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Governo Italiano

Dettaglio articolo

Data:

16/03/2010


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Caro Direttore, Italia e Afghanistan: un rapporto che non nasce oggi, un rapporto di lunga data, che affonda le radici nel passato comune. C'è infatti una tradizione di presenza italiana in Asia centrale che risale alle missioni archeologiche che l'ambasciatore Quaroni seppe promuovere fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso in Afghanistan, Pakistan e Iran. Ed è proprio questo passato comune che caratterizza oggi la presenza dell'Italia in Afghanistan. Una presenza fondata innanzitutto sulla conoscenza reciproca e la solidarietà umana; una presenza «multidimensionale», non solo militare, ma anche civile, economica e culturale; una presenza basata sull'amicizia e la partnership tra eguali, paritaria, non impositiva, ma cooperativa, che muove da obiettivi chiari e condivisi dai due governi e le due società: rafforzare, nell'interesse reciproco, la sicurezza contro il terrorismo, e creare nuove opportunità per la popolazione afghana, per la stabilizzazione del Paese e la sua piena reintegrazione nella comunità internazionale. Un Afghanistan sicuro significa anche un mondo più sicuro per tutti. E’ per noi chiaro: il futuro dell'Afghanistan è nelle mani degli afghani stessi. Il compito della comunità internazionale è di accompagnare questo processo creando le condizioni per un rapido, anche se graduale trasferimento delle responsabilità nelle mani degli afghani. Abbiamo in questi anni realizzato importanti progressi su tre fronti principali: la sicurezza, l'economia e le istituzioni. Innanzitutto, la formazione delle forze di sicurezza afghane, l'esercito e la polizia (rispettivamente 170 mila e 160 mila unità entro la fine di quest'anno). Carabinieri e rappresentanti di altre forze armate hanno svolto e stanno svolgendo con successo un ruolo di primo piano nella formazione della polizia afghana nel quadro delle missioni della Nato e dell'Unione Europea. Se la recente offensiva contro i talebani nella provincia di Helmand si è svolta con un coinvolgimento significativo delle forze afghane ciò è stato possibile grazie al successo dell'attività di formazione che la comunità internazionale e l'Italia hanno fin qui realizzato e che completeranno nei prossimi anni. Ma non meno importante è il sostegno che l'Italia sta offrendo per favorire uno sviluppo endogeno e sostenibile dell'economia dell'Afghanistan. Abbiamo lanciato una serie di programmi per aiutare l'agricoltura legale in particolare per lo sviluppo di colture redditizie, alternative all'oppio, dall'olio d'oliva allo zafferano, stiamo incentivando gli investimenti e l'iniziativa privata attraverso il microcredito agricolo. Infine, per quanto riguarda le istituzioni ci siamo impegnati e continueremo a impegnarci per la riforma del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione per formare i nuovi quadri afghani sulla base delle best practices internazionali, inclusa la lotta alla corruzione. L'impegno italiano nel campo della ricostruzione economica e civile dal 2002 a oggi ha superato i 470 milioni di euro. Attraverso la rete dei rappresentanti personali dei ministri degli Esteri dei Paesi della missione internazionale, di cui l'Italia è parte, assicuriamo un raccordo costante con le autorità afghane per far sì che l'impiego delle nostre risorse e le nostre iniziative aderiscano il più possibile ai bisogni locali. Questi tre fronti - sicurezza, sviluppo economico e istituzioni (capacity building) - sono strettamente collegati. E’ evidente che in Afghanistan come altrove, lo sviluppo economico e il corretto funzionamento delle istituzioni non sono possibili senza una cornice di sicurezza. Ma è anche vero che in nessuna società sicurezza e stabilità possono essere sostenibili senza l'offerta alla popolazione di concrete «opportunità di vita», di posti di lavoro e di servizi sociali di base. L'offerta di queste «opportunità di vita» sarà alla base di un nuovo Contratto tra il governo afghano democraticamente eletto e la popolazione che verrà presto formalizzato: un progetto alla cui realizzazione l'Italia e la comunità internazionale intendono contribuire anche nei prossimi anni, nella fase successiva al ritiro delle truppe, e nel pieno rispetto della sovranità afghana. Un Afghanistan stabile e democratico, restituito a sé stesso e alla propria gente, che possa diventare in prospettiva non solo stabile ma anche «produttore di sicurezza» nella regione non può prescindere dai processi di reintegrazione degli ex combattenti e di riconciliazione politica nazionale, necessari per dar vita a un contesto istituzionale il più possibile inclusivo. Si tratta di processi che il governo afghano è disposto a portare avanti, e che la comunità internazionale è pronta a sostenere purché non vengano messe in discussione quelle conquiste in termini di rispetto dei diritti umani, e dei diritti delle donne in particolare, faticosamente ottenute negli ultimi anni e che sono ancora da consolidare pienamente. Così come non si può prescindere da una società civile vibrante. il ministero degli Esteri con la collaborazione della Rai ha organizzato nei prossimi giorni a Roma un intenso programma di formazione per un gruppo di venti giornalisti afghani che potranno trasferire nel loro Paese il know how qui acquisito e migliorare la qualità dell'informazione per i cittadini afghani. E’ questo un contributo concreto per «restituire l'Afghanistan agli afghani».

Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini e Zalmay Rassoul (Ministro degli Affari Esteri afghano)

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