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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

27/02/2011


Dettaglio intervista

Al Consiglio Onu per i diritti umani domani a Ginevra l'Italia chiederà l'avvio di un'inchiesta perché la comunità internazionale sappia quanto accade in Libia, anche nella prospettiva di un'azione penale da parte del Tribunale penale dell'Aja. Ne parla con il Mattino il ministro degli Esteri Franco Frattini, mentre si ragiona sulle sanzioni e sulle possibili iniziative da mettere in campo a favore del popolo libico.

Ministro, cosa si sono detti Ban Ki-Moon e Silvio Berlusconi?

«Hanno avuto uno scambio di valutazioni sulla crisi libica. L'altro giorno le conversazioni con Obama e Cameron, ieri con il segretario generale dell'Onu: la comunità internazionale riconosce all'Italia un bagaglio specifico di conoscenze e di radicamento per il quale decide di coinvolgerci direttamente. D'altronde è sotto gli occhi di tutti lo sforzo prodotto per il rimpatrio non solo di tanti italiani, ma anche di cittadini europei ed extraeuropei. Così dovrà essere anche per il ritorno della stabilità in quel Paese».

Qual è la situazione al momento?

«Sappiamo di forme di autogoverno e di comitati municipali a Bengasi ed in altre zone. Di certo c'è la percezione di un crescente isolamento di Gheddafi, perché quando si arriva a dire che chi non lo ama merita di morire significa che si è in una situazione di estrema debolezza. E sono note defezioni nel gruppo dirigente e nella sua stessa famiglia».

Qual è il livello dello scontro?

«La guerra civile va avanti in modo spietato. Al fianco dei miliziani di Gheddafi ci sono anche gruppi di mercenari, in gran parte provenienti da Paesi centrafricani, i quali mietono il terrore con raid casa per casa. Sono crimini contro l'umanità».

Ci sono anche mercenari italiani?

«Se n'è parlato. Ma è una notizia falsa e oltraggiosa: se fosse vera io sarei il primo a ripudiare questi uomini e a chiedere che siano sottoposti al tribunale internazionale. La verità è che la notizia non risulta né agli osservatori, né alla nostra intelligence, né ai giornalisti».

Cosa fa la comunità internazionale?

«Mentre completiamo la fase di rimpatrio (siamo a quota 1400 dopo l'operazione condotta con la San Giorgio), va maturando un consenso tra i Paesi europei su alcune misure».

Quali?

«Si è ragionato su sanzioni anche personali, sul divieto di circolazione dei membri della famiglia di Gheddafi in Europa, la Francia ha messo sotto controllo i beni conservati in quel Paese».

Sarà attuata la no fly zone?

«Molti ne parlano, ma senza capire che si tratta di una misura particolare, perché comporta l'impegno di tanti Paesi con le rispettive forze armate: lì c'è da considerare l'invio di aerei che in alcuni casi sono chiamati a intervenire, sparando e bombardando. Sarà il Consiglio di sicurezza Onu a decidere. L'Italia lo ha fatto per la crisi nei Balcani. Ed è stato giusto farlo».

Altre misure?

«Stiamo riflettendo sulla necessità di un'inchiesta internazionale su quanto sta avvenendo e una missione ispettiva dell'Onu. Ne abbiamo discusso con Germania, Inghilterra e Olanda. Ne riparleremo domani a Ginevra al consiglio Onu dei diritti umani. C'è poi l'aspetto umanitario: l'Italia ha già offerto solidarietà, siamo intervenuti nei confronti di un gruppo di rifugiati eritrei. Invitiamo gli altri a fare altrettanto».

Un giudizio su quanto accade?

«Il popolo libico sta soffrendo molto. Noi siamo con loro. Perché non si può avere indulgenza per chi spara contro il proprio popolo».

Le risultano collegamenti tra terroristi e rivoltosi?

«Conosco la rivendicazione sul sito di Al Qaeda Maghreb. Ricordo la forte presenza di islamisti radicali in Cirenaica. Ma io sono convinto che chi oggi in Libia chiede la libertà non accetti la solidarietà di Al Qaeda».

È un rischio che ritiene di poter scongiurare anche nel futuro?

«Il popolo libico sceglierà liberamente il proprio futuro e noi possiamo solo aiutare dall'esterno per quanto possiamo (così come facciamo per Tunisia e Egitto), ma io non credo che i libici si orienteranno verso l'islamismo radicale».

Casini afferma che Gheddafi andrà giudicato dal tribunale internazionale. Lei che ne pensa?

«Questa è una delle opzioni. Anche per questo insisto sulla necessità di un'inchiesta Onu: è quanto accaduto per il presidente del Sudan. Prima si raccolgono elementi. Poi è il procuratore che nella sua autonomia fa scattare l'inchiesta».


Luogo:

Roma

Autore:

Corrado Castiglione

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