Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

26/09/2010


Dettaglio intervista

Il discorso all'Assemblea generale dell'Onu lo ha centrato sui diritti della persona, sulle libertà religiose, lanciando un forte appello per la moratoria sulla pena di morte. Ma è dietro le quinte e negli intensi incontri bilaterali durante la settimana newyorkese delle Nazioni Unite, che il ministro degli esteri Franco Frattini, accompagnato dall'ambasciatore Cesare Ragaglini, ha fatto pesare l'influenza della diplomazia italiana. Iran, Afghanistan e Medio Oriente i tre grandi scogli.

«Non c'è nessun segreto -ci dice Frattini- l'Italia sta cercando di riavviare forti rapporti bilaterali con l'Iran. Soprattutto una collaborazione diretta per combattere il traffico di droga e il terrorismo sul confine afghano. Gli americani lo sanno. Ne ho parlato con Hillary Clinton, ma lo abbiamo spiegato anche agli altri paesi e c'è una larga condivisione. Perché l'Italia ha dimostrato affidabilità nel momento della sfida delle sanzioni, e nella seconda fase europea con le sanzioni aggiuntive dove noi siamo stati in prima linea e non nelle retrovie. Anche i nostri amici americani capiscono che sull'Afghanistan se riusciamo ad ottenere un impegno “con i fatti” da parte degli iraniani, è nell'interesse di tutti. D'altronde che altro fare. I negoziati sono bloccati, il programma nucleare va avanti, il gruppo dei 5 + 1 è fermo. Quindi ogni tentativo di avvicinarsi con la diplomazia a Teheran diventa positivo e non è un caso che lo faccia l'Italia, notoriamente miglior amico di Israele in Europa ma forse anche nel mondo, quindi paese assolutamente non sospetto».

A cosa puntate a Herat?

«Siamo molto interessati ad una collaborazione con le forze iraniane di confine. Abbiamo invitato gli iraniani a Roma il 18 ottobre con tutti gli inviati speciali per l'Afghanistan. Se l'inviato del governo di Teheran, verrà come promesso, e siederà al tavolo con gli americani, sarà davvero molto importante».

Ma sulla strategia americana in Afghanistan lei è perplesso?

«Credo che oggi sia l'unica possibile. Noi battiamo moltissimo sull'istitution building, cioè sulla formazione. E' stato presentato un progetto originale italiano per la pubblica amministrazione afghana, ma siamo anche impegnati in operazioni molto difficili con i nostri soldati».

Se gli inglesi lasciano sarà chiesto all’Italia più impegno?

«Gli inglesi non lasceranno. Cameron ha parlato con chiarezza di un'uscita delle truppe nel 2014, quindi in linea con gli impegni che tutti noi abbiamo, con un inizio di disimpegno dal 2011. E sarà la Nato a stabilire provincia per provincia dove e quando si potrà cominciare a passare le chiavi al governo afghano».

Sul nucleare crede che Ahmadinejad sia davvero pronto a negoziare tra qualche settimana?

«L'Iran rimane un paese pragmatico. Sta comprendendo che è suo interesse ritornare a una logica di negoziato perché anche Cina e Russia stanno applicando le sanzioni senza esitazione. Forse anche per questo si avverte nervosismo nel tono generale degli interventi e delle dichiarazioni».

Tra poche ore scade la moratoria sugli insediamenti israeliani. Berlusconi insieme al resto de mondo ha fatto pressioni su Netanyahu per prolungarla. Crede ci sia speranza che il dialogo di pace continui?

«Israeliani e palestinesi sono obbligati a proseguire il negoziato perché se oggi fallisse sarebbe un disastro per entrambi. La leadership di Netanyahu vorrebbe in questo momento una sua determinazione per mantenere bloccati gli insediamenti. E' un punto chiave simbolico, non una precondizione. E' un messaggio, se no Abu Mazen perde la faccia. Ma l'Italia chiede anche ai paesi arabi e ai palestinesi alcuni messaggi positivi. L'ho detto al segretario della Lega Araba, Moussa. Ad esempio un alleggerimento delle restrizioni commerciali dei prodotti israeliani, l'autorizzare di scali aerei di vettori israeliani in territori arabi, sarebbe l'inizio di una normalizzazione sul piano economico che potrebbe dare grossi risultati. Ma la cosa fondamentale è che quando Obama dice che vuole uno stato palestinese entro 12 mesi, pone un obiettivo talmente ambizioso che tutti noi abbiamo il dovere di metterci la faccia. Perché altrimenti dove sta la solidarietà euro-atlantica, l'amicizia con gli americani. Nessuno come Obama si è impegnato direttamente e nessuno come lui merita il nostro sostegno. Io su questo sono fermissimo. Ecco perché Berlusconi si è sentito di chiamare Netanyahu invitandolo ad avere coraggio».


Luogo:

New York

Autore:

Giampaolo Pioli

10765
 Valuta questo sito