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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

18/09/2011


Dettaglio intervista

«Secondo me Gheddafi non è più in Libia». Il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza per New York dove rappresenterà l'Italia all'Assemblea generale dell'Onu, lo dice tra il dispiaciuto e l'orgoglioso. «Mi dispiacerebbe per la sua fuga anche perché con gli strumenti tecnologici della Nato avremmo potuto individuarlo e catturarlo sin dall'inizio. Ma abbiamo voluto attenerci rigorosamente alla risoluzione Onu e ora non possiamo lamentarci per questo».

In questi giorni si è dato molto risalto alla visita in Libia di Sarkozy e Cameron. Un brutto colpo per l'Italia?

«È facile andare in Libia ora che abbiamo vinto e che è stata liberata. Io sono andato a Bengasi quando si era nel pieno della guerra. Andarci per primi crea qualche rischio, andarci ora è del tutto normale. E a chi vuole speculare sulla visita franco-britannica io replico che l'Italia è e resterà il primo partner bilaterale economico della Libia».

Perché l'Italia ripone tanta fiducia nel Consiglio nazionale di transizione (Cnt) libico?

«Sin dall'inizio della rivolta la nostra intelligence ha lavorato per aiutarci nel conoscere moltissimi esponenti del Cnt. Abbiamo scoperto Mustafa Jalil (attuale capo del Cnt n.d.r.) quando nessun altro ne aveva sentito parlare. Abbiamo scommesso su una Libia libera e democratica che collabori con l'Occidente e abbiamo individuato molti esponenti che condividessero questo obiettivo».

Una scommessa difficile?

«Ci sono elementi che appartengono a un'ala islamica più estremista ma lo sa anche il Cnt che sta lavorando per prevenire queste infiltrazioni. Il nostro e il loro grande impegno adesso è far sì che la Primavera araba non si tramuti in una vittoria per l'Islam radicale. Sappiamo che questa svolta radicale non è all'origine delle rivolte e questo ci conforta».

Se gli sviluppi democratici che lei si augura dovessero naufragare e la Primavera araba dovesse tramutarsi nel caos, si arriverà a rimpiangere le tirannie?

«No, non si possono rimpiangere le tirannie ma non si può nemmeno accettare di trovarsi davanti a una scelta con due ipotesi entrambi inaccettabili. La soluzione è una sola ed è quella della strada verso la democrazia».

Ieri la guida spirituale dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, ha accusato anche l'Italia di essere uno stato canaglia e di sabotare il risveglio islamico nei paesi della Primavera araba.

«Evidentemente capisce che in quei paesi non c'è speranza di veder fiorire uno stato teocratico come quello degli ayatollah e allora ci attacca».

Perché un popolo oppresso per quarant'anni dovrebbe avere ora fiducia in chi quei regimi li ha tollerati e sostenuti?

«Certo tutto l'Occidente ha sbagliato a considerare questi regimi come partner affidabili solo perché promettevano la lotta al terrorismo. Ma io ho la sensazione che i popoli non abbiano la stessa visione dei loro governanti. L'Italia, sia in Egitto che in Libia o in Tunisia è considerato un Paese amico».

Per gli equilibri del Mediterraneo e del Medio Oriente sarebbe importante che la Turchia fosse un buon amico dell'Unione europea, invece negli ultimi tempi Ankara sembra muoversi in un'altra direzione. È preoccupato?

«Moltissimo. Non possiamo permetterci di perdere la Turchia. È da anni che facciamo gli avvocati del suo avvicinamento all'Europa proprio perché sapevamo che a forza di chiudere la porta in faccia, Ankara avrebbe guardato a Est. Le recenti dichiarazioni anti-israeliane di Erdogan sono un segnale allarmante. Dobbiamo convincere Francia e Germania a seguire la nostra politica estera nei confronti della Turchia perché allontanarla sarebbe un errore gravissimo».

Anche l'Egitto ha avuto di recente livelli di attrito senza precedenti con Israele?

«E non dobbiamo perdere nemmeno l'Egitto. Se non si interverrà rapidamente per sostenere la sua economia, che ha perso decine di miliardi di dollari negli ultimi mesi, si rischia di vanificare i suoi sforzi di cambiamento».

Finora un cambiamento relativo visto che tutto è ancora in mano ai militari.

«È vero, si deve andare oltre il controllo dei militari. Il popolo chiede questo e non gli si può dire che è stato tutto uno scherzo. Il Mediterraneo ha bisogno di un Egitto quale potenza regionale».

L'Assemblea dell'Onu che si apre domani dovrebbe passare alla storia per la richiesta palestinese del riconoscimento come Stato. L'Italia come si schiererà?

«La posizione dell'Italia sarà quella della Ue. Però mi lasci dire che Hamas sta dimostrando ancora una volta di non perseguire affatto l'unità dei palestinesi. E questo è il primo problema per la Palestina».


Luogo:

Roma

Autore:

Roberto Romagnoli

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