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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

17/07/2010


Dettaglio intervista

«Voglio innanzitutto augurare un pronto ristabilimento ai nostri soldati». La notizia del ferimento di tre italiani, colpiti in uno scontro a fuoco con i talebani nei pressi di Bala Murgab, raggiunge il ministro degli Esteri poco prima della sua partenza per la capitale afghana, dove gli alleati si sono dati appuntamento martedì prossimo per ragionare su modalità e tempistiche della missione. Nessuno dei tre soldati è in pericolo di vita - fa sapere il governo - ma sono gravi le condizioni di un ufficiale che ha riportato lesioni a un polmone. Franco Frattini al Rformista esprime «il più forte apprezzamento per il coraggio dei nostri militari, per tutto quanto stanno facendo in Afghanistan anche a supporto delle forze di sicurezza afghane la cui crescita è cruciale per il processo di afghanizzazione». Processo - sottolinea - «che sarà al centro delle discussioni alla Conferenza di Kabul»

Ministro Frattini, il presidente Hamid Karzai chiede all'Onu di togliere dalla lista nera circa 50 talebani e le Ong denunciano la morte di 1074 civili da gennaio a oggi. Come si sposa la politica di Karzai con la necessità di proteggere i civili?

«Questo è uno dei punti su cui la risposta di Karzai dovrà essere molto chiara. Io sono in linea di massima favorevole al tentativo di un coinvolgimento riabilitativo dei talebani, quelli che ovviamente rifiutino in modo irreversibile la violenza. Ma sono anche molto attento alle preoccupazioni della popolazione afghana, che quando si parla di riabilitazione dei talebani giustamente ci chiede che fine faranno i diritti civili delle donne e delle loro figlie. Quando abbiamo ospitato qui a Roma una delegazione di giornaliste e giornalisti afghani, i temi più delicati sono stati proprio questi. Le morti dei civili sono da sempre un punto debole, su cui la missione in Afghanistan si è confrontata. I nostri soldati hanno un addestramento tale per cui l'obiettivo è la protezione dei civili. E questa dovrebbe essere una linea di azione da condividere con il resto della coalizione. Il modello italiano viene apprezzato, diciamolo francamente, proprio perché gli italiani vengono considerati un esempio di buona convivenza con i civili sul territorio».

Cosa succede a Kabul il 20 luglio?

«Discuteremo una road map per il trasferimento delle funzioni alle forze afghane, regione per regione, provincia per provincia. Poi, il vertice Nato di Lisbona a novembre dovrà sancire questa mappatura del territorio. Pensiamo che Herat sia una provincia in cui il livello di integrazione civile e militare sia buono. E quindi le mie previsioni sono che ad Herat noi potremmo forse sperimentare uno dei primi esempi di trasferimento delle funzioni al personale afghano».

Si parlerà anche di tempi?

«Dobbiamo parlare di tempi, anche se non possiamo fare confusione tra i tempi del disimpegno militare - per il quale la data d'inizio di luglio 2011 è verosimile - e la conclusione della presenza internazionale. Anche dopo il ritiro delle forze militari una presenza civile di istitution building e di sviluppo economico dovrà rimanere per molto e molto tempo. Occorreranno decenni per far uscire l'Afghanistan dalla morsa di una situazione delicata, economica, amministrativa, sociale e giudiziaria».

McChrystal è stato mandato via. Ora è il turno di David Petraeus, il Generale più stimato degli Stati Uniti. E’ l'uomo giusto per vincere questa guerra?

«Petraeus non cambierà la linea di impegno degli Usa. Ho avuto recentemente una conversazione molto illuminante con Hillary Clinton, che mi ha raccontato le dinamiche di questa vicenda e anche la mission di Petraeus, che proseguirà la nuova fase inaugurata da Obama. Una fase onnicomprensiva, con un'attenzione regionale ai fenomeni, che non si può esaurire dentro l'Afghanistan, ma deve guardare al Pakistan e ai paesi vicini, incluso l'Iran. Credo che tutti insieme questa sfida la vinceremo. E’ evidente che oggi il deliver è nelle mani di Karzai e a lui questo chiederemo a Kabul il 20 luglio: non più una riaffermazione di quello che si deve fare, ma una tempistica di quello che si sta facendo e che si continuerà a fare: cosa, quando e entro quanto tempo».

Il fatto che Karzai guardi a Oriente può creare ulteriori problemi?

«Siamo stati i primi a sostenere - e lo sosteniamo tuttora - che con l'Iran ci può essere una collaborazione operativa lungo le frontiere. Lo sappiamo bene noi che siamo ad Herat, a 600 km dalla frontiera con l'Iran. Se vogliamo contrastare il traffico di droga e armi, l'Iran lo dobbiamo considerare. Anche gli Usa hanno compreso che certe dichiarazioni di Karzai non significano che non ha più bisogno di noi, ma sono dichiarazioni di chi vuole recuperare il suo popolo. E non possiamo dargli torto, visto che noi stessi parliamo di afghanizzazione. Ci sono pure afghani che non ci piacciono, ma Karzai deve parlare a tutti gli afghani, non solo a quelli che piacciono a noi».

Cosa porterà in dote l'Italia a Kabul il 20 luglio?

«Oltre a confermare il nostro impegno - arriveremo a 4mila uomini entro l'autunno - avremo un progetto originale. Vogliamo contribuire a un piano di formazione del personale della pubblica amministrazione afghana, oltre che nella polizia dove siamo già paese leader. E a ottobre si terrà qui in Italia il primo corso per diplomatici afghani. Tutti questi passi sono fondamentali, perché l'obiettivo numero uno dell'istitution building di Karzai è sradicare la corruzione. E come facciamo a farlo se non formiamo alla cultura della legalità e della trasparenza i funzionari pubblici? E’ attraverso le cose quotidiane che si fa la differenza tra corruzione e legalità. In più, proseguiremo il nostro sforzo nel settore giudiziario e d'intesa con il Csm avvieremo un programma di sostegno alle donne magistrato afghane. E mi permetta di sottolineare che occorrerebbe un grande sforzo, da parte dei media mondiali e anche da parte del governo Karzai, per far sì che vengano mostrati i piccoli buoni esempi che cambiano la vita. Perché quando ci sono delle cose buone e che funzionano nessuno le racconta mai».


Luogo:

Roma

Autore:

Anna Mazzone

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