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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

10/10/2010


Dettaglio intervista

Sarà l'inasprimento delle condizioni nelle quali si muovono i soldati italiani in Afghanistan, sarà la brezza di una possibile campagna elettorale in Italia, sarà la strana stagione attraversata dalla forza multinazionale Isaf che aumenta le sue truppe mentre dalle capitali occidentali si annuncia di volerla ritirare nei prossimi anni, l'intervista qui sotto è diversa da altre rilasciate in precedenza da uomini di governo in occasione di agguati a nostri militari. Franco Frattini, ministro degli Esteri, Pdl, parla con il Corriere della terra insidiata dai talebani e usa nella forma e nella sostanza delle sue tesi molte meno circospezioni sul senso di quanto accade laggiù.

Ci sono più notizie di prima sui commando della «Task force 45» italiana che agiscono al di fuori del nostro contingente, più missioni finite nel sangue come quella che è costata la vita a quattro alpini poche ore fa. Ministro, quanto stiamo partecipando all'estensione del controllo sul territorio afghano, con i conseguenti scontri, voluta dall'Amministrazione di Barack Obama?

«La risposta è nel messaggio che il generale americano David Petraeus, alla guida dell'Isaf, ci ha fatto avere: un riconoscimento, ancora una volta, per "il coraggio" dei nostri combattenti».

La situazione sul terreno sta cambiando.

«In posti come Farah le operazioni antiterrorismo hanno liberato villaggi dalla morsa dei talebani, migliaia di abitanti sono potuti tornare in quei paesi. Questo ha reso quelle zone più pericolose, ciò mette le nostre forze combattenti direttamente allo scontro con i terroristi. C'è un paradosso».

Quale paradosso?

«Più si hanno successi e più è come il serpente a sonagli ferito: finché non l'hai ucciso cerca di morderti. Il nostro impegno combattente c'è sempre stato, ora emerge perché le dinamiche sul terreno hanno raggiunto grandi risultati. E' in atto una recrudescenza di quanti puntano a recuperare villaggi sottratti al loro controllo o conservarne altri».

Ignazio La Russa, ministro della Difesa, suo stesso partito, propone di «dotare i nostri aerei di bombe» e ammette che possono far morire civili afghani. Le sembra compatibile con l'articolo 11 della Costituzione, pur essendoci il precedente del Kosovo? E' un'intenzione del governo o propaganda per attenuare il colpo dell'aumento dei caduti?

«In una situazione cambiata, fermo restando che siamo in Afghanistan per difendere i civili è giusto che il Parlamento sia messo in grado di decidere, confermare ed eventualmente riconsiderare se noi si debba far ricorso a tutto il potenziale offensivo del quale disponiamo».

La Russa sostiene che chiedere il rientro dei soldati adesso è «sciacallaggio», ma aggiunge di volere che il ritiro «nel 2011 diventi realtà». Nel 2011 non doveva esserci l'inizio di una riduzione delle forze per poi arrivare a un ritiro a fine 2013, e neppure totale?

«Il 2011 deve essere l'anno di inizio del ritiro».

Intanto dieci dei 34 morti contati dallo Stato italiano in Afghanistan durante meno di un decennio sono persone uccise nel 2010. II numero sale.

«E' così, e vale per molti altri Paesi. Giorni fa sono caduti quattro tedeschi. Nell'isolare gli irriducibili, li si rende più pericolosi. Ma è una via obbligata».

Vi preparate a mandare altri 200 istruttori per le forze di sicurezza afghane, e a fine 2010 il contingente italiano deve raggiungere 3.970 unità. Dunque poi supererà le 4.000 persone?

«Sì. Nell'economia della missione, un formatore vale dieci soldati. Da qui al 2014 vedo una riduzione complessiva del contingente combattente, che è la stragrande maggioranza, e un mantenimento dei nostri formatori, i quali sono 500 e diventeranno 700».

Rimarranno dopo il 2014?

«Sono indispensabili per permettere il controllo del Paese da parte afghana. Come in Iraq: abbiamo lì decine di carabinieri, e ci hanno chiesto di addestrare la polizia petrolifera, l'unità speciale per presidiare i pozzi petroliferi».

L'Italia dei Valori si schiera per il «ritiro immediato», la Cgil lo rivendica «da ogni azione di guerra». Conta sul sostegno del Partito democratico alla missione anche se ci si addentrerà di più in clima elettorale?

«Un Pd che pensa di essere forza di governo dovrebbe trovare nella strategia che Onu e Nato stanno adottando ciò che a lungo aveva richiesto: una linea che sia anzitutto politica, non l'approccio di George W. Bush solo militare. Pier Luigi Bersani parla di riflessione sulla strategia di transizione per l'Afghanistan. E' ciò che avverrà a Roma, il 18 ottobre, con la riunione di 46 rappresentanti speciali per quel Paese. Ho un'idea per i 150 anni dell'unità d'Italia».

Quale idea?

«I nostri soldati combattono per la libertà nel mondo. Sono i garibaldini del XXI secolo. Nel 2011 vorrei un luogo e un giorno per ricordare tutti i caduti in missioni di pace. Lo adombra, vedo, anche Piero Fassino: può essere un momento di unità nazionale in nome di quest'aspetto dell'essere italiani».


Luogo:

Roma

Autore:

Maurizio Caprara

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