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Governo Italiano

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Data:

05/05/2011


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Caro direttore, perché siamo intervenuti in Libia e quali sono i capisaldi della nostra azione comune? Siamo intervenuti perché quando un governo non solo non riesce a proteggere il proprio popolo, ma è addirittura l'artefice della repressione violenta contro di esso, è la comunità internazionale che ha la «responsabilità di proteggere». L'intervento della coalizione internazionale è servito a contenere, ma non ancora purtroppo a fermare del tutto il massacro di civili portato avanti da Gheddafi con l'uso di bombe a grappolo, artiglieria pesante, mercenari, cecchini, e con tutti i mezzi possibili in palese violazione del diritto umanitario. Un massacro di fronte al quale non potevamo chiudere gli occhi. Le immagini drammatiche di Misurata, città-martire, toccano profondamente le nostre coscienze. Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra civile, ma è la resistenza del popolo libico contro l'aggressione dell'esercito personale del suo leader. Una resistenza che è nostro dovere morale sostenere in tutti i modi per dare alla popolazione libica una speranza: la speranza di poter vivere in un Paese libero, democratico, unito ed in grado di sfruttare le ricchezze di cui dispone a vantaggio di tutti, anziché di pochi. Queste considerazioni sono state sin dall'inizio condivise dall'intera comunità internazionale. Quest'unità di intenti ha consentito l'adozione delle Risoluzioni delle Nazioni Unite, la 1970 e la 1973, che ispirano la nostra azione e la creazione di un'ampia coalizione internazionale rappresentata dal Gruppo di Contatto Internazionale, che si riunisce oggi per la seconda volta a Roma La nostra strategia è chiara: stiamo lavorando per una soluzione politica della crisi. II futuro della Libia può essere deciso solo dalla stessa popolazione libica, attraverso l'avvio di un processo di riconciliazione interna inclusivo, che coinvolga tutte le componenti della società. Ma è evidente che l'avvio di tale processo richiede la cessazione delle violenze, un cessate il fuoco che per essere credibile presuppone la partenza di Gheddafi. La pressione militare della comunità internazionale — attraverso la Nato —, diplomatica — attraverso l'isolamento politico del regime di Tripoli , ed economica — attraverso le sanzioni decise dalle Nazioni Unite — serve esattamente a questo scopo: a creare le condizioni per un cessate il fuoco che garantisca l'incolumità della popolazione e per far ripartire, senza Gheddafi, un processo politico gestito autonomamente dai libici stessi. Italia e Qatar hanno riconosciuto il Comitato Nazionale Transitorio come unico legittimo rappresentante del popolo libico e interlocutore politico. II Comitato è seriamente impegnato nella creazione di una Libia libera, democratica ed unita, rispettosa degli impegni internazionali ed impegnata nella lotta contro le minacce alla sicurezza, inclusa l'immigrazione clandestina Perciò crediamo che l'isolamento di Gheddafi vada accompagnato al pieno e concreto sostegno al Comitato da parte del Gruppo Internazionale di Contatto. II Comitato va aiutato a sopravvivere, innanzitutto attraverso la creazione di un meccanismo finanziario che possa consentire, con criteri di legalità e trasparenza, l'afflusso di risorse necessarie al suo funzionamento. È altrettanto necessario studiare il modo per far sì che il Comitato possa disporre almeno in parte degli assetti finanziari che sono stati congelati nel quadro delle sanzioni contro il regime di Tripoli: questi assetti non appartengono a Gheddafi, ma al popolo libico, e sarebbe paradossale che il Comitato non potesse disporne, in un quadro di legalità garantito dalle Nazioni Unite, per soddisfare i bisogni umanitari primari. Ciò aiuterebbe ad alleviare la sofferenza della popolazione e completerebbe gli interventi umanitari della comunità internazionale la cui efficacia risulterebbe peraltro migliorata se vi fosse un ruolo di coordinamento più forte delle Nazioni Unite. Quella che stiamo conducendo in Libia è una missione per proteggere i diritti del popolo libico. Avremo successo se, come comunità internazionale, manterremo forte la nostra determinazione e coesione.

* Primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar


Luogo:

Roma

Autore:

di Franco Frattini e Hamad bin Jassem bin Jabr Al-Thani*

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