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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

13/02/2010


Dettaglio intervista

Ci illustri la politica sui respingimenti delle imbarcazioni di clandestini in acque internazionali effettuati dalla nostra marina militare, di cui molto si è detto.

La prima cosa da dire è che il respingimento e le espulsioni sono soltanto uno degli aspetti di una politica migratoria che non può e non deve essere ovviamente proiettata soltanto sulla Sicilia o sull'Italia, ormai è una questione europea.

Si deve all'Italia il fatto di avere chiesto ed ottenuto che la questione fosse compiutamente ritenuta materia europea, da affrontare in ambito europeo. Il Consiglio europeo dello scorso mese di dicembre ha finalmente stabilito un principio molto chiaro: i respingimenti sono l'unico strumento per applicare quella parte della strategia europea che riguarda la legalità.

Il respingimento e l'espulsione sono anche strumenti che servono a scoraggiare il traffico di esseri umani e se l'Italia e la Sicilia sono il “ventre” molle dell'Europa, il traffico di esseri umani ci si dirige perché capisce che in questa zona può facilmente entrare.

Si tratta di un business nel quale i trafficanti chiedono alle vittime, veri e propri schiavi del XXI secolo, tariffe di passaggio che oscillano tra i 1.000 ed i 1.500 dollari a persona con il rischio di non arrivare vivi, soltanto una politica di fermezza può scoraggiare questo fenomeno.

I risultati ci sono stati. Nel 2009 abbiamo ridotto del 90% gli ingressi clandestini rispetto all'anno precedente, in termini numerici da 20.000 a 2.500 e questo si inserisce in una linea di azione che altri paesi, a cominciare dalla Spagna, dalla Francia, stanno seguendo che riguarda la politica del rimpatrio di coloro che non hanno titolo a rimanere sul territorio nazionale.

I luoghi di provenienza di chi sbarca clandestinamente sono molto vari, tuttavia gli sbarchi concentrati in questo corridoio. Come mai?

Noi abbiamo individuato due grandi rotte. Attraverso quella che passa attraverso l'Africa occidentale e arriva facilmente attraverso la Tunisia, arrivano persone originarie dalle regioni sub sahariane, dal Senegal, dal Mali. Poi vi è la rotta orientale, che ci interessa più direttamente, dove i soggetti sono provenienti dalla Somalia, dall'Etiopia e dalla Nigeria. Vi sono, inoltre, due fenomeni: da un lato quelli che meritano tutto il nostro aiuto perché scappano dalle guerre, quelli che hanno lo status di rifugiato e che noi accogliamo. Dall'altro ci sono i criminali ed i terroristi, i quali si infiltrano in gruppi nei barconi che partono da zone dell'Africa molto pericolose. Noi abbiamo fondati elementi, ed in qualche caso prove, che esistano persone collegate con gruppi estremisti che trovano come migliore soluzione quella di confondersi nei barconi dei disperati.

Per questo motivo noi dobbiamo attuare tutte le misure necessarie per evitare questo fenomeno. Siamo inoltre obbligati al rispetto delle norme europee del Trattato di Schengen che impongono di custodire nei centri di raccolta i clandestini e di rimpatriarli.

Alla luce dell'inchiesta della Procura di Siracusa sui vertici della Guardia Costiera, ci si domanda se forse ci sono delle lacune nelle norme?

Il fatto che la legge sia lacunosa dà la prova che questa sia un’azione discrezionalmente voluta e non obbligata. Se la legge non fosse lacunosa si potrebbe dire era mio atto dovuto. Ma l'ammissione che vi è una lacuna, che il magistrato riempie in via interpreta- tiva, e la prova della discrezionalità e quindi della scelta che si poteva anche evitare di prendere. Stiamo valutando con Frontex, l'Agenzia europea per le frontiere esterne, la possibilità di dotarci di norme d'ingaggio comuni per affrontare il problema.

Regole d'ingaggio europee che impongano il medesimo criterio di comportamento a tutte le navi impegnate sul Mediterraneo in questa attività, in modo che si sappia esattamente cosa ciascuno deve fare quando si avvista una barca di clandestini, quando la si accosta, quando la si prende a bordo e quando la si rilascia. Mi permetto di lanciare, attraverso il vostro giornale, un segnale di profondissima gratitudine alla Capitaneria di Porto, alla Guardia Costiera, alla Guardia di finanza. Siamo il paese che nel 2008 ha salvato circa 40.000 persone nel Mar Mediterraneo, alcune le abbiamo trovate in condizioni disperate, altre le abbiamo salvate vicino le coste della Sicilia con imbarcazioni alla deriva, in alcuni casi senza acqua e senza cibo.

Se confrontiamo i dati con tutti i paesi europei del Mediterraneo, nessun paese ha fatto tanto quanto l'Italia.

Per quanto riguarda la presenza italiana all'estero, quali sono gli sviluppi della missione in Afghanistan?

Noi pensiamo che in Afghanistan, ormai, vi sia una sola strategia possibile, decisa recentemente dalle Nazioni Unite e dalla Nato, per affrontare questa fase di transizione. Transizione perché dall'insediamento del secondo Governo Karzai noi gli abbiamo chiesto l'individuazione di alcuni obiettivi chiari soprattutto di alcune scadenze temporali. Le scadenze temporali servono sia a dare al popolo afgano la certezza che il nostro operato è finalizzato alla loro ed alla nostra sicurezza, sia per dare alle nostre opinioni pubbliche una prospettiva di graduale restituzione del controllo del territorio in mani afgane.

Il prossimo anno dovrà segnare l'inizio di una graduale riduzione della presenza militare non afghana, di pari passo ad un rafforzamento delle capacità di sicurezza e di polizia afghane. Abbiamo detto anche, confermato da Karzai, che entro quattro anni dovremmo immaginare un Afghanistan pronto a marciare da solo. Conserveremo, anche oltre i quattro anni, una presenza civile di sostegno all'economia, al buon governo e allo sviluppo. E’ una fase di transizione iniziata da poco, il che giustifica sia il fatto che noi garantiamo questa transizione sia il contrasto del terrorismo con le nostre forze militari e di sicurezza. La zona di confine tra Afghanistan e Pakistan resta tuttora la zona di origine dello jihadismo mondiale, l'altro grande nucleo che si sta radicando purtroppo tra lo Yemen e il Corno d'Africa.

Nel rigore del contenimento delle spese che lo Stato deve attuare, il ministero degli Affari Esteri ha risentito di questa politica?

La priorità è data alle aree di crisi dove la nostra cooperazione lavora insieme alle nostre Forze armate.

Abbiamo creato un modello italiano, a differenza di altri. Noi siamo il Paese che accanto ai blindati dei nostri militari, mettiamo coloro che costruiscono le scuole nei villaggi, oppure che coltivano lo zafferano. Nella provincia di Herat, l'Italia sta abbinando l'impegno di sicurezza con quello della cooperazione.

Questa è una scelta di priorità che io ho dettato e che ha comportato la diminuzione di aree di cooperazione in altre regioni del mondo.

Il presidente del Consiglio sogna l'ingresso di Israele in Europa. Lei che ne pensa?

Il presidente del Consiglio ha un sogno che è anche il mio. Noi abbiamo cominciato ad avvicinare Israele all'Ue partendo dalla considerazione che è uno Stato democratico, dove ci sono processi elettorali assolutamente trasparenti, la magistratura è del tutto indipendente, esiste cioè una reale divisione dei poteri. Abbiamo fatto quello che si chiama l’ upgrading delle relazioni tra Europa ed Israele.

Israele non è semplicemente un partner dell'area euromediterranea, ma è un partner con relazioni rafforzate. Nel senso che vi sono programmi in materia di cooperazione, sicurezza, tecnologia, istruzione più strutturati.

Questo passo verso una maggiore strutturazione dei rapporti e la circostanza che si sia tenuto un vertice Italia Israele con otto ministri per parte e due primi ministri, è un fatto mai avvenuto prima.

La Comunità internazionale approva la strategia per una “reintegrazione e riconciliazione” dei talebani “pentiti” e propensi ad accettare la Costituzione. E' fattibile un'amnistia a suo avviso?

Ci sono alcuni gruppi tribali di talebani che a mio avviso sono recuperabili. Sono coloro che sono passati dalla tribù locale che coltivava l'oppio al terrorismo semplicemente perché non hanno trovato nessun’altra opportunità di collaborazione o di lavoro.

C'è stata una strategia sbagliata, durata molti anni. Le coltivazioni di oppio venivano rase al suolo senza affiancare una politica di sostituzione di colture legali, provocando la perdita di lavoro per una grande quantità di persone che sposavano la causa dei terroristi.

Oggi noi partiamo subito con la coltura sostitutiva dell'oppio e pensi che l'Italia sta varando dei progetti molto simbolici.

Nella provincia di Herat, che è la provincia sotto il controllo italiano, noi stiamo finanziando dei progetti per la produzione di olio di oliva. Mi è stato detto dai nostri esperti che trent'anni fa era presente una fiorente coltura di olio di oliva fatta dagli italiani.

Allora è ovvio che il terreno è propizio e l'olio di oliva costa di più, in quelle terre, della droga.

Per non parlare dello zafferano, che è la più costosa produzione agricola che si può realizzare in Afghanistan, molto richiesta sul mercato, che costa dieci volte l'oppio.

Allora una coltura di zafferano, che pure stiamo insediando, è una coltura sostitutiva ideale.

Poi ci sono i talebani, che per ragioni di piccola economia locale hanno visto perdere tutte le loro possibilità di guadagno e sono stati reclutati dai terroristi.

A queste persone noi dovremmo offrire una via di ritorno nella legalità, con la precondizione di un rifiuto categorico e preventivo della violenza e di un ritorno al quadro costituzionale.


Luogo:

Roma

Autore:

Alessio Petrocelli

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