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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

11/10/2010


Dettaglio intervista

«I nostri ragazzi impegnati nelle missioni di pace sono i nuovi Mille, 150 anni dopo l'unità». II giorno dopo la morte dei tre alpini caduti in un agguato dei talebani in Afghanistan, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, precisa con più chiarezza il suo richiamo storico-risorgimentale.

Ministro, perché si sente di lanciare quest'analogia?

«Sono dell'idea che tutti i soldati impegnati nelle missioni di pace, in Afghanistan come in Libano, possono essere paragonati ai grandi uomini del nostro passato nazionale. Allora significava combattere per l'ideale unitario, oggi vuol dire contribuire con il proprio impegno alla sicurezza e alla pace internazionale. A rischio, oggi come allora, della propria vita».

Si aggancia alle celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia?

«Sì. Il 2011 sarà l'anno dei 150 anni unitari, ma saranno anche dieci anni dall'attentato alle Torri gemelle e dall'avvio della missione di pace in Afghanistan. L'occasione giusta per ricordare i nostri militari morti per la pace. Il tema resta la memoria. Si dovrebbe pensare ad una giornata del ricordo di tutti i giovani che hanno perso la vita nelle tante missioni in cui l'esercito italiano è stato impegnato in missioni di pace all'estero».

Anche lei, come fece Giovanni Spadolini nel 1983, pensa che queste missioni siano per l'Italia repubblicana come la guerra di Crimea per il Piemonte di Cavour: occasioni per acquisire credibilità internazionale?

«Senza dubbio. Spadolini lo affermava anche con la competenza dello storico. Io dico che queste missioni hanno qualificato l'Italia come Stato affidabile anche sul piano militare. Oggi tutti i nostri alleati della Nato ci rispettano e hanno grande considerazioni delle nostre competenze e professionalità».

Tra le opposizioni, ma anche in settori dell'opinione pubblica, però, si insiste a chiedere il ritiro immediato dei militari. Non sono troppi 34 soldati morti in Afghanistan?

«Chi chiede il ritiro immediato fa strumentalizzazioni politiche. La morte dei nostri ragazzi provoca giusta emozione e anima comprensibili reazioni emotive. Ma io dico che portare democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa, tenendo lontano il terrorismo internazionale dalle nostre città».

C'è chi dice: la democrazia non si esporta con le armi, se si uccide in Afghanistan significa che la gente non vuole i militari dell'occidente. È vero?

«La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari. Le armi servono solo a difendersi e ad assicurare la vita quotidiana. Sa cosa faceva il convoglio armato degli alpini assaltati sabato mattina?»

Lo spieghi, ministro.

«Stavano scortando un convoglio di viveri. Abbiamo liberato interi villaggi dai talebani. Villaggi lontani centinaia di chilometri dai centri delle nostre basi. Hanno bisogno di tutto: viveri, medicinali, acqua. Quel convoglio stava portando quelle cose, spostandosi in un deserto dove aggressioni e agguati sono nel conto. La scorta armata era necessaria. È un po' l'immagine delle diligenze scortate dalla cavalleria. E in questi casi la cavalleria sono i nostri militari».

Cosa c'entrano le bombe sui nostri aerei, come ipotizza il ministro La Russa: non bastano i blindati e le mitragliatrici?

«Bisogna essere chiari, per sgombrare il campo da strumentalizzazioni politiche che già avverto. In una situazione come quella che ho descritto, in quello scenario militare e territoriale, si pensa alla possibilità di armare meglio i nostri aerei da combattimento. Hanno ora solo mitragliatrici, le bombe potrebbero aumentare l'efficacia della loro azione di scorta ai convogli».

Non si rischia di colpire bersagli civili, di uccidere gente indifesa con i bombardamenti aerei?

«No, perché l'uso degli aerei con le bombe sarebbe circoscritto alla scorta a quei convogli, in quelle circostanze. Non è meglio poter controllare dall'alto le colonne di viveri, avendo la possibilità di colpire subito i talebani in caso di aggressioni? Ma mi rendo conto che sia una decisione politica e condivido quello che sostiene il ministro La Russa. Non si tratta di una scelta tecnica, ma politica. C'è bisogno di un ampio e approfondito dibattito parlamentare in cui ognuno deve assumersi le sue responsabilità».

Quando lo avvierete?

«Al più presto. Sono d'accordo con quello che dice Bersani: sull'Afghanistan ci vuole più partecipazione politica. Cominciamo a dimostrarlo nel delicato dibattito da avviare. Si tratta di attrezzarci meglio, per difendere quei villaggi diventati veri avamposti isolati. Nulla a che vedere con i bombardamenti indiscriminati sui civili».

Non crede che tanti giovani, soprattutto del sud, scelgano di partecipare alle missioni per motivi economici, in assenza di alternative di lavoro?

«Rifiuto questa lettura riduttiva. Incontro spesso i nostri militari nelle missioni, sono stato a Kabul a luglio. In loro, ci sono molte motivazioni ideali. Sanno che la loro opera è necessaria e utile per quei Paesi».

Eppure, a leggere alcuni sfoghi su Facebook con amici e familiari, si avverte in alcuni militari un senso di disagio e voglia di tornare a casa...

«Dopo azioni disagevoli, magari di più giorni, magari in pieno deserto, ci possono stare anche quegli sfoghi. Ma stia certo che, passato il momento di stanchezza, quei ragazzi ritrovano forza e volontà di continuare».

L'onorevole Pirovano della Lega dice che ci sono troppi meridionali negli alpini, estranei agli ideali e alla storia di quel corpo. Erano alpini gli ultimi giovani morti in Afghanistan. Che ne pensa?

«Dico che è una grande sciocchezza. Tutti i giovani meridionali negli alpini sono animati da profondo spirito di corpo, coscienti della sua grande storia. È un corpo dell'esercito nazionale».


Luogo:

Roma

Autore:

Gigi Di Fiore

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