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Governo Italiano

Terzi: « Per la nuova Libia l'Italia è il partner più importante»

Data:

27/12/2011


Terzi: « Per la nuova Libia l'Italia è il partner più importante»

Economia e cultura italiane da portare nel mondo, tessendo rapporti istituzionali e personali per contribuire alla sicurezza internazionale, con attenzione alle aree geopolitiche