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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

24/04/2011


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, tra Italia e Francia si è sfiorato l'incidente diplomatico per la chiusura di mezza giornata della frontiera di Ventimiglia. E Parigi ha fatto poi trapelare di essere tentata dalla sospensione del Trattato di Schengen sulla libera circolazione anche se poi ha smentito. E' in vista una pacificazione al vertice bilaterale di Roma di martedì?

«Ci sono state divergenze, che per due paesi come i nostri non devono e non possono esserci. Il nostro interesse che è i problemi siano affrontati in chiave europea, e non come delle contrapposizioni nazionali. Non possono esserci divergenze sui principi fondanti».

Ma qualcosa è successo, ed è arrivata dopo settimane di braccio di ferro sui respingimenti dei migranti alla frontiera.

«Problemi che riteniamo ricomposti, e che hanno visto da parte mia una protesta formale. La verità è che su questo tema c'è stata una grande strumentalizzazione in chiave di politica interna, e l'opposizione ci ha sguazzato dentro invece di guardare all'interesse nazionale. Il paradosso era che l'opposizione in Francia dava ragione all'Italia, e quella italiana alla Francia».

Ora bisogna uscirne con qualcosa di concreto perché non si ripetano questi fatti, che poi coinvolgono persone in difficoltà, oltre che governi.

«Se non fosse scoppiato questo problema probabilmente non lo avremmo affrontato come stiamo facendo. Al vertice di Roma i presidenti Berlusconi e Sarkozy faranno una dichiarazione comune diretta alle istituzioni e ai paesi europei che affronti i temi reali di aiuti ai paesi Ue interessati più direttamente ai problemi migratori, ma anche i paesi di origine dei flussi, quindi per esempio Egitto e Tunisia, e la Libia quando sarà avviato un processo democratico».

Anche voi chiedere quindi una modifica del Trattato di Schengen, come hanno fatto i francesi?

«Non si mette in discussione il principio di libera circolazione, che è uno dei due assi portanti dell'Europa, insieme all'euro. Ma quello di analizzare come questo strumento sia da adattare ai tempi e al mondo che cambia rapidamente. Insomma, un tagliando. Nessuno, neppure la Francia vuole picconare il trattato. Del resto è stato fatto anche all'euro, quando è cambiato il patto di stabilità e crescita».

Poi servono politiche di accompagnamento a questa nuova visione della libera circolazione. Cosa proporrà a vertice di martedì a Villa Madama?

«Degli strumenti di aiuto concreti. Andrebbe approvata la proposta che porterebbe la Bei a varare finanziamenti a lungo termine per 10 miliardi di euro a favore dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. A in parallelo avviare la costituzione della Banca Mediterranea, idea che era stata accantonata, e dedicarla allo sviluppo delle piccole imprese, segmento su cui l'Italia ha la massima expertise al mondo.

Progetti a lungo termine, ma servono anche azioni nell'immediato. Per esempio il rafforzamento di Frontex, l'agenzia che si occupa di coordinare le azioni sulle frontiere esterne.

«Certo, ma non solo. Si deve dare una omogeneità e maggiore efficace alla disciplina dei rimpatri comuni, eppoi c'è il tema dell'asilo. Non c'è una lista comune Ue sui paesi i cui cittadini migranti hanno diritto allo status di rifugiato politico. Io da commissario europeo avevo stilato una lista e preparato tutto il dossier, ma nessuno lo ha poi fatto approvare».

Le modifiche a Schengen troveranno l'opposizione dei paesi del nord, che non hanno alcun interesse a partecipare?

«Ma è necessario che vi siano delle nuove prospettive. Tutti i trattati invecchiano, inevitabilmente. Chi poteva pensare solo due anni fa che crollava un mondo, quello fatto di dittature che - diciamocelo senza pudori - ci facevano comodo. E cascato il muro di Berlino del nord Africa, e il quadro su cui questi trattati, e penso anche a quello di Lisbona, sono stati scritti è radicalmente mutato».

Una rivoluzione verso cui l'Italia è in prima linea.

