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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

03/12/2011


Dettaglio intervista

«Credo sarà importante in futuro intensificare il rapporto tra Europa e Stati Uniti all'interno del G20. Il segnale dato dal recente vertice Unione Europea - Usa va in questo senso. Il dibattito sulla "distrazione asiatica" degli Stati Uniti è fuorviante. Non è un calcolo a somma zero, più Asia meno Europa. L'Europa resta, l'ho visto personalmente a Washington, il partner principale dell'America. Di più, la necessità di rispondere in modo efficace alla crisi dell'eurozona e al grande dibattito sul percorso dell'integrazione europea, che gli Usa vedono con grande favore, crea le condizioni ideali per consolidare ulteriormente questo rapporto».

Di tutte le sensibilità che ha acquisito nella sua carriera di diplomatico, quella «americana» ha forse segnato più di tutte la visione del mondo di Giulio Terzi di Sant'Agata. E probabilmente è anche per gli ottimi rapporti che è riuscito a costruire in soli due anni con l'amministrazione Obama, che la scelta per la guida della politica estera nel governo presieduto da Mario Monti sia caduta su di lui.

Da quando è in carica, Terzi ha già inaugurato uno stile nuovo: è stato il primo dei ministri a usare Twitter per comunicare con la blogosfera, «un segnale di trasparenza ma anche di arricchimento su come facciamo politica estera, che oggi consiste in misura non trascurabile di percezioni, segnali, capacità di dialogare con la società».

Per la prima intervista da responsabile degli Esteri, Terzi mi ha ricevuto nel suo ufficio al primo piano della Famesina. Alto, sottile, aristocratico nei modi oltre che nell'albero genealogico, molto sportivo anche se già rimpiange le corse quotidiane sui prati di Washington, il ministro si definisce «un diplomatico tecnico, con una funzione politica verso l'esterno».

Signor ministro, la parola più spesa a proposito del governo Monti è credibilità. L'Italia ha avuto negli anni recenti un problema di credibilità sulla scena internazionale, che il nuovo esecutivo è chiamato a risolvere. Come si declina questo in politica estera?

«La credibilità nella politica estera di un Paese è decisiva. Non sono però del tutto d'accordo sul fatto che l'Italia avesse perso credibilità presso i partner. Vorrei quindi ridimensionare il giudizio. E posso fare due esempi. Il primo fu la decisione del governo Berlusconi di rispondere con immediatezza e impegno consistente all'appello del presidente Obama a intensificare lo sforzo militare per stabilizzare l'Afghanistan: ho vissuto quella risposta, primi tra i partner atlantici a darla, come momento nel quale l'Italia ha mostrato di saper assumersi forti responsabilità, che ne hanno confermato la credibilità sul tema della sicurezza internazionale. Alla fine del mio mandato a Washington, sono poi stato parte di un'azione volta a rendere il nostro Paese protagonista del processo di stabilizzazione in Libia e dell'intervento di protezione umanitaria di popolazioni che rischiavano di essere annientate. Anche lì ho visto come i nostri principali alleati desiderassero un ruolo italiano».

Che in altre occasioni è stato al di sotto delle attese...

«La crisi dell'eurozona e le primavere arabe hanno creato una situazione nella quale l'affermazione del nostro ruolo, ergo la dimostrazione che siamo credibili, è dettata dalla contingenza. In questo senso abbiamo il problema di dimostrare che in Europa sia un vantaggio avere l'Italia come partner paritario nei processi decisionali. E sia invece negativo costituire gruppi chiusi, direttori, piccole conventio ad excludendum, purtroppo viste negli ultimi anni. L'Italia è Paese fondatore, partner fondamentale del processo europeo. Il rafforzamento della credibilità è obiettivo necessario nell'attuale fase, che richiede da parte nostra uno sforzo particolare e l'assunzione di responsabilità più grandi. Lo stesso vale per il Mediterraneo, priorità assoluta di questo governo, dove dobbiamo essere elemento d'impulso e stabilizzazione, rafforzando una presenza economica e culturale già radicata, ma che ora va adeguata ai cambiamenti».

A proposito delle «primavere arabe», come atteggiarsi di fronte all'incertezza sul loro esito?

«Dobbiamo essere rispettosi di un principio fondamentale di "proprietà": sono Paesi che hanno iniziato da soli un percorso in modo spesso traumatico. Decisivo è stato il coraggio di gruppi e movimenti, che hanno saputo rischiare e portare avanti rivendicazioni di carattere sociale ed economico, il pane, il lavoro, la giustizia, la fine della corruzione. Al di là degli allarmi sul loro carattere islamico ed estremo, hanno mostrato elementi importanti di moderazione, che vanno incoraggiati. Non c'è volontà di interferire, ma noi europei dobbiamo avere la responsabilità e la consapevolezza di poter fare di più: per lo sviluppo economico senza il quale le democrazie non si consolidano e il rispetto delle minoranze religiose».

L'Iran è di nuovo in testa alle emergenze. L'Ue ha inasprito le sanzioni. Dopo l'assalto alla missione britannica, diversi Paesi, fra cui l'Italia, hanno ritirato gli ambasciatori. Nelle sue dichiarazioni si è colto un tono più duro rispetto al passato...

«Il rapporto dell'Aiea, letto attentamente, non lascia dubbi sulla militarizzazione del programma nucleare iraniano. Il deficit di credibilità del governo di Teheran è enorme. È assolutamente necessario trovare i modi per convincerlo a tornare in buona fede al tavolo del negoziato, che consideriamo ancora l'unica via percorribile. Penso sia importante soprattutto per l'Italia esser chiari su ciò che va fatto. I fatti di questi giorni sono la prova terribile di come principi fondamentali del diritto internazionale e dei rapporti fra i popoli siano stati volutamente calpestati. È incredibile che un Paese, che appena due anni fa ha mostrato una capacità di repressione poliziesca e violenta assoluta contro movimenti riformisti, in questo caso abbia lasciato campo libero a dei teppisti per devastare una sede diplomatica».

Uno dei capitoli più controversi della nostra politica estera negli anni scorsi è stata la Russia, dove abbiamo forse scontato un eccesso di vicinanza acritica. In che modo vogliamo riequilibrare le nostre relazioni, conciliando interessi e valori?

«Abbiamo sempre interagito con Mosca, con la comprensione che crediamo le spetti, anche su temi difficili come la difesa missilistica. Il tema dei diritti umani è nel Dna della politica estera italiana. Ma deve essere modulato rispetto alle varie situazioni. Noi riconosciamo che la Russia come sistema politico sia diverso dall'Occidente. Si definisce "democrazia sovrana" e ha adattato l'introduzione di procedure democratiche alla propria tradizione storica: proprio domani si vota per la Duma. Vi è però un punto sul quale dobbiamo intenderci con i partner non occidentali. Vale per la Russia, ma anche per la Cina e altri, pur con sistemi diversi: il rispetto dei diritti fondamentali».

L'intervista è finita, ma il ministro vuole tornare sulla credibilità nazionale, con un ultimo messaggio: «C'è uno stretto raccordo tra questo tema e l'impulso formidabile alla nostra immagine venuto dalla celebrazione dei 15o anni dell'Unità d'Italia: il presidente Napolitano ha dato al Paese uno straordinario senso di cittadinanza condivisa, di nazione e di patria, marcando un punto di partenza nel rilancio dei valori che sono propri dell'Italia».


Luogo:

Roma

Autore:

Paolo Valentino

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