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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

04/04/2011


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, la Tunisia ha negato di avere accordi con l'Italia. Eppure sull'immigrazione esiste un Trattato stipulato nel 1998 dal governo Prodi, quando al Viminale c'era Giorgio Napolitano, e lei e il ministro dell'Interno Maroni lo scorso 25 marzo a Tunisi lo avete rinnovato, con tanto di note scritte. Il punto della contesa è che l'Italia vorrebbe respingere in massa i migranti, mentre Tunisi si rifiuta, sulla base dei diritti fondamentali dell'uomo, delle normative europee e di quello stesso Trattato?

«C'è una differenza non da poco: noi non vogliamo attuare respingimenti, ma rimpatri. Quella che è in atto dalla Tunisia è un'emigrazione economica di massa, nella maggioranza dei casi non si tratta di rifugiati, di casi soggetti a direttiva europea, e che l'Italia è pronta ad accogliere. Maroni ed io siamo andati a Tunisi proprio per dire al governo provvisorio che l'Italia è stata il primo Paese ad appoggiare la "rivoluzione dei gelsomini", il primo a offrire aiuti, ma la Tunisia deve comprendere che non possiamo assorbire flussi abnormi di immigrati. Abbiamo bisogno di rimpatriare i tunisini, e non più a gruppi di 3 o 4».

Silvio Berlusconi cosa chiederà ai tunisini?

«Si tratta di aiutare un governo provvisorio a prendere decisioni difficili. Confermerà personalmente l'impegno italiano, una linea di credito di 150 milioni di euro per aiutare i giovani a sviluppare microcredito, artigianato, commercio, piccole attività che allevino la disoccupazione, che è a un tasso del 30 per cento, e aiutino l'economia a ripartire. Con la rivoluzione la Tunisia ha perso tra i 4 e i 5 miliardi di dollari».

Ministro, la crescita economica di un Paese dipende dalla sua forza-lavoro, e la politica sull'immigrazione dell'Italia guarda invece in direzione opposta. Molti di questi giovani tunisini sono laureati, e infatti per loro l'Italia è solo di passaggio, puntano alle capitali europee.

«Questo è proprio il terzo capitolo del nostro pacchetto, aiuti mirati alla forza-lavoro: master universitari e corsi di formazione, in Italia e in loco. Ma vanno programmati, non possono certo partire sotto la pressione di un'ondata di 20 mila migranti».

La Francia ha chiuso le frontiere, l'Europa ha ricordato che è contrario al Trattato di Schengen, e il premier Fillon ha assicurato collaborazione. Come va con Parigi? Brucia ancora l'esclusione dell'Italia dalla videoconferenza di Obama con Sarkozy, Merkel e Cameron?

«Noi pensiamo che quando parla un primo ministro, i fatti seguiranno. Perché anche Schengen permette di attuare controlli, nonostante le frontiere siano aperte ci sono stati casi in cui la gendarmerie è andata a recuperare uno per uno i migranti portati su per le montagne dai passeur, per questo Berlusconi ha posto il problema al presidente Barroso. Quanto alla videoconferenza, quello che conta sono i fatti e non gli atti simbolici. Berlusconi ha parlato con Cameron, con Sarkozy, io sono in costante contatto con tutti i miei colleghi, e ci sarà un nuovo vertice. Soprattutto, l'Italia ha un profondo radicamento in Libia, anche di intelligence. Abbiamo il comando della missione navale Nato e la leadership degli interventi umanitari. E stretti rapporti con il Consiglio di Transizione di Bengasi, che ci ha garantito il rispetto dei contratti previsti dal Trattato italo-libico».

A proposito del Consiglio di Bengasi, lo ritenete affidabile? II Wall Street Journal sostiene che è infiltrato da Al Qaeda.

«Non ci sarà nessun califfato in Libia. Abbiamo effettuato un monitoraggio molto attento, e nel primo colloquio il presidente Jalil mi disse subito che stavano sradicando i tentativi di collegamento con il radicalismo islamico. Ho incontrato anche Jabril, oggi vedo Ali al Isawi: quello che mi ha colpito in questi rappresentanti del Consiglio è il tratto di laicità. Del resto, anche i Fratelli musulmani di Libia son ben diversi da quelli d'Egitto».

Le immagini di Lampedusa assediata e dei migranti che scappavano dalle gabbie di Manduria gridando «libertà» non hanno fatto onore all'Italia. Il Presidente della Repubblica ha detto che si sarebbero dovuti intensificare gli sforzi, e prepararsi per tempo. L'effetto-apocalisse è stato voluto dalla Lega?

«E che interesse avrebbe avuto Maroni, che poi ha dovuto gestire la situazione? Quella di Lampedusa era delicata e insostenibile, come hanno detto Napolitano e Berlusconi. Ma tutti danno atto all'Italia del senso di accoglienza e umanità».

E dunque perché non applicare il permesso temporaneo, previsto all'articolo 20 dalla legge Bossi-Fini?

«Perché prima dobbiamo chiudere il rubinetto. Se lo annunciassimo adesso, l'Italia diventerebbe il corridoio per Parigi, Londra, Berlino. Di 20 mila immigrati tunisini 18 mila finirebbero in Francia. Noi crediamo nella politica di immigrazione europea sempre. Dall'Europa vogliamo solidarietà, e dunque all'Europa diamo solidarietà».


Luogo:

Roma

Autore:

Antonella Rampino

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