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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

23/08/2011


Dettaglio intervista

«Gheddafi va catturato vivo, sappiamo che si rifugia nei sotterranei dell'ospedale, ma deve essere processato dal Tribunale dell'Aja. Ciò non esclude che anche un tribunale libico possa giudicarlo, dal momento che non deve rispondere soltanto di crimini contro l'umanità». Franco Frattini, ministro degli Esteri, spiega come l'Italia, che per anni è stata partner commerciale privilegiato di Tripoli, vuole tornare ad assumere un ruolo da protagonista nella transizione che si augura rapida e pacifica. L'Eni sta già riattivando gli impianti. E il nostro Paese aiuterà Tripoli nell'arduo compito della ricostruzione verso la democrazia tracciata dal presidente Abdel Jalil.

Ormai si parla di resa condizioni per il regime di Gheddafi. È così ministro?

«Sono stato impegnato tutto il pomeriggio proprio in una conference-call del gruppo ristretto che si occupa di Libia. C'era anche Hillary Clinton tra i tanti ministri degli Esteri, fra cui quelli di Francia, Germania, Qatar, Emirati Arabi. Il primo messaggio che ne è scaturito è stato questo: siamo agli ultimi dieci metri, ma il controllo totale di Tripoli ancora non può essere dato per acquisito. Dunque, calma prima di parlare di vittoria».

E adesso che succederà con l'immenso patrimonio libico sotto forma di azioni, nelle banche e nelle varie istituzioni economiche europee?

«Anche di questo abbiamo parlato. E' stato confermato che si va verso lo scongelamento del blocco dei beni, così come era stato deciso nella riunione del Gruppo di contatto. C'è ancora la riluttanza del Sudafrica da superare: ritengono che non sia stata ancora costituita la Banca centrale libica, ma il Cnt ha fatto sapere di averla appena istituita. Per cui è prevedibile che da questo scongelamento arriverà un forte afflusso di denaro che si irradierà e permetterà di riattivare i canali industriali e commerciali ma anche i pozzi di petrolio. Di non minore importanza, il sostegno per una cooperazione più stretta tra Cnt e Onu per l'aspetto umanitario, quanto mai necessario in questa fase».

Il Gruppo di contatto che fine farà?

«Nei prossimi giorni sono previste varie iniziative sia all'Onu con riunioni tra Ban Ki moon e i rappresentanti della Lega araba e dell'Unione africana, che a Bruxelles sfoceranno nello scioglimento del gruppo di contatto. Proprio oggi avrà luogo la riunione straordinaria degli ambasciatori dei 27 Paesi Ue che compongono il Cops, Comitato politico e di sicurezza dell'Unione. Faranno il punto sulla situazione e decideranno le iniziative da assumere per garantire la sicurezza nel Paese».

Che fine farà il Trattato di amicizia con l'Italia? Può essere ripristinato?

«Il Trattato potrebbe essere rimesso in vita, certamente, l'ha confermato il Cnt. Il nuovo governo vuole mantenere gli impegni nei confronti del nostro Paese, anche se era stato firmato dal precedente esecutivo».

Le Borse hanno salutato con una risalita dei listini questa nuova fase a Tripoli. Le imprese italiane sono garantite?

«Le Borse hanno agito così perché si comprende la prospettiva di una nuova fase che si apre sotto il segno della pacificazione. Il governo degli insorti, il Cnt, riaprirà i pozzi. E anche le imprese italiane presenti sul territorio vedranno rispettati i loro contratti dopo una fase di grande incertezza. Questo vale per le grandi come per le piccole imprese».

Quindi lei pensa che gli italiani riceveranno benefici da questa situazione?

«Certamente si. Non svelo un segreto se dico che i tecnici dell'Eni sono già stati chiamati a Bengasi per la riattivazione degli impianti. Ci sono stati incontri tecnici nelle scorse settimane. Gli impianti per lo più erano fatti da italiani, dalla Saipem, quindi è chiaro che il gruppo Eni ha assolutamente un futuro da numero uno».

E per tutte le altre imprese, cosa accadrà?

«Noi immaginiamo il futuro della Libia, avviando già adesso dei team per la ricostruzione politica, economica, infrastrutturale ed energetica. Naturalmente il futuro è nelle mani dei ibici. Ma la road-map, la strada della democrazia, tracciata dal presidente Abdel Jalil, è quella giusta».

E' possibile che la situazione possa sfuggire di mano agli insorti? Teme possa scorrere il sangue a Tripoli?

«Auspico che Gheddafi sia catturato vivo. Deve essere processato dalla Corte internazionale dell'Aij. Ci sono indicazioni che possa rifugiarsi nei sotterranei dell'ospedale, per cui non può sfuggire all'arresto. Ci sono poi defezioni della guardia a valanga, non è più un segreto. Sappiamo molte cose di quel che sta succedendo a Tripoli grazie al capo della sicurezza che ha dato indicazioni precise. D'altronde, tempo fa avevo detto che soltanto l'implosione del regime avrebbe decretato la fine di Gheddafi. E così sta succedendo».

Non c'è il rischio di guerra civile prolungata?

«Non vedo il rischio di una lunga guerra. Ci sono state defezioni di massa di ufficiali e della Guardia presidenziale. L'unico pericolo vero sono i mercenari non libici che ancora si aggirano per Tripoli, ciadiani, maliani, nigerini. Questi hanno una doppia spinta: la disperazione e la mancanza di denaro, la voglia di darsi al saccheggio. E qui il messaggio deve essere chiarissimo anche per l'opposizione a Gheddafi: no alle vendette, no alle rappresaglie, alle uccisioni di massa, rispetto per i prigionieri, come ha detto il presidente Jalil».

Sul rispetto dei diritti umani avete ricevuto rassicurazioni?

«Noi sosteniamo la posizione di Jibril il quale si è espresso peri giusti processi non a quelli sommari. Per intenderci, no alle fucilazioni. Ma noi abbiamo sottolineato anche un fatto: non fate agli uomini di Gheddafi ciò che loro hanno fatto contro di voi, usate metodi da Stato di diritto».


Luogo:

Roma

Autore:

Fabrizio Rizzi

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