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Data:

11/06/2010


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Il mondo intero e stato profondamente colpito dalle tragiche conseguenze dell’operazione militare israeliana condotta, in acque internazionali, contro il convoglio marittimo della Flottiglia per la Pace.

Il bilancio umano è inaccettabile. Nulla avrebbe potuto giustificare l’impiego di una tale violenza, e i nostri Paesi l’hanno condannata, immediatamente.

Dopo il dramma, e con il ritorno in Europa dei nostri connazionali, è ora il momento dell'analisi e della riflessione sulle ragioni profonde della tragedia. Le cause del blitz sulla nave Marmara hanno un nome, uno solo, e noi lo conosciamo bene: Gaza.

La causa è la volontà intransigente di fare rispettare il blocco deciso nel 2007, dopo il colpo di Stato di Hamas contro l'Autorità palestinese, che ne è all'origine, così come l’operazione Piombo Fuso, e la sua insopportabile sequela di sofferenze, erano state scatenate dai bombardamenti incessanti di razzi sul Sud di Israele. L'anno scorso, come nella notte fra il 30 e il 31maggio, Israele ha deciso di ricorrere alla forza per perseguire i suoi obiettivi politici e di sicurezza.

E’ da questa logica che occorre uscire oggi, poiché, altrimenti, si verificheranno altri drammi, altre tragedie, che non sortiranno altro risultato che rafforzare Hamas e gli altri nemici di Israele nella regione, destabilizzare i moderati dei due campi, e accentuare l'isolamento politico di Israele.

Come?

Il 1 giugno il Consiglio dì Sicurezza si è pronunciato indicando le tre strade che dobbiamo percorrere.

L'inchiesta, innanzi tutto: è indispensabile e dovrà essere imparziale, trasparente e conforme alle norme internazionali. Occorre tuttavia fare attenzione a non ripetere gli errori commessi dopo la pubblicazione del rapporto Goldstone, i cui seguiti sono stati strumentalizzati dal Consiglio dei Diritti Umani, la metà delle cui risoluzioni, ricordiamolo, è dedita a condannare Israele. Passeggeri turchi e americani sono stati vittima dell'operazione: l’inchiesta dovrà dunque per forza di cose avere un componente internazionale, come già proposto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, i cui sforzi noi sosteniamo.

Poi, la revoca del blocco. Sin dalle prime ore sottolineammo che la situazione a Gaza non era più sostenibile. Con questa espressione, adottata dal Consiglio di Sicurezza il giorno successivo, vogliamo dire che dobbiamo meglio soddisfare le esigenze umanitarie della popolazione di Gaza, prosciugare l’economia mafiosa dei tunnel, ma anche fornire garanzie che a ciò non seguirà una recrudescenza del traffico di armi e dell'afflusso di gruppi terroristici a Gaza. Il che, del resto, è ciò che prevede la Risoluzione 1860, adottata all'indomani della guerra di Gaza, e che è stata oggetto, qualche giorno fa, di un richiamo del Consiglio di Sicurezza affinché sia attuata nella sua interezza, e non in maniera selettiva. Compresa, ben inteso, la liberazione immediata di Gilad Shalit, che noi non dimentichiamo.

Sul piano umanitario, Tony Blair aveva suggerito di passare da una logica d'interdizione degli approvvigionamenti verso Gaza, salvo eccezioni, ad una logica di autorizzazione generale, ad eccezione di prodotti vietati. Perché non riprendere questa idea, per dimostrare velocemente che la situazione si può migliorare? L'Unione Europea dispone già di una missione civile sul posto, che sarebbe pronta ad essere dispiegata simultaneamente al posto di frontiera di Karni e Rafah, che collegano Gaza con Israele e con l’Egitto. Per garantire la piena sicurezza degli approvvigionamenti proponiamo che vi siano svolte ispezioni sostenute e finanziate dall'Unione Europea, in condizioni accettabili da parte di tutti, per assicurarsi che i carichi con destinazione Gaza non contengano armi o esplosivi. Un regime analogo potrebbe peraltro essere applicato per i carichi diretti a Gaza ad esempio tramite il dispiegamento di unità europee di controllo a Cipro. Questi vari dispositivi non sarebbero messi in funzione se non in un contesto di alleggerimento molto sostanziale delle restrizioni alle importazioni ed esportazioni da e verso Gaza.

Una soluzione duratura passa parimenti per il pieno ritorno dell'Autorità Palestinese a Gaza e per la reintegrazione di questo territorio in una logica di pace. Gli sforzi dell’Egitto a favore di una riconciliazione tra Fatah e Hamas devono continuare ad essere appoggiati tenendo il passo del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

E, infine, l’essenziale: la riattivazione del processo politico tra Israeliani e Palestinesi. Questa tragedia non deve creare le condizioni per una nuova escalation di violenza, in Medio Oriente ma anche in Europa, dove le passioni sono scatenate. La vastità delle proteste internazionali prova che Israele non beneficia di alcuna immunità. Quanto ci piacerebbe che anche altri drammi suscitino la medesima riprovazione!

Il presidente palestinese, che sarà in Europa nei prossimi giorni, ha annunciato, malgrado tutto, che i colloqui continueranno. Siamo all'altezza del coraggio politico dimostrato dai dirigenti palestinesi! Auspichiamo che questi colloqui permettano di toccare rapidamente lo status finale. L'Europa, che ha adottato l'8 dicembre scorso un testo forte ed ambizioso sui contorni di un futuro assetto, deve, dal canto suo, andare avanti con le Parti, in raccordo con la mediazione americana, nella costruzione e nel riconoscimento di uno Stato palestinese, che viva in pace e sicurezza accanto a Israele.


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini, Bernard Kouchner, Miguel Angel Moratinos

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