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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

03/03/2011


Dettaglio intervista

«Adesso i codardi di quell'Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solo il sangue degli attentati». Non ha usato il linguaggio felpato della diplomazia il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nell'esprimere la più ferma condanna per l'uccisione di Shahbaz Bhatti. «Un simbolo della libertà religiosa che ha pagato con la vita», lo definisce il titolare della Farnesina, che conosceva personalmente il collega pachistano.

Signor ministro, a chi si riferisce quando parla di codardi dell'Europa?

«Penso a coloro sempre molto attenti al politically correct, fino al punto di non utilizzare mai, in un documento ufficiale, le parole "cristiani perseguitati". La ritengo una codardia politica che oggi, di fronte ad un nuovo martire, è ancor più scandalosa».

Che ricordo ha del ministro Bhatti?

«Era una persona coraggiosa, che ho conosciuto in un momento particolarmente difficile per la vita del suo Paese. Lo incontrai a Roma lo scorso settembre e poi lo rividi a novembre ad Islamabad, quando eravamo tutti in ansia per la condanna a morte che pende sul capo di Asia Bibi. Nel suo ufficio, piccolo e modesto, mi presentò i leader delle varie minoranze religiose, non solo di quella cristiana cui apparteneva. E mi fece una confidenza che adesso posso svelare».

Di cosa si trattava?

«Mi disse che i suoi avversari stavano cercando di togliere i fondi al ministero per le Minoranze religiose, un modo per ridurlo all'insignificanza e, quindi, alla chiusura. E mi chiese d'aiutarlo a far conoscere il suo lavoro nella comunità internazionale. Solo così avrebbe potuto salvare il suo ministero».

Nel comunicato emesso dalla Farnesina subito dopo l'uccisione del ministro Bhatti, si chiede alle autorità pachistane di far luce sull'assassinio e di confermare l'impegno a difendere la minoranza cristiana. Finora un impegno abbastanza scarso, non crede?

«Il fatto che il presidente pachistano Zardari avesse riconfermato Bhatti nel recente rimpasto di governo è stato un segnale importante. Adesso deve compiere un passo in più, andando fino in fondo nel perseguire i responsabili di un delitto così atroce».

La legge sulla blasfemia non è stata cambiata...

«Lo stesso ministro Bhatti era consapevole che questa legge, nella situazione politica interna, non si può abrogare. Lui proponeva delle modifiche che ne impedissero un'applicazione arbitraria ed assurda. La comunità internazionale deve continuare a fare pressioni perché la legge sulla blasfemia non sia più un'arma di ricatto nei confronti delle minoranze, uno strumento per condannare a morte i cristiani come Asia Bibi. Nel suo caso la condanna è stata congelata, ma noi chiediamo la sua definitiva assoluzione».

L'Unione europea ha finalmente adottato un testo in difesa della libertà religiosa nel mondo, ma nel documento non si fa alcun cenno a misure concrete nei confronti di quei Paesi dove le minoranze religiose sono perseguitate...

«Non c'è stato quel coraggio politico. Abbiamo però chiesto all'Alto Rappresentante della politica estera della Ue,la signora Ashton, di riferire quanto prima al Consiglio su un piano d'azione a tutela della libertà religiosa. Ed io sarò molto attento alla sua relazione. L'Europa può e deve fare di più. Come abbiamo fatto per Sakineh e per Asia Bibi, io credo che la foto di Shahbaz Bhatti dovrebbe campeggiare sulla facciata di qualche palazzo delle nostre istituzioni, a ricordare una grande battaglia di libertà con i suoi eroi ed i suoi martiri».

Signor ministro, la crisi libica ci trova in prima linea. Non prova un po' d'imbarazzo nel condannare adesso un personaggio come Gheddafi che è sempre stato considerato un partner privilegiato, accolto con tutti gli onori dal governo italiano?

«Guardi, è lo stesso imbarazzo che dovrebbero provare tanti leader del mondo. Dai britannici che hanno riconsegnato a Tripoli il terrorista della strage di Lockerbie, al presidente francese che ha ospitato Gheddafi per cinque giorni a Parigi, a tutti coloro che avevano votato a favore della Libia come membro della Commissione Onu per i diritti umani. Quel che conta è che oggi l'Italia, insieme con la stragrande maggioranza degli Stati del mondo, non vuol avere più niente a che fare con Gheddafi».

Che cosa intende fare il nostro governo?

«Abbiamo deciso due importanti missioni umanitarie. La prima, su richiesta dell'Egitto e della Tunisia, prevede l'aiuto a circa 60mila egiziani che lavoravano in Libia ed ora sono fuggiti in Tunisia. Ci è stato chiesto di assisterli e di fare in modo che possano rientrare in patria sani e salvi. La seconda missione umanitaria si dirigerà in Cirenaica portando cibo e medicinali a una popolazione stremata».

Che cosa pensa di un eventuale intervento militare dall'esterno?

«È un'ipotesi che ha già sollevato le perplessità della Lega Araba. Escludo categoricamente che l'Italia possa partecipare ad un'azione militare in Libia, per ovvi motivi legati al nostro passato coloniale. Al massimo, potremmo dare la disponibilità logistica delle nostre basi, ma anche in questo caso occorre un chiaro mandato internazionale dell'Onu. E, comunque, qualsiasi tipo d'azione deve tener presente il delicato contesto politico e culturale del mondo arabo».


Luogo:

Roma

Autore:

Luigi Geninazzi

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