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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

21/12/2009


Dettaglio intervista

Per le riforme, Ministro Frattini, davvero è arrivata l’ora?

«E’ più che mai il momento. Vedo due fenomeni preoccupanti. Un’Italia che non sa parlare con una sola voce sui grandi temi internazionali, che spesso si è divisa agli occhi del mondo».

Non è bello.

«Proprio no. E poi vedo in azione delle minoranze politiche coalizzate tra loro al solo scopo di creare divisioni e lucrare sui contrasti tra i partiti maggiori: penso anzitutto a Di Pietro».

In questo clima sembra arduo parlare di riforme condivise...

«Ragione di più per avviarle, e per trovare il modo di mettere il loro cammino al riparo dalle diatribe del giorno per giorno. Esistono diversi modi praticabili, ci si sta ragionando».

Qualche ex socialista rilancia la Costituente. Cossiga se ne fa portavoce. Che gliene pare?

«E’ un’idea interessante proprio perché limita i contraccolpi che la lotta politica quotidiana può avere sul dialogo per le riforme. Ma soprattutto perché una formula costituente consente di mettere in campo il sistema paese, di impegnare nell’impresa tanto la politica quanto la società civile».

Scusi, che c’entra la società civile?

«Sarebbe un valore aggiunto. Proviamo a rispondere a questa domanda: come si fa ad affrontare il nodo del federalismo costituzionale senza coinvolgere le Regioni, il mondo delle autonomie territoriali? Ancora: come si giudica possibile delineare un nuovo quadro costituzionale sul diritto al lavoro senza ascoltare le parti sociali?».

A proposito di sociale: Bersani propone un’apposita sessione parlamentare sull’argomento. Che gli risponde?

«Io credo che sia uno dei capitoli da inserire nel grande mosaico delle riforme. Nel momento in cui l’Europa ci chiede di mettere al centro la competitività e la crescita, come si ritiene possibile trascurare l’apporto dei sindacati, delle imprese, dei risparmiatori? La politica e i partiti devono restare ovviamente protagonisti. Ma a mio avviso serve un respiro più ampio, che dia voce a tutte le principali componenti del sistema Italia».

E lei crede davvero che siamo in tempo per mettere in moto un processo del genere?

«Non siamo ancora arrivati a metà legislatura. Il tempo è sufficiente se non fa difetto quella volontà politica che, all’epoca della Bicamerale, a un certo punto mancò. Se i grandi partiti, Pdl e Pd, prendono in mano l’iniziativa. Se l’Udc non farà mancare il suo consenso...» .

E la Lega? La lasciamo fuori?

«Al contrario. Nel momento in cui puntassimo a coinvolgere le autonomie territoriali, per costruire il federalismo costituzionale dal basso, sono sicuro che avremmo Bossi fortemente a favore di una simile svolta».

Meglio partire dalla «bozza Violante», lasciata in eredità dalla scorsa legislatura, o ricominciare daccapo?

«C’è un problema di metodo. La bozza Violante nacque alla Camera dalla Commissione Affari Costituzionali, e le grandi voci esterne al Parlamento non vennero ascoltate. Se noi oggi volessimo avviare un percorso sganciato dalle risse della politica quotidiana e attento alle voci del paese reale, quella base di partenza non basterebbe più».

Come si potrebbe aggirare il macigno giustizia?

«Non può essere aggirato. Stop. Perché rappresenta la cartina al tornasole di tutte le riforme. E’ difficile immaginare una nuova architettura istituzionale se non si sviluppa in modo equilibrato il rapporto tra potere politico e potere giudiziario. Né è possibile creare un autentico sistema federale senza modificare almeno in parte la composizione della Corte costituzionale».

In che modo?

«La Bicamerale guidata da D’Alema aveva individuato un meccanismo innovativo che introduceva un’importante aliquota di giudici costituzionali indicati dalle Regioni. Lo ricordo a titolo di esempio per mostrare come la giustizia non possa essere una zona franca impermeabile alle riforme».

Non vede il pericolo che i tentativi di dialogo vengano stroncati dalla imminente campagna elettorale?

«Purtroppo il pericolo c’è. Ma credo che Pdl e Lega debbano assumersi il rischio di un’offerta politica lungimirante. In modo da lasciare agli altri, eventualmente, la responsabilità di far cadere una proposta politica di così grande rilievo».


Luogo:

Roma

Autore:

di Ugo Magri

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