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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

08/11/2009


Dettaglio intervista

Aveva poco più di trent’anni quando il Muro di Berlino crollò. Lo vide andare in pezzi alla televisione. Chissà, forse allora non s’immaginava di dover fare i conti con la Grande Caduta in prima persona. Ma oggi, da ministro degli Esteri, Franco Frattini non ha dubbi: quei conti sono tutti positivi perché, senza il 9 novembre dell’89, «l’Europa come la concepiamo oggi semplicemente non esisterebbe». E sono conti che includono indiscutibilmente la Russia: «È sbagliato considerarla quasi una democrazia minore».

Ministro, qual è il ricordo personale più forte della caduta?

«Le immagini in televisione, come per la maggior parte di tutti noi. Immagini che una bella mostra di Lorenzo Capellini, in questi giorni a Milano, sa riproporre: con un bianco e nero così intenso da raccontarci la felicità della libertà riconquistata per molti, e per molti il primo sapore della libertà dopo due totalitarismi».

E il ricordo storico-politico?

«La caduta del Muro di Berlino ha significato la fine di un mondo congelato nelle relazioni sociali ed istituzionali internazionali, ma destinato - a partire proprio da quel 9 novembre - ad avviare una nuova epoca fatta di distensione e ripresa dei contatti internazionali senza più barriere».

Quando si è capito davvero che si apriva una nuova epoca?

«La prima affermazione di questa nuova apertura arrivò il 1° dicembre dell’89: gli occhi del mondo erano tutti puntati sul Vaticano durante quell’ora e mezza di incontro tra Papa Giovanni Paolo II e Mikhail Gorbaciov. Ed io ero uno di quel mezzo miliardo di telespettatori che assisteva in mondovisione allo storico evento: la prima volta che un capo della Chiesa cattolica ed un leader sovietico si incontravano e si stringevano la mano. Un incontro aperto e cordiale, dietro il quale si intravedeva, ne sono convinto, il primo grande sforzo mai compiuto nella storia, di battere un lungo periodo di sfiducia, ostilità, intolleranza».

Qual è stato l’effetto più positivo dell’89?

«Senza dubbio il nuovo volto dell’Europa: a fatica, ma con successo, quell’evento ha dato avvio alla riunificazione del continente europeo, rendendo possibile lo storico processo di allargamento dell’Ue. Dall’89 ad oggi la nuova Europa si compone di 27 Paesi e conta quasi 500 milioni di cittadini. Con il crollo del muro abbiamo conquistato un’Europa davvero riunificata, libera e democratica».

L’effetto più negativo?

«La caduta di un muro - e più in generale di qualsiasi confine o barriera - è sempre un fatto assolutamente positivo, perché un simbolo di separatezza ed oppressione finalmente scompare. Non parlerei quindi di un effetto negativo, semmai di un cambiamento pressante che andava prendendo corpo e a cui bisognava dare pronte risposte».

Quali?

«L’immediata ridefinizione delle priorità dell’agenda della politica internazionale e l’individuazione di strategie adeguate a governare la nuova fase post-bipolare. E, infine e soprattutto, bisognava dar prova di non tradire la speranza promessa a molte popolazioni: poter abitare un continente liberato e libero, più sicuro, lontano dai conflitti e ricco di opportunità. Finchè sono subentrate nuove minacce globali e non convenzionali: gli eventi dell’11 settembre ci hanno messo di fronte ad una terribile verità, quella dell’esistenza ben radicata del terrorismo di matrice islamica e ancor più di recente l’esplosione della crisi finanziaria ed economica è divenuta il simbolo delle nuove paure collegate ai lati oscuri della globalizzazione, ma anche delle nuove speranze».

C’è qualcosa che non si sarebbe mai aspettato dalla caduta del muro?

«Direi senz’altro l’Ostalgie! Nessuno mai avrebbe potuto immaginare che molti tedeschi orientali iniziassero a sentire una nostalgia del passato, e di un passato chiamato Germania Est. Bastava guardare i programmi televisivi tedeschi del periodo immediatamente successivo, o navigare ancora oggi tra le migliaia di siti dedicati, osservare le tendenze musicali e stilistiche della moda giovanile, la produzione cinematografica - cito, uno tra i tanti, il film ”Good Bye Lenin” che mi aveva molto colpito - per rendersi conto di quello che fu un fenomeno imprevedibile e imprevisto».

Avrebbe scommesso sul successo della Germania unificata?

«Quello che fu etichettato come il Modell Deutschland era in realtà già in crisi da prima dell’89 e imputare la sua decadenza alla riunificazione non avrebbe senso. Detto questo, al contrario, ci sarebbe di certo stato da scommettere sul successo della nuova Germania. Non tanto sul versante dell’economia, quanto su quello della politica. Il cosiddetto Institutionentransfer - il procedimento di ”esportazione” delle istituzioni occidentali ad Est - è stato un successo: a pochi anni dall’unificazione la Repubblica Federale possedeva già una struttura statale altamente integrata».

E sul versante economico?

«Che la ex Germania Est sia ancora in condizioni di sofferenza e che molto sia ancora da fare è sotto gli occhi di tutti. Ma vorrei precisare che stiamo parlando pur sempre della terza economia mondiale».

