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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

25/11/2009


Dettaglio intervista

Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo. Anche Franco Frattini, Ministro degli Esteri, uomo più delle istituzioni che del partito, si toglie (caso raro, se non unico) la marsina diplomatica e indossa la corazza da dirigente del Pdl. Partito del premier, con il primato, nelle ultime settimane, della litigiosità interna.

Ministro, partiamo dal gioco della torre. Fini o Bossi, Tremonti o Brunetta?

«Guardi, noi come Pdl siamo vicini al 40 % e con la Lega puntiamo per le prossime elezioni a un risultato superiore al 50. Quindi, io non butto nessuno. Sono altri che si devono buttare giù. Il tentativo, semmai è di consolidare le fondamenta e far stare più gente in questa torre. Mi piacerebbe che ci fosse posto anche per Casini e l’Udc, ad esempio. Con loro un accordo non è ancora percorribile dappertutto, ma bisogna lavorarci».

Lei non butta nessuno, ma sta di fatto che il Pdl ultimamente sembra un coro a molte voci. «Così non durano», titolava ieri il Riformista.

«Qui bisogna intendersi: parliamo di politica vera, seria, o guardiamo a chi tifa per la disfatta? C’era chi lo faceva anche per il terremoto e per l’immondizia di Napoli, dunque figuriamoci. Il problema è come evitare esternazioni che potrebbero avere negli organi di partito il luogo migliore per esprimere opinioni. Certo, se un ministro se la prende con il titolare dell’Economia all’inizio della discussione sulla Finanziaria, non è un bel vedere».

Dice Berlusconi, bene il dibattito pur che resti interno.

«Proprio così. Tutto si può affrontare negli esecutivi di partito. Ma lo sa che noi ogni quindici giorni abbiamo la buona abitudine di fare una riunione lunga e approfondita? Lì si può e si deve parlare di tutto. Lo dissi già a Gubbio, alla nostra scuola di formazione: non basta trovarsi qui una volta all’anno. Semmai dovrebbero moltiplicarsi queste occasioni promuovendo incontri analoghi anche e a livello territoriale, cosa che ora accade troppo poco.»

A proposito di economia: rigore o rilancio? Anche senza buttare nessuno dalla torre, è possibile quadrare il cerchio dopo una crisi così pesante?

«E’ talmente possibile che lo stiamo facendo. Guardi, credo che stiamo già raccogliendo i frutti di una semina intelligente che ha visto concentrare i nostri interventi a favore dell’economia reale. Noi non abbiamo aiutato i banchieri, ma incentivato il flusso di credito alle piccole e medie imprese. Così si è impedito il collasso vissuto da altri paesi che hanno inseguito l’euforia della spesa pubblica. Voglio vedere, ad esempio, Inghilterra e Grecia che sono arrivate a un 7 per cento di rapporto deficit-pil. Certo, sarebbe stata una soluzione, ma Tremonti ha resistito, e ha fatto bene».

Adesso però, la crisi sembra agli sgoccioli...

«Speriamo. E a maggior ragione raccoglieremo i frutti del rigore. Tutti chiedono di rientrare nei parametri. Giusto. Ma chi ha scialato come la Francia farà molta più fatica di noi. Noi stiamo già allentando le briglie, con la riduzione progressiva della tassazione sulle persone fisiche che darà respiro ai consumi. Non a caso, proprio unendo rigore e rilancio, come certificano Istat e Ocse stiamo guidando la ripresa internazionale».

Parliamo di immigrazione. Anche se il capo della diplomazia non può sbilanciarsi, è chiaro che l’Europa non ci sta dando una grande mano.

«Diciamo che l’Europa ci ha costretto ad alzare la voce. Lo abbiamo fatto prima dell’estate quando l’Unione sembrava disinteressarsi dei paesi mediterranei. Poi si sono uniti a noi anche Francia, Spagna, Grecia e anche i piccoli come Malta e Cipro, e a ottobre abbiamo avuto riconoscimenti importanti. E’ passato il principio di redistribuzione degli oneri così come è passata la richiesta di istituire una Agenzia europea per l’ asilo e i rifugiati. E da ultimo è passata la richiesta di una azione di rimpatrio europeo più efficace. Adesso aspettiamo altre iniziative, ma insomma, ad alzare la voce si è ottenuto qualcosa».

Immigrazione e Fini. Risorsa, cacofonia o imbarazzo per il Pdl le posizioni del Presidente della Camera?

«Secondo me le posizioni di Fini illustrano un aspetto importante dell’immigrazione di cui poco ci si è occupati, cioè l’integrazione. Fino ad ora noi abbiamo posto l’accento sulla sicurezza perchè ciò che colpisce la vita quotidiana dei cittadini è la presenza di una massiccia immigrazione illegale dedita in molti casi alla criminalità. Se guardiamo le cifre dobbiamo dire che ci siamo riusciti, visto che nel 2009 sono arrivati clandestinamente in Italia meno di un decimo di quelli entrati nel 2008. Insomma, hanno funzionato il pattugliamento e il rimpatrio. Non a caso Lampedusa è vuota. Ora bisogna affrontare l’altra faccia del problema, quella dell’integrazione perchè ci sono tanti immigrati che rispettano la legge e fanno lavori necessari, pensiamo agli stagionali e al supporto alle famiglie».

Insomma, ci voleva Fini per aprire la fase due.

«Una fase e l’altra si integrano, fanno parte dello stesso progetto condiviso dalla maggioranza. Fini pone un giusto problema: integriamo chi rispetta la legge e garantiamo due principi. Primo, chi vuole integrarsi va seguito, guidato e accompagnato. Secondo, a chi vuole rientrare dobbiamo fornire i mezzi, ad esempio il micro credito per investire il salario. Cosa credete? Che chi viene voglia sempre restare? Lo sapete che il tempo di permanenza medio di uno straniero in Italia è di 5 anni? Che viceversa dagli anni ‘60 ad oggi 4 milioni di italiani sono emigrati in Germania , e tre milioni e mezzo sono rientrati, e che solo 140 mila hanno acquisito la cittadinanza tedesca? Molto spesso gli immigrati che vengono da Est, tornano in patria. Pensiamo all’«invasione» albanese degli anni`90. Oggi sono quasi tutti di nuovo a casa perchè l’Italia ha aiutato l’Albania a rinascere».

Concludendo, ministro: legislatura a rischio, o rischio di una legislatura paralizzata dall’eterno braccio di ferro sulla giustizia?

«Noi dobbiamo sfuggire a questo rischio di un braccio di ferro. Il Lodo Alfano era lo strumento corretto per uscire dall’impasse. Nei paesi come la Francia in cui esiste un meccanismo analogo, e il processo non salta ma riprende a fine mandato, si elimina il rischio del braccio di ferro. La Corte ha preso una decisione che non condividiamo, ma ne prendiamo atto. Oggi un’altra soluzione è di fronte al Parlamento. Se il Parlamento è sovrano, noi chiediamo che i magistrati con la toga sulle spalle (non come me che sono in aspettativa) non facciamo comizi pubblici mentre la legge è in discussione perchè anche la Corte ha detto che questa è interferenza. Se si fanno conferenze stampa per dire che questo o quello non va, prima ancora che una norma sia varata, allora si esce dal seminato. Ognuno deve fare il suo gioco. Noi facciamo il nostro, correttamente, e lo faremo per tutto il tempo di questa legislatura».


Luogo:

Roma

Autore:

Gabriele Canè

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