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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

09/01/2011


Dettaglio intervista

Il governo Berlusconi non ritiene di aver alcuna responsabilità sul caso Battisti. Ha fatto tutto quel che era nei suoi poteri. E se una colpa va rintracciata, è quella di non aver promosso una riflessione pubblica su quel che davvero sono stati gli anni di piombo in Italia, ma è una «colpa» da ascrivere a tutta la politica del nostro Paese. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, difende l'operato suo e dell'esecutivo, dopo il richiamo del presidente Napolitano. E chiama in causa semmai le responsabilità dei governi francesi che hanno preceduto Sarkozy. Adesso, se anche il Tribunale supremo brasiliano darà ragione a Lula, l'Italia ricorrerà all'Aja.

Ministro, cosa è mancato alla nostra politica per «trasmettere il senso di ciò che accadde negli anni del terrorismo», come lamenta il capo dello Stato?

«E mancato qualcosa, è vero. È stata una lacuna della politica italiana nel suo complesso, non certo riconducibile agli ultimi tre anni. Abbiamo purtroppo evitato di aprire una riflessione pubblica, approfondita e critica, sugli anni di piombo. Non abbiamo messo in luce a sufficienza ciò che oggi rivendichiamo con forza: e cioè che i cosiddetti combattenti di allora, dai Settanta fino agli omicidi Biagi e D'Antona, combattevano contro il sistema democratico, non contro una dittatura. Le sentenze di condanna ci sono state, ma non abbiamo chiarito come necessario che quelli erano e sono assassini. Se qualcuno in Brasile pensa di convincerci che Battisti si è battuto per la libertà o per una causa giusta, si sbaglia di grosso. È un delinquente, un assassino che per altro ha rivendicato i suoi omicidi».

Solo questo? Il presidente della Repubblica, con implicito riferimento al caso Battisti, sembra chiamare in causa un ruolo del governo.

«Il presidente non chiama in causa il nostro esecutivo, che è in carica dal 2008, ma l'incapacità dell'Italia nel rendere pubblico un dibattito serio sul terrorismo, ma questo è un problema più generale».

Lei dunque esclude delle responsabilità della Farnesina o di Palazzo Chigi nella gestione del caso? Il premier Berlusconi, ad esempio, ne aveva parlato con l'allora presidente Lula?

«Noi ci siamo sempre mossi considerando questo un caso di giustizia. Sostenendo che non poteva essere concesso l'asilo politico: il Tribunale supremo brasiliano ha accoltola tesi e abbiamo vinto. Abbiamo insistito per l'estradizione e lo stesso Tribunale lo ha dichiarato estradabile».

Cosa non ha funzionato allora?

«Il fatto che alla fine è sopravvenuta una decisione politica del presidente Lula, nell'ultimo giorno del suo mandato, che ha avuto una forte caratterizzazione ideologica».

Che farete se a febbraio anche il Tribunale supremo di Brasilia dovesse escludere l'estradizione?

«Confidiamo intanto sul fatto che ciò non accada. Riteniamo che un paese come il Brasile, che spera di diventare membro permanente dell'Onu, non desideri essere trascinato davanti al tribunale internazionale dell'Aja. Perché è la via estrema che siamo pronti a intraprendere».

Confidate nell'aiuto dell'Europa?

«La voce dell'Europa in questa vicenda è proprio mancata. Stiamo riflettendo sull'opportunità di sollecitare un intervento. Ho parlato col commissario Ue competente, Viviane Reding, e mi ha assicurato che studierà il caso in maniera approfondita».

Il presidente Napolitano lamenta anche il fatto che non siamo riusciti a far comprendere il peso del nostro terrorismo a paesi amici e vicini. Il riferimento sembra alla Francia.

«Beh, la Francia ha dato un esempio pessimo negli anni scorsi, quelli della dottrina Mitterand, in virtù della quale terroristi come Battisti hanno trovato ricovero e protezione Oltralpe. Lui come altri capi di organizzazioni terroristiche quando non delinquenti ammantati da pseudo ideologie. Pensiamo alla terrorista Marina Petrella, rifugiatasi anche lei in Francia, e che il governo di allora non volle estradare».


Luogo:

Roma

Autore:

Carmelo Lopapa

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