Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

12/10/2010


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, "mi sono rotto dell'Afghanistan, non ci capisco nulla, che ci stiamo a fare?". Lo scriveva su Facebook uno dei soldati uccisi. Lo pensano molti italiani, di destra o di sinistra. Cosa ci stiamo a fare?

«I militari italiani che sono in Afghanistan sanno benissimo perché sono impegnati in quella missione. Dopodiché hanno tutto il diritto ad essere stanchi, a raccontare che hanno la sabbia anche nelle orecchie, dopo magari che nella polvere ci hanno passato un turno massacrante di 5 giorni. Ma noi del governo, noi della politica dobbiamo ripetere con chiarezza che i nostri militari sono lì innanzitutto per proteggere l'Italia, per evitare che i terroristi collegati ai gruppi presenti in Afghanistan e Pakistan possano arrivare fin qui, in Europa, a casa nostra. Poi l'Italia è in Afghanistan - anche con i militari - per proteggere il crescente sforzo di ricostruzione civile del paese. Per proteggere gli uomini e le donne del governo afgano e quelli della Cooperazione italiana e internazionale».

Ancora un attacco ai soldati italiani in Afghanistan, ancora polemiche sulle ragioni della missione, sulla capacità del governo italiano di orientarla in maniera corretta.

«Ma io non voglio entrare in polemiche, per esempio sulle bombe dei cacciabombardieri a questo punto dico che è una cosa che deciderà il Parlamento. Insisto, non voglio alimentare tensioni che lacerano la classe politica in questo momento di dolore. Alle famiglie dei nostri militari, che per me sono caduti da eroi, voglio confermare che un piano politico per l'Afghanistan c'è, che i loro cari non sono stati mandati allo sbaraglio, in una missione impossibile».

Questo è il problema: i morti si susseguono e nulla sembra cambiare in questa guerra.

«E' una crisi molto difficile, ma le cose si evolvono. Innanzitutto da mesi è mutato l'approccio degli Usa, della Nato e di tutta la comunità internazionale. Non si prova più ad usare soltanto lo strumento militare per vincere con le armi, si usano i militari per proteggere il governo di Kabul e i civili internazionali che ricostruiscono lo stato afgano».

Potrebbero volerci anni e anni.

«Ci vorrà ancora del tempo, ma Usa e Nato una strategia per la transizione, per passare le consegne agli afgani ce l'hanno. Anche l'Italia pensa al ritiro delle sue truppe, ma al tempo giusto e in totale coordinamento con gli alleati. Le prossime settimane saranno decisive per definire la nuova politica Nato: giovedì c'è una riunione dei ministri dell'Alleanza preparatoria del vertice di Lisbona di novembre. In Portogallo il tema sarà questo: capire quali criteri adottare per segnare la road map che ci porterà a trasferire il potere agli afgani. Quali priorità per individuare le province che progressivamente torneranno sotto controllo nazionale. Con un timing che inizia ad essere definito: estate 2011 per l'inizio graduale del ritiro, con l'intenzione di completarlo nel 2014».

Lei dice che i militari italiani proteggono il vostro lavoro civile. Cosa state facendo?

«Innanzitutto lavoriamo nel settore della giustizia: sta per partire un primo master di 10 mesi per giudici, procuratori, funzionari, avvocati, con le università di Perugia e Tor Vergata. Abbiamo scelto un format di 10 mesi, non poche settimane, per una formazione solida. Difendiamo poi il concetto secondo cui con la giustizia dobbiamo rafforzare anche i diritti delle donne: il procuratore donna di Herat è sostenuto con forza dai funzionari e anche dai militari italiani. Sosteniamo il pool di magistrate donna che si occupano dei delitti contro le afgane. Abbiamo aiutato la ricostruzione della ERTV, la tv educativa afgana: avevano una sede che era stata distrutta dalla guerra. E' stata ricostruita, abbiamo formato programmisti, tecnici, registi. Trasmetteranno in radio e anche in Tv per educare gli analfabeti, per formare i più giovani. E' un lungo lavoro, ma non è un lavoro inutile, e soprattutto non è un lavoro senza una strategia».

La settimana prossima a Roma ci sarà un vertice degli "inviati speciali" per l'Afghanistan.

«Ci saranno 45 inviati speciali, di cui 17 europei, e assieme a loro l'inviato dell'Onu de Mistura, il generale Petraeus, e anche un inviato iraniano, uno stato che da sempre l'Italia avrebbe voluto più coinvolto nella stabilizzazione dell'Afghanistan. Con umiltà voglio dire alle famiglie dei nostri soldati: ogni giorno l'Afghanistan è la priorità di ogni nostra azione in politica estera. I loro figli, mariti, fratelli non sono morti perché spediti a giocare inutilmente alla guerra in un deserto sperduto. Difendono un'idea di civiltà e di politica che vuole rafforzare pace e democrazia».


Luogo:

Roma

Autore:

Vincenzo Nigro

10822
 Valuta questo sito