’educazione italiana per arrivare a quella musulmana».

In una cornice giuridica certa, l’ora d’Islam può servire all’integrazione?

«In Italia la Costituzione assicura libertà di religione. Il punto qui è la cittadinanza, se un figlio di extracomunitari nato in Italia è maturo per essere un buon cittadino italiano, non gli si può precludere di voler approfondire la propria fede islamica. L’educazione alla cittadinanza italiana precede quella alla religione musulmana. L’ora d’Islam proposta da Fini, Urso e altri va accolta come un’accelerazione all’intesa con l’Islam che è ferma da vent’anni. A Palazzo Chigi ci sta provando la commissione per i culti acattolici. Per essere riconosciuti in Italia come portatori di un messaggio che può essere insegnato i musulmani devono sottostare ai principi generali del nostro ordinamento che, per esempio, vieta la dottrina wahaabita sulla sottomissione della donna e la possibilità per l’uomo di avere quattro mogli. Ma le organizzazioni islamiche presenti in Italia non si riconoscono a vicenda la legittimazione a rappresentare il senso giusto, corretto della religione musulmana».

Perché con la Chiesa c’è un’intesa e con l’Islam no?

«I cattolici hanno un Papa e una gerarchia che stabilisce l’esatta interpretazione della dottrina, nell’Islam ogni predicatore può stabilire quale sia l’autentico modo di applicare il Corano senza che nessuno abbia la forza gerarchica per smentirlo. Oggi lo Stato non ha il potere di attribuire una legittimazione esclusiva per differenziare gli estremisti della moschea di viale Jenner a Milano dal riformismo europeo e tollerante dell’Imam di Roma. Non è solo un ostacolo burocratico e istituzionale ma politico. A causa della struttura della predicazione islamica manca ancora l’intesa con lo Stato. Quando ci sarà, sarà fissata la linea».

E nel frattempo?

«Il modello da seguire è il Concordato firmato da Craxi con la Santa Sede un quarto di secolo fa. Formare un buon musulmano è una questione religiosa, noi vogliamo arrivare alla cittadinanza. Il governo è contrario a visioni esagerate che negano questa possibilità. Un buon italiano può essere cristiano, ebreo o musulmano, però deve condividere i valori e i principi dell’ordinamento nazionale. L’istruzione è la chiave per centrare questo obiettivo. Chi nasce in Italia da genitori marocchini o filippini diventa italiano attraverso il percorso di educazione negli istituti italiani, studiando la lingua, l’educazione civica».


Luogo:

Roma

Autore:

Giacomo Galeazzi

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