«Pensiamo solo ai fondi di coesione Ue, tema apparentemente tecnico ma si valore enorme. Per una regione, penso per esempio alla Sicilia: essere l'approdo di migranti comporta uno sforzo e dei disagi di cui, nei parametri per ricevere gli aiuti europei, non c'è traccia. La battaglia dell'Italia deve essere ora quella di riconoscere a queste regioni - che sono anche :n Francia, in Spagna, Grecia, Cipro, Malta, insomma la frontiera sud, una specificità, che tradotta significa una condizione di oggettivo svantaggio. Mi impegno come governo a porre seriamente il problema nella rinegoziazione dei fondi per il periodo 2014-2020».

Ma con la Francia non c'è solo il contenzioso sull'immigrazione: anche i dossier economici hanno vivacizzato i rapporti, con la legislazione anti-scalate mirata nell'immediato alla difesa di Parmalat.

«Si è distinto le operazioni di acquisizione francesi all'interno delle condizioni di mercato da quelle che ponevano dei dubbi su questo fronte, e il governo ha agito di conseguenza. Ma anche questo è un tema che è stato chiarito».

Poi con Parigi c'è una diverso approccio sulla missione in Libia: noi non partecipiamo ai raid, nonostante le richieste di Nato e Usa, oltre che dei ribelli del Cnt.

«C'è con la Francia e la Gran Bretagna piena condivisione, e lo dimostra l'invio congiunto di istruttori».

E gli Stati Uniti? Ieri hanno mandato i droni a bombardare, segnale di ripresa della partecipazione attiva ai bombardamenti?

«Anche la decisione degli americani è un fatto importante che conferma la volontà di voler risolvere il dramma libico, ma la soluzione non deve né può essere solo militare, anche se quel fronte arrivano notizie positive, specie da Misurata dove si registra il ritiro delle truppe di Gheddafi. Soprattutto serve una soluzione politica che porti rapidamente a libere elezioni e alla riconciliazione nazionale, senza Gheddafi né i suoi, per cui l'esilio resta per noi la via migliore di uscita di scena».

Alla riunione del gruppo di contatto del 5 maggio (era inizialmente stata fissata il 2, poi è slittata, ndr) solleverà anche la questione dello scongelamento dei beni degli enti libici all'estero per dare mezzi al Cnt?

«Ci stiamo lavorando, su due fronti. Quello politico prevede un accordo tra tutti i paesi, per permettere non solo lo scongela-mento di questi fondi, che non sono di Gheddafi ma del popolo libico, ma anche la vendita del petrolio. Una volta raggiunto l'accordo a quel punto sarebbe compito del Comitato sanzioni dell'Onu fare il passaggio tecnico per permettere l'utilizzo di questi beni senza violare l'embargo. Ma alla riunione del gruppo chiederemo che il coordinamento delle azioni politiche e diplomatiche verso il Cnt avvenga sotto l'ombrello dell'Onu, altrimenti si rischia una confusione di ruoli e l'accavallarsi di contatti e iniziative scarsamente efficaci e dispersive».

Però il nostro interesse è quello di avere una presa "diretta" sul Cnt, visto quello che è in gioco per l'Italia specie sul fronte energetico.

«Ma noi abbiamo già un rapporto privilegiato con il Comitato, e la visita a Roma dei giorni scorsi del presidente Jalil dal capo dello Stato Giorgio Napolitano e dal premier Berlusconi lo conferma. È stata una visita unica».

Ma le nostre imprese sono presenti a Bengasi per gettare le basi future?

«È presente l'Italia, nel suo insieme. Abbiamo mandato un team di tecnici per ripristinare l'aeroporto della città, diamo sostegno per l'attivazione di impianti ospedalieri, stiamo evacuando i feriti , ci sono i medici di Emergency. Eppoi c'è il nostro consolato».

A proposito, si parla di una sua imminente visita a Bengasi, dove peraltro ha annunciato andrà il presidente francese Sarkozy.

«Confermo, andrò a breve, probabilmente per inaugurare proprio il nostro consolato».


Luogo:

Roma

Autore:

di Carlo Marroni

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