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Governo Italiano

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Data:

11/09/2011


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Caro direttore, I'11 settembre ha cambiato per sempre il corso della storia, ha messo in rilievo la vulnerabilità delle nostre società di fronte alle nuove minacce. Credevamo, dopo la fine della Guerra fredda, che la nostra sicurezza fosse ormai «blindata». Ed invece I'11 settembre ha dimostrato il contrario. Dieci anni dopo, credo abbiamo tre principali lezioni da trarre.

La prima è che la lotta al terrorismo è un'impresa molto complessa, non riconducibile - come si è pensato per molti anni - al concetto militare di «guerra» (global war on terror), ma che richiede uno sforzo «sistemico» e di lungo periodo. Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti. La lotta non può esaurirsi con l'eliminazione del capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, né può terminare con il disimpegno militare dall'Afghanistan nei prossimi anni. Il terrorismo ha troppe diramazioni e articolazioni, fa capo a troppi gruppi o anche individui che non rispondono ad una lineare catena di comando. Né esso può essere visto esclusivamente come un prodotto esterno, importato dai soli Paesi dall'arco di crisi, dalla Somalia all'Afghanistan. Gli svariati episodi di terrorismo all'interno delle nostre società - da Londra a Madrid alla più recente tragedia in Norvegia (un gesto, quello di Breivik, certo non riconducibile ad un semplice atto criminale) - ce lo hanno ampiamente e tragicamente dimostrato. Lottare contro il terrorismo «oltre Bin Laden» significa lottare con il più ampio e sofisticato ventaglio di strumenti - politici, diplomatici, culturali, oltre che militari - contro l'espressione più violenta e deprecabile di odio e intolleranza. Significa creare solidarietà e cooperazioni concrete tra il più ampio numero di governi, coordinando iniziative e misure comuni di intelligence, prevenzione, collaborazione tra polizie ed istituzioni giudiziarie, come quelle che verranno discusse il 19 settembre a New York, nell'ambito del Simposio sulla cooperazione internazionale anti-terrorismo organizzato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e al quale parteciperò per l'Italia. Significa coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse ed isolare in tal modo i nemici della pacifica convivenza. Significa continuare il nostro impegno nelle missioni di pace anche nella fase post-conflitto, consapevoli che Paesi con istituzioni deboli costituiscono un terreno particolarmente fertile per terroristi esistenti e potenziali. Significa, infine, un impegno comune e senza ambiguità nel contrasto alla proliferazione nucleare, perché è il binomio terrorismo-proliferazione che rappresenta in assoluto il principale pericolo esistenziale della nostra era. Significa in sostanza mantenere forte il nostro impegno comune, mantenere alta la guardia, malgrado l'attuale emergenza economico-finanziaria, anche per evitare che i terroristi percepiscano l'assorbimento di attenzione e risorse verso quest'ultima da parte dei nostri governi come un'opportunità per loro.

La seconda lezione riguarda il rapporto tra libertà e sicurezza. Ho già avuto occasione di sostenere che il terrorismo rappresenta «il totalitarismo del XXI secolo», perché i terroristi sono animati dal fine comune di volere assoggettare le nostre società ad una sorta di «pensiero unico» fondato sulla paura collettiva, l'imposizione di muri umani e culturali tra gli individui in antitesi ai valori della libertà, della convivenza e della solidarietà. È evidente che per essere credibili nella nostra lotta dobbiamo innanzitutto difendere le libertà e i diritti fondamentali all'interno delle nostre società. Non possiamo, né dobbiamo rinunciare alla nostra anima e identità. Non c'è contrapposizione tra libertà e sicurezza, bensì complementarità. Se sacrificassimo le nostre libertà la daremmo vinta ai terroristi, e ciò costituirebbe un errore imperdonabile. Dobbiamo semmai migliorare i meccanismi di integrazione all'interno delle nostre società multiculturali e sviluppare in tutte le sue componenti la coscienza dei valori comuni, il rispetto per il diritto alla vita, il rispetto della dignità umana.

Una terza lezione ci viene dagli avvenimenti dell'ultimo anno, dalle primavere arabe che hanno rivoluzionato gli assetti nei Paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. In questi Paesi il terrorismo di matrice islamica era stato per molti decenni, artificialmente e con la sola leva repressiva, tenuto sotto controllo, nel quadro di «patti di convenienza» che l'Occidente aveva cinicamente accettato con regimi dittatoriali e sanguinari. Mentre questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle rivoluzioni arabe, il nuovo ordine che emergerà in quest'area potrà contribuire alla nostra sicurezza e a sradicare il terrorismo quanto più la comunità internazionale, e innanzitutto l'Europa, sapranno aiutare ad offrire prospettive di lavoro ed opportunità di vita alle giovani generazioni di quei Paesi e a costruire ponti umani con esse. Se dopo essersi liberati dalle dittature corrotte ed oppressive, i giovani di quei Paesi venissero abbandonati e lasciati privi di prospettive, si rischierebbe di creare una nuova fonte di reclutamento per l'estremismo ed il terrorismo. Un nuovo serbatoio di indignados che, dopo aver eliminato il nemico in casa propria, avrebbero la tentazione di rivolgersi all' esterno, in particolare contro quell'Occidente democratico che, non aiutandoli nel dopo-rivoluzione, ha tradito le loro speranze. È bene che l'Europa ne sia consapevole e si assuma in pieno le proprie responsabilità nell'interesse della sicurezza dei suoi cittadini.


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini

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