L’Urss non esiste più. Ma la democrazia si è davvero affermata in Russia e nei paesi ex sovietici?

«La Russia è certamente un Paese molto complesso ma la sua storia recente ha attraversato un faticoso percorso di accreditamento internazionale che la vede oggi tornata ad essere un grande attore dello scacchiere mondiale. E per molti motivi».

Quali?

«Le sue risorse energetiche, ma anche la sua storia e l’eredità culturale, la posizione acquisita in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il far parte delle prime sette economie mondiali, l’intesa stipulata con l’Ue per dar vita a spazi comuni in campo economico, nei settori della sicurezza e della cultura, la collaborazione con l’Alleanza atlantica attraverso il Consiglio Nato-Russia. Ed ora il fatto di puntare a un ulteriore sviluppo, non solo economico, ma anche sociale, perché è un partner economico e strategico di molti Paesi, tra cui anche l’Italia».

Non ci sono punti critici?

«Parliamo di un Paese che ha saputo riconoscere i propri errori ed è riuscito a debellare la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni. Lo stesso presidente Obama, durante l’incontro al Cremlino con il presidente Medvedev, ha affermato di voler superare l’approccio del XX secolo basato sulla guerra fredda o su un gioco a somma zero, e di essere pronto a dialogare con una Russia «forte, pacifica e prospera». La Russia crede nella democrazia! E, quindi, ritengo che sia sbagliato il quadro di una Russia considerata quasi una democrazia minore».

Come sarebbe l’Europa se il muro di Berlino fosse ancora in piedi?

«L’Europa come la concepiamo oggi semplicemente non esisterebbe. Schengen e i Vopos non vanno esattamente d’accordo. Io guardo all’Europa del dopo-muro. Guardo alla vittoria di una democrazia liberale che, seppur non ancora perfetta, continua a garantire ai cittadini il maggior livello di prosperità economica, di libertà personale e di rispetto dei diritti fondamentali. Ed è in nome di questa democrazia che l’Europa ha vinto la scommessa di riunificare il continente».

E l’Italia? La Seconda Repubblica e Silvio Berlusconi sarebbero mai arrivati?

«La caduta del Muro ha significato la fine di una geopolitica e, nel nostro caso, di una politica italiana fondata sul vantaggio rappresentato dalla impossibilità per il partito comunista di governare. Bettino Craxi, che su questa impossibilità aveva costruito il successo di una politica di modernizzazione, capace di incalzare i comunisti e la loro archeologia ideologica, ad esempio, non sembrò cogliere questo cambiamento radicale di prospettiva cui la ”rivoluzione giudiziaria” contribuì, riportando al centro della scena politica proprio il partito che il crollo del muro aveva sconfitto, il partito comunista. Apparentemente ”nuovo”, aiutato dai media ad interrogarsi sul ”nome della cosa”, avrebbe potuto finalmente governare se la discesa in campo di Silvio Berlusconi non avesse saputo offrire all’elettorato italiano la possibilità di riunire la lezione della storia con il consenso della politica nel nome di una tradizione che univa movimento liberale, cattolicesimo politico e riformismo socialista».

Qual è stato il cambiamento più importante della politica estera italiana nel dopo muro? L’apertura verso i Balcani?

«Nel dopo muro la politica estera italiana, grazie soprattutto ai governi Berlusconi, è stata capace di confermare la propria storica vocazione atlantica, mediterranea e filo-araba, ma guardando anche all’Europa continentale, come dimostra proprio l’apertura verso i Balcani. Un’attenzione importante, anche al seguito dell’internazionalizzazione della nostra economia che proprio in quell’area ha messo radici».

Si sarebbe potuta evitare la mattanza dell’ex Jugoslavia?

«Può darsi. Certo fu la prova di quanto l’Europa fosse ”nano politico”, incapace di una voce sola, di una politica e di una difesa comuni. Forse ci sarebbe voluta almeno un’Onu un po’ più solida, determinata e unita».

Perché Trieste non riesce ancora a essere baricentro della nuova Europa?

«Con l’allargamento che mi piace chiamare ricongiungimento, Trieste si pone decisamente al centro dell’Europa a 27. Torna a poter pensare ai fasti del suo passato di porto dell’impero. Ha bisogno di ancora più fiducia e ottimismo ora che l’Europa delle infrastrutture decolla e l’Unione del Mediterraneo saprà costruire almeno (come fece la prima Europa) un mercato ed un’unione economica tra le due sponde di questo nostro mare».

Ci sono muri che devono ancora cadere?

«L’ultimo muro caduto è quello dello spazio Schengen, che abbiamo allargato a dicembre del 2007 ai dieci nuovi membri dell’Europa riunificata. Un risultato anche del mio duro lavoro di Commissario europeo. Oggi tra i muri fisici certo vi è quello che divide Israele dalla Palestina, ma - attenzione - un muro per difendersi dal terrorismo e dall’incapacità di vincere in casa la guerra a chi abbia fatto la scelta del terrore. Poi ci sono i muri più resistenti ancora dell’intolleranza, della xenofobia e del razzismo che dobbiamo saper combattere con intelligenza: senza demonizzare chi abbia paura della diversità, al contrario offrendo sicurezza e chiedendo ad ognuno di impegnarsi nella reciprocità».


Luogo:

Roma

Autore:

di Roberta Giani

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