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Governo Italiano

Dettaglio articolo

Data:

20/12/2010


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Caro direttore, il Medio Oriente è la regione del mondo che negli ultimi 10 anni, soprattutto dopo l'11 settembre, si è trasformata maggiormente. Una regione che si è allargata grazie alle crescenti interconnessioni tra Maghreb, Mashreq e Golfo; dove sono emersi nuovi attori regionali come la Turchia e l'Iran e si sono affacciate le potenze emergenti (Cina ed India); e dove la globalizzazione ha portato alla ribalta i Paesi del Golfo. Un'area complessa, fonte di instabilità ma anche con potenziali opportunità. La visione che il governo e la nostra diplomazia stanno portando avanti è basata su 4 pilastri principali: l'approccio «comprensivo» ai conflitti; l'economia; l'investimento sul capitale umano; l'integrazione regionale.

Il conflitto israelo-palestinese rimane al cuore dei problemi. La ripresa del negoziato, attraverso una soluzione pragmatica del problema degli insediamenti israeliani, non può attendere. Il protrarsi dello stallo attuale non farebbe che aumentare la sfiducia e i pregiudizi delle parti. Ho trovato, in occasione del mio recente viaggio in Israele e Palestina (incluso Gaza) una forte volontà di pace da parte dei governi e delle opinioni pubbliche, accompagnata tuttavia dal timore che il negoziato possa essere strumentalizzato, al loro interno, da attori politici che vedono in esso un segnale di debolezza e cedimento. C'è bisogno, mai come in questo momento, di coraggio da parte delle rispettive leadership. Ed è nostro compito, come comunità internazionale, dimostrare con nettezza che siamo dal lato delle scelte coraggiose. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che la soluzione del problema israelo-palestinese possa risolvere l'insieme dei problemi della stabilità nel Medio Oriente di oggi. C'è bisogno di agire contemporaneamente anche su altri tre principali binari: il Libano, l'Iraq e la Siria. La stabilità nella regione ha bisogno di un Libano sovrano e stabile. Il far piena chiarezza e giustizia sull'uccisione di Hariri attraverso il tribunale Speciale dell'Onu può contribuire alla stabilità, mentre l'impunità incoraggerebbe quelle forze che intendono destabilizzare il Paese. In Iraq sono fiducioso che entro l'anno potrà andare a buon fine il tentativo del Premier Al Maliki di dar vita ad un governo pienamente rappresentativo, un governo «degli iracheni e per tutti gli iracheni», che - come ho fatto presente a Baghdad pochi giorni fa - l'Italia sosterrà pienamente. C'è poi l'urgenza di resuscitare il «binario siriano», il negoziato Siria-Israele. La realizzazione di progressi concreti su tutti questi fronti aiuterebbe anche l'Iran a fare le scelte giuste. Teheran potrebbe rendersi conto che ha più da guadagnare dal vivere in contesto di stabilità, nel quale può essere rispettato e non temuto dai propri vicini. L'irruzione della Turchia nella regione, da alcuni temuta, può a mio avviso rappresentare un importante valore aggiunto. La normalizzazione dei rapporti tra Turchia ed Israele è però cruciale per far sì che Ankara possa svolgere con efficacia un ruolo di honest broker, a cominciare dalla ripresa del negoziato tra Gerusalemme e Damasco.

L'economia è anch'esso un fattore chiave di stabilizzazione. L'impatto della demografia e le prospettive economiche per le future generazioni saranno non meno decisivi delle frontiere nel determinare la futura stabilità del Grande Medio Oriente. La popolazione del Medio Oriente è più che raddoppiata negli ultimi decenni e se non si creeranno in futuro sufficienti opportunità economiche e di impiego per integrare le nuove generazioni nelle rispettive società ed economie non vi saranno accordi territoriali che terranno. È però anche vero che il quadro economico del Grande Medio Oriente resta fortemente differenziato, anche a causa della crisi economica globale che ha allargato il gap di competitività tra i Paesi del Golfo ed il resto del mondo arabo. L'Italia ha forti rapporti economici con tutti i Paesi dell'area. Abbiamo riattivato le Commissioni economiche miste con la maggior parte di questi paesi e ci accingiamo a farlo anche con l'Autorità palestinese. Vi sarebbe tuttavia bisogno anche di un'iniziativa multilaterale per ampliare le prospettive economiche della regione, affrontando in maniera olistica i diversi aspetti della crescita (infrastrutture, acqua, energia, ostacoli al commercio e agli investimenti).

Oltre all'economia, e strettamente ad essa legata, la chiave per la stabilità del Medio Oriente è l'investimento sul capitale umano. Migliorare la qualità della formazione in settori chiave quali il management e la pubblica amministrazione, inclusa la diplomazia, e i media i quali hanno un ruolo importante per consolidare nella regione la cultura del dialogo e della moderazione.

Infine, l'integrazione regionale. L'instabilità del Medio Oriente è legata anche alla sua frammentazione e «sotto-istituzionalizzazione». C'è bisogno in prospettiva di una cornice di dialogo regionale, inclusiva, che coinvolga tutti gli attori dell'area, fondata sul comune riconoscimento dei benefici dell'integrazione economica e della trans nazionalità delle minacce alla sicurezza. Una prospettiva, che dovrà emergere spontaneamente nella regione, ma che la comunità internazionale può e deve incoraggiare, pur senza cercare di imporre modelli.

La stabilità del Medio Oriente dipenderà anche dall'impegno concreto dell'Europa. C'è nella regione una forte domanda di Europa, accompagnata da un diffuso scetticismo circa la capacità di quest'ultima di poter giocare un ruolo incisivo. Sta all'Europa smentire questo scetticismo. È in gioco non solo la stabilità del Medio Oriente, ma anche il futuro dell'Europa stessa. Un'Europa incapace di proiettarsi verso Sud, verso quest'area ponte tra l'Occidente e i grandi mercati asiatici, sarebbe destinata ad un ruolo marginale nel mondo globale.


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini

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