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Governo Italiano

Dettaglio articolo

Data:

03/12/2010


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Nel pomeriggio di giovedì 2 dicembre viene presentato a Roma, nella sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede a Palazzo Borromeo, il volume Singolarissimo giornale. I 150 anni dell'«Osservatore Romano» (Torino, Umberto Allemandi & C., 2010, pagine 285, euro 30) curato dall'ambasciatore Antonio Zanardi Landi e dal nostro direttore. Alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, l'arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, rivolge un saluto a nome di Papa Benedetto XVI e del cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato. Intervengono inoltre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano, Gianni Letta, il presidente dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, l'ambasciatore Boris Biancheri, e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi.

Nel libro, attraverso dodici contributi, sono presentati alcuni aspetti della storia del nostro quotidiano che il prossimo 1° luglio compirà un secolo e mezzo di vita.

Singolarissimo giornale: così Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì nel 1961 «L'Osservatore Romano» in un celebre articolo scritto in occasione del centenario e dedicato alle difficoltà del quotidiano della Santa Sede: «Ma, a bene esaminare le cose, sono queste stesse difficoltà — scriveva il cardinale arcivescovo di Milano, che dal 1937 al 1954 aveva esercitato l'alta direzione sul foglio vaticano — che gli conferiscono tanta dignità nella funzione propria della stampa periodica, tanta autorità e tanta forza. Ne feci io stesso l'esperimento nel triste e drammatico periodo dell'ultima guerra, quando la stampa italiana era imbavagliata da una spietata censura e imbevuta di materiale artefatto. "L'Osservatore" ebbe allora una funzione meravigliosa, non già perché si fosse arrogato compiti nuovi e profittatori, ma perché continuò impavido il suo ufficio d'informatore onesto e libero. Avvenne come quando in una sala si spengono tutte le luci, e ne rimane accesa una sola: tutti gli sguardi si dirigono verso quella rimasta accesa; e per fortuna questa era la luce vaticana, la luce tranquilla e fiammante, alimentata da quella apostolica di Pietro. "L'Osservatore" apparve allora quello che, in sostanza, è sempre: un faro orientatore».

Il giornalista è condannato a scrivere per i contemporanei, non per i posteri. Compito di un giornale è quello di raccontare ai suoi lettori la quotidianità, consentendo loro di decifrare la complessità degli eventi. Sono regole che valgono anche per «L'Osservatore Romano». Ma i motti unicuique suum e non praevalebunt, impressi sotto la testata, indicano che il foglio ha ben altri orizzonti e ambizioni.

«L'Osservatore» è infatti molto di più di un giornale «romano». Il suo orizzonte è il mondo nella sua interezza, non limitato neanche a quello cattolico. Il racconto e la comprensione degli eventi hanno espresso negli anni una dimensione internazionale, che ha fatto del quotidiano vaticano una voce sempre moderna, mai datata.

Questa capacità di essere al passo con i tempi, talvolta un precursore di importanti tendenze internazionali, è stata la caratteristica del foglio sin dai suoi primi anni di vita, nel XIX secolo, quando ancora i partiti, i movimenti politici e i giornali italiani si differenziavano — e si coagulavano — su base regionale con un bacino di lettori molto limitato. Solo alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento iniziò a nascere un mercato editoriale nazionale in grado di rivolgersi all'intera penisola. Eppure, in quel clima di divisione politico-ideologica tra laici e cattolici, «L'Osservatore Romano» riuscì a rivolgersi a un pubblico diversificato, confermando quel respiro internazionale che lo rende diverso da altri organi di stampa del panorama editoriale italiano. Una finestra costantemente aperta sul mondo.

La vocazione internazionale è resa ancora più forte da quel particolare rapporto che lega Roma alle capitali mondiali. Un legame simbolico, culturale e religioso fortissimo che non si è mai attenuato, anche quando in Italia la democrazia è stata soppiantata dal regime fascista. Anzi, fu proprio in quel periodo che «L'Osservatore Romano» acquisì una grande visibilità internazionale e un particolare prestigio su scala mondiale.

Gli anni Trenta del Novecento rappresentarono una stagione straordinaria per «L'Osservatore Romano». Il giornale divenne un vero e proprio punto di riferimento per i giornalisti di tutto il mondo che seguivano le notizie e i commenti proposti dal quotidiano vaticano. Quest'ultimo, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, acquisì ancor più importanza perché a esso provenivano informazioni dagli ambienti diplomatici di tutti gli Stati accreditati presso la Santa Sede. Con l'avvio delle ostilità, le maglie della censura giornalistica si strinsero ulteriormente e la lettura dell'«Osservatore Romano» diventò un appuntamento indispensabile per chiunque volesse comprendere quello che stava accadendo nel mondo e non volesse subire la propaganda dei totalitarismi. Era il giornale di Guido Gonella, con la sua rubrica di informazione internazionale, «Acta diurna», e di Alcide De Gasperi, che allora lavorava come addetto della Biblioteca Vaticana in una sorta di esilio forzato, collaborando con «L'Illustrazione Vaticana».

«L'Osservatore» ha saputo essere anche anticonformista nei decenni della Guerra fredda, della decolonizzazione e della secolarizzazione. Tanta dignità, tanta autorità e tanta forza — per riprendere le parole usate dal cardinale Montini in un celebre articolo — anche nel suo essere scomodo, nel coraggio di demistificare le mode del momento. E nella sua innata propensione alla sperimentazione: primo, vero global newspaper nella storia del giornalismo, pubblicato in otto lingue e con le sue edizioni periodiche che raggiungono oltre centocinquanta Paesi. E’ il giornale che più di ogni altro, per intima vocazione, è riuscito a rappresentare con disincanto e fedeltà quella globalizzazione che tanti media inseguono con affanno quotidiano.

Internazionale per impostazione, per contenuti e per diffusione, «L'Osservatore Romano» ha raccontato le grandi trame di politica estera degli ultimi centocinquant'anni senza esimersi dal fornire giudizi politici e, soprattutto, senza rimanere imbavagliato in quella prospettiva provinciale e localistica che continua a contraddistinguere parte della stampa italiana.

Nessuna testata al mondo mette sistematicamente al primo posto l'informazione internazionale. Nessuna, tranne «L'Osservatore Romano». Ieri non poteva prescinderne chi voleva divincolarsi dai tentacoli di tante ideologie. Oggi non può farne a meno il professionista che, a qualsiasi titolo, necessiti di comprendere la realtà globale.

Non sorprende quindi l'elogio che nel 2008 il «Wall Street Journal» tributò all'audacia dell'attuale e modernissima linea editoriale dell'«Osservatore Romano». Piace leggere in quell'omaggio la razionale ammirazione di professionisti del ramo. Ciascuno nel suo alveo, ma dediti a esercitare con passione e competenza il difficile mestiere di avvicinare il mondo ai suoi cittadini. Unicuique suum, per l'appunto.


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini

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