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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

04/09/2010


Dettaglio intervista

«La vicenda di Sakineh dovrebbe e potrebbe essere per l'Iran un'opportunità per riavviare il dialogo. E se servisse, io non sarei affatto contrario a incontrare il ministro degli Esteri Mottaki, anche tra pochi giorni a New York, a margine dell'assemblea generale dell'Onu». Il ministro degli Esteri Franco Frattini è convinto che nulla è perduto e che «ci sono ragioni di interesse da parte iraniana per dare questo segnale»: la partita per salvare Sakineh dalla morte per lapidazione può quindi essere vinta. E sottolinea con un sorriso: «Da tutte le parti in causa».

Ministro Frattini, il nostro Paese può identificare il canale diplomatico giusto per salvare la vita a Sakineh?

«Noi abbiamo pensato che in questa fase fosse opportuno far sentire la nostra voce anche come esecutivo. Non per puntare il dito contro il governo iraniano ma per chiedergli un gesto di clemenza. Perché solo chi non conosce Paesi come l'Iran può pensare che la minaccia di sanzioni potrebbe salvare la vita a questa donna. Ciò detto, quello che occorre sono azioni coordinate e l'avvio di un dialogo con l'Iran...».

Ma l'Iran non parrebbe affatto pronto a dialogare...

«Ho incontrato il ministro degli esteri Mottaki lo scorso luglio in occasione del vertice di Kabul e gli dissi che noi non pensiamo che il dialogo con l'Occidente debba limitarsi alla questione nucleare ma che si debba estendere al tema dei diritti umani. E ho trovato molta attenzione».

Al punto da far fare marcia indietro sulla lapidazione di Sakineh?

«L'Iran rivendica il suo ruolo di potenza regionale ma non può sopportare il peso di un isolamento che rischia di essere politico, economico e anche umanitario nel caso non vi fosse la conversione di questa condanna. E’ chiaro che il peso di affrontare insieme tutti questi fronti l'Iran ha qualche difficoltà ad accollarselo».

Lei crede? Ahmadinejad non sembra preoccupato.

«L'Iran agisce soltanto per interesse nazionale e strategico regionale, ma quando pensa che sia nel suo interesse, poi agisce eccome».

Un mero auspicio.

«Una constatazione. Se mossi da una prospettiva strategica, gli iraniani hanno mostrato di sapersi muovere anche dialogando con l'Occidente. E' successo nella lotta al traffico di droga dall'Afghanistan. O quando furono ingiustamente arrestati alcuni funzionari di ambasciate e la pressione europea valse un gesto di clemenza: capirono che gli conveniva liberarli. Auspico che accada qualcosa di simile».

Ma salvare Sakineh, viste le 50-70 esecuzioni all'anno effettuate in Iran basta a salvarci la coscienza?

«La nostra azione non si esaurisce in questa mobilitazione: l'Italia ha nel mondo la bandiera del contrasto alla pena di morte. E anche quest'anno ripeteremo l'iniziativa della risoluzione all'Onu».

L'Iran è un attore importante anche nel processo di pace in Medio Oriente, che si è riaperto in questi giorni. Senza Teheran è un tentativo destinato al fallimento?

«Io credo che gli appelli all'Iran in questa materia siano più complessi e destinati a minore successo. In Medio Oriente, a differenza che in Afghanistan, del tema dei diritti umani e probabilmente del nucleare, l'Iran non ha interesse ad agevolare la trattativa. E' un interesse strategico evidente, visto che Teheran sostiene Hamas a Gaza e, attraverso la Siria, Hezbollah in Libano. Bisogna quindi giocare su altri fronti, ad esempio la Siria, alla quale chiediamo di avere un ruolo pi indipendente dall'Iran».

Quali prospettive vede per il processo di pace in Medio Oriente appena riavviato da Obama?

«C'è consapevolezza che vi sono un paio di punti chiave sui quali la prosecuzione del negoziato è criticamente in pericolo. Sono la sospensione degli insediamenti, che a mio avviso dovrà continuare anche dopo il 26 settembre quando scade il blocco, e poi la delicatissima questione di Gerusalemme Est. E qui ci vorrà disponibilità, flessibilità e fantasia».

E l'Europa?

«In questa fase si è vista troppo poco. Obama ha giustamente preso in mano il riavvio dei negoziati, il quartetto (Onu-Usa-Eu-Russia, ndr.) era rappresentato, e anche molti leader arabi. A mancare era proprio l'Europa. Ma questo non vuol dire che questa è destinata ad essere una partita arabo-israeliana-americana: Bruxelles deve entrare in gioco e avere il ruolo di garante, assieme a Usa e paesi arabi, della serietà degli impegni. Lo possiamo e lo dobbiamo fare».


Luogo:

Roma

Autore:

di Alessandro Farruggia

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