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Governo Italiano

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Data:

10/11/2009


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La notte del 28 ottobre (data dell'attentato contro una "guest house" ONU a Kabul), il presidente Karzai e il suo "sfidante", Abdullah, si incontrano dopo vari mesi per discutere la possibilità di un accordo in vista del ballottaggio, poi non realizzatasi. A mezzanotte Abdullah mi chiama e mi chiede di vederlo. Parliamo fino alle 3 del mattino e discutiamo del significato delle elezioni e del ruolo della Comunità Internazionale in Afghanistan, così come varie volte abbiamo fatto negli ultimi mesi anche con Karzai. Ciò che emerge in queste discussioni è che non dobbiamo chiederci solamente "Perché siamo in Afghanistan" - domanda a cui di volta in volta diamo risposte più o meno convincenti - ma anche: "Come siamo in Afghanistan".

L'Afghanistan soffre di due virus e le recenti elezioni, che hanno riconfermato il presidente Karzai, sono una occasione da non perdere per somministrare al Paese una terapia urgente. Il primo virus è la frustrazione di molti afghani che, dopo otto anni dalla caduta del regime talebano e grandi - forse affrettate - speranze di un rapido futuro di prosperità e pace, stentano ancora a percepire miglioramenti concreti (che pure vi sono), nella loro vita quotidiana. Il secondo è la "fatica" o "stanchezza" della Comunità Internazionale per la lentezza della ricostruzione, sia economica che istituzionale e per gravi problemi ancora irrisolti: droga, criminalità, talebani, corruzione e altro. In questi anni si è compreso che: la stabilizzazione non può essere assicurata unicamente dallo strumento militare; è strettamente legata allo sviluppo del Paese, sia economico che istituzionale; non può prescindere dal contesto regionale, considerato il ruolo del Pakistan, ma anche di altri vicini, nella crisi afghana.

Anche per questo il periodo post-elettorale rappresenterà una sfida ma anche una opportunità: si è perso molto tempo ed è necessario recuperarlo con una strategia chiara ed efficace e responsabilizzando il nuovo governo nella realizzazione di obiettivi concreti. Come? È necessario definire un "contratto" tra il governo Karzai e la popolazione afghana e un altro con la Comunità Internazionale, con reciproci obblighi e diritti. Tale processo verrebbe sancito da una Conferenza Internazionale a Kabul, nel gennaio 2010. Questo "contratto" si baserebbe su alcune priorità: "Afghanizzazione" della sicurezza, cioè il rafforzamento della Polizia e dell'esercito afghani, premessa per un progressivo disimpegno (non "exit strategy", ma "transition strategy", come sottolinea il ministro Frattini): saranno gli afghani a doversi fare carico della propria sicurezza; rafforzamento delle gracili istituzioni del Paese, che investe il tema della efficacia e legittimità dello Stato, la lotta alla corruzione e alla droga, l'accesso alla giustizia; processo di pace e reintegrazione di gruppi della galassia talebana nel tessuto sociale e politico, a precise condizioni (e comunque, la riconciliazione dovrà essere a guida afghana e avvenire da una posizione di forza); sviluppo economico; ruolo dell'Afghanistan nell'area centro-asiatica. Il nuovo governo dovrà cioè garantire lo sviluppo economico e istituzionale in una cornice crescente di sicurezza. Tuttavia, la sicurezza ha vari aspetti: vi è quella militare, cui gli italiani - ora la Brigata Sassari - contribuiscono con impegno e coraggio. Ma la sicurezza ha anche una dimensione economica: è necessario non solo "conquistare i cuori e le menti", ma anche lo "stomaco" della popolazione. Oggi molti giovani afghani - la cosiddetta "manodopera talebana" - in assenza di alternative economiche si uniscono alle milizie talebane.

Vi è poi una "dimensione istituzionale" della sicurezza: l'insorgenza si alimenta anche della debolezza delle istituzioni. Il generale Dalla Chiesa diceva che la mafia prolifera ove lo Stato è assente o non è presente in modo efficace. Sostituiamo a "mafia" la parola "talebani": l'appoggio di cui essi godono in alcune aree è spiegabile in gran parte con l'esasperazione per l'assenza di giustizia e istituzioni. Archiviato il voto è ora necessario guardare al futuro. È indispensabile che il nuovo governo Karzai non comprenda personaggi dal passato impresentabile ma piuttosto ministri competenti e non corrotti. La popolazione afghana è giovane - il 65% ha meno di 25 anni - e attende la soluzione dei problemi quotidiani (più acqua potabile, maggiore sicurezza, migliore istruzione, meno corruzione), ma è anche una speranza per il futuro. Nel 2025 i giovani con meno di 20 anni saranno il 75% della popolazione. Dobbiamo agire ora. In caso contrario rischieremo di perdere una intera generazione. E questo non possiamo permettercelo.

*(Incaricato speciale dell'Ue in Afghanistan e Pakistan)


Luogo:

Kabul

Autore:

di Ettore Sequi *

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