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Governo Italiano

L'accordo Ue è buono, ora Italia più credibile

Data:

11/12/2011


L'accordo Ue è buono, ora Italia più credibile

«Credo si possa essere soddisfatti del risultato raggiunto». Non c'è bisogno di leggerne il curriculum per capire che Giulio Terzi di Sant'Agata ha fatto l'ambasciatore per gran parte della sua vita. L'era dei tecnici alla guida del governo lo ha portato al vertice politico della Farnesina. Ma l'autocontrollo con cui, nel salottino del ministro, riceve le relazioni sull'esito di uno dei più drammatici vertici della storia dell'Unione europea è quello di chi ha nel sangue la diplomazia internazionale.

In un momento così difficile per l'euro basterà questo accordo?

«Si tratta senza dubbio di un passo in avanti per l'Europa, un arricchimento, un evidente irrobustimento della governance economica e monetaria».

Il Regno Unito non ci sta.

«Avremmo preferito tutti che l'accordo fosse a 27 anziché a 26».

Ma l'Italia?

«L'Italia ne esce bene per quanto riguarda il ruolo attivo che è riuscita a giocare. E anche per la sostanza delle decisioni che integrano e completano, attraverso il quadro comune europeo, le misure già prese a livello nazionale. Va sottolineato l'apprezzamento unanime dei nostri partner europei ed extraeuropei per la manovra coraggiosa approvata dal governo italiano».

Lei ha avuto in questi giorni incontri con il segretario di Stato Clinton e con i ministri degli esteri di paesi come Cina e Australia. Che giudizi ha raccolto?

«Positivi, appunto, il piano del nostro governo è considerato serio e coraggioso».

L'Italia ha fatto certamente un primo passo, ma altri ne dovranno seguire. E l'Europa? Perdoni l'insistenza: non è un passo troppo timido l'accordo dell'altra notte?

«Le decisioni di ieri sono la dimostrazione che di fronte all'emergenza l'Unione europea, malgrado l'eccezione britannica, sa fare fronte comune e andare avanti. Sarà importante mantenere forte questa unità di intenti da qui fino alla conclusione dell'accordo sul fiscal compact prevista a marzo».

Poi però l'intesa dovrà essere ratificata dai singoli Paesi.

«Intanto si è dimostrata la consapevolezza che la stabilità dell'eurozona è un interesse vitale per tutti. Lo è per il rilancio della nostra diplomazia economica e, quindi, per la crescita dell'intero continente. Sarebbe assai complicato promuovere l'internazionalizzazione delle nostre imprese o attirare investimenti esteri da noi e in Europa in caso di un'endemica instabilità monetaria. Lo dimostra l'interesse con cui i nostri partner extraeuropei hanno guardato in questi mesi e continuano a guardare le turbolenze dell'eurozona».

E dell'Italia in particolare. Lei ha assunto il nuovo incarico nel mezzo di una delle peggiori crisi di credibilità politica e finanziaria del nostro Paese.

«È una fase difficile. Sappiamo, noi membri di questo governo, di doverci impegnare tutti per una stabilizzazione economica che contribuisca al rilancio dell'integrazione europea e dell'euro. Mi conforta che quello che il governo sta facendo, con un fortissimo sostegno parlamentare, è ben compreso e apprezzato dai nostri principali partner».

Lei ha fatto riferimento al Parlamento, ma la vostra maggioranza ha posizioni contrapposte in politica estera. Come si fa il ministro degli Esteri di un governo tecnico? La politica estera è la quintessenza della politica.

«Non farei grandi differenze tra un diplomatico alla guida della Farnesina e un personaggio politico. La missione alla quale è chiamato il ministro degli Esteri è la stessa. Ci possono essere ambizioni diverse da parte della personalità che fa il ministro, ma l'azione mira sempre a rafforzare la credibilità internazionale del paese e se è possibile a dargli un peso specifico sempre più rilevante».

Sulla credibilità italiana c'è un gran lavoro da fare.

«L'Italia, la sua cultura, le sue imprese, i suoi ricercatori hanno sempre avuto credibilità. Diciamo che nel Dna della Farnesina c'è il tentativo di fare sempre meglio. Non ci siamo trovati a nostro agio - e non mi riferisco a situazioni solo recenti - di fronte a direttori europei o a gruppi troppo ristretti in ambito atlantico. Ora stiamo facendo grandi passi avanti. E il mio mandato è di continuare a migliorare questa posizione internazionale».

Lei parlava di internazionalizzazione, di economia e di imprese. Si fa un gran parlare del sostegno alle aziende all'estero ma i risultati sono modesti.

«L'economia è la priorità delle priorità. Questo governo nasce per questo. C'è un'esigenza immediata di uscire dalla crisi, ma anche di costruire un percorso di sviluppo a medio e lungo termine».

Che ruolo può giocare la sua Farnesina?

«Può e deve giocare un ruolo importante. L'internazionalizzazione non si sviluppa nel vuoto. C'è una crescita che non si ferma in certe aree del mondo: la Cina ha visto aumentare le sue quote nell'interscambio mondiale dal 7 al 18% in 10 anni, l'Europa è rimasta ferma al 36; la Cina e l'India hanno aumentato il loro export nell'ultimo anno su livelli fra il 12 e il 18%. Noi dobbiamo pianificare e programmare i nostri interventi per dotarci degli strumenti per essere sempre più competitivi. Tutti i mercati sono interessanti, vecchi e nuovi. Io ero negli Stati Uniti e il mio leit motiv era di non dare mai per scontate le partnership con le imprese americane. Ma indubbiamente le opportunità vere di crescita per il nostro export, per le nostre partecipazioni finanziarie, per gli apparentamenti tecnologici sono soprattutto in queste realtà in rapida crescita».

Abbiamo già perso molti treni.

«Sono convinto che c'è più pessimismo di quanto non sia giustificato. E’ vero che il mondo imprenditoriale italiano soffre, soffrono le piccole e medie imprese, ma se guardiamo ad alcuni dati vediamo anche una realtà molto promettente. L'interscambio con l'India è cresciuto del 31% nel giro di dieci mesi. Anche con la Cina abbiamo avuto un aumento molto significativo. In altri Paesi abbiamo avuto grandi soddisfazioni nell'acquisizione di forniture pubbliche, anche da parte di grandi gruppi del settore infrastrutturale. Se guardiamo a tutto questo vediamo che c'è una forte vitalità imprenditoriale rivolta all'estero alla quale dobbiamo adattare molto rapidamente gli strumenti pubblici».

Torniamo al ruolo del ministero degli Esteri.

«La rete diplomatica ha avuto - penso alla Romania, alla Turchia, al Brasile - e dovrà avere sempre di più un ruolo importante nell'aggiudicazione delle commesse. Ma più in generale il ministero degli Esteri deve essere un polo centrale alle politiche di sviluppo e crescita del nostro sistema imprenditoriale. Per fare questo dobbiamo avvalerci delle cose che sappiamo fare meglio, in particolare della capacità di vedere la proiezione esterna del paese nel suo insieme di elementi culturali, economici, politici, scientifici e di rapporti umani. Con il mio predecessore abbiamo aggregato le strutture del ministero su quello che è stato definito il sistema paese, con una direzione generale che si occupa in modo unitario di questi aspetti, e abbiamo creato la direzione alla globalizzazione. Bisogna avere questo approccio complessivo. Quando parliamo di economia della cultura parliamo di questo. Nel 2014 vorrei organizzare un anno della cultura italiana negli Stati Uniti».

Sull'Ice è stata fatta molta confusione. II decreto oggi in Parlamento va secondo lei nella direzione giusta?

«Ho tutti motivi per attendermi un eccellente risultato dal testo che è all'esame del Parlamento: mi auguro che ne esca una struttura che preveda un governo congiunto - del ministero degli Esteri per la parte internazionale e del ministero dello Sviluppo economico per quella italiana- della promozione economica e degli investimenti, con la presenza di rappresentanze qualificate di operatori di categoria e delle imprese. Una governance del sistema internazionale che elimini quella discrasia endemica tra uffici commerciali nelle nostre ambasciate e uffici Ice».

Ne avete parlato con il ministro Passera?

«Sì. In un settore così importante come l'internazionalizzazione, priorità altissima sia per il ministro Passera che per me, c'è una forte volontà di procedere insieme.

C'è poi l'aspetto dell'attrazione degli investimenti dall'estero. Darà un contributo anche su questo tema?

«Quando parliamo di organizzare in modo aggressivo la nostra rete di proiezione internazionale e del tentativo di essere competitivi parliamo anche di questo. Il percorso è chiaro. Dobbiamo lavorare attraverso quello che uscirà dal provvedimento ex Ice. Bisognerà guardare ai contatti con i principali fondi di investimento per investimenti finanziari ma anche nel settore produttivo e dei servizi. È la mission che avrà la rete che si verrà a formare. Poi naturalmente ci sono tutte le misure di semplificazione e di rafforzamento del mercato interno, non solo in Italia ma in Europa».

È preoccupato per la tenuta degli interessi italiani in Libia dopo la fine della guerra?

«Non vedo per il momento elementi di incertezza acuta sul nostro obiettivo di essere il primo partner naturale dell'economia libica. Per quanto riguarda le grandi aziende del settore energetico, quelli in essere sono contratti a lungo termine. Anche sul piano pratico vediamo che Greenstream ha ripreso a fornire il 70% della capacità massima e nei campi estrattivi è ripresa l'attività».

Ma il consolidamento delle nuove istituzioni libiche a che punto è?

«I prossimi mesi saranno decisivi. C'è una valutazione positiva del percorso in atto a Tripoli, non soltanto da parte mia ma anche dei principali colleghi che ho incontrato in questi primi giorni del mio incarico. E’ mia intenzione avere una presa di contatto personale con il mio collega libico nei prossimi giorni: quasi certamente prima di Natale. Intenzione analoga, sempre che sia possibile come agenda e tempi, è quella del presidente del Consiglio».

Cosa ne sarà del Trattato bilaterale di amicizia?

«È mia intenzione confermare la piena attuazione del trattato in tutte le sue componenti: dal contesto economico alla sicurezza degli investimenti. Poi naturalmente ci sono altri temi, come la sicurezza del Paese, collegata alle nostre preoccupazioni di fondo nel Mediterraneo: controllo delle frontiere, collaborazione nel pattugliamento marittimo ma anche il controllo delle armi convenzionali che sono sparse nel Paese e di cui è urgente avere un tracking. Ci sono infine il "memorandum of understanding" per la oil police e altri accordi specifici su cui stiamo lavorando proprio in queste ore».

Permetta in conclusione di tornare sull'Europa. Il futuro sarà quello degli Stati Uniti d'Europa, come hanno scritto Romano Prodi e Giuliano Amato sul Sole 24 Ore?

«È l'obiettivo di lungo termine che abbiamo sempre perseguito. Noi, qui al ministero degli Esteri, crediamo che l'Europa sia sempre stata un processo d'integrazione che non ha mai subito dei veri arretramenti ma solo momenti di pausa e di difficoltà. Un percorso, magari non lineare, ma di accrescimento. E’ quello che mi sforzavo di far capire agli interlocutori americani. Qualche volta veniva anche compreso».


Luogo:

Roma

Autore:

Riccardo Ferrazza e Fabrizio Forquet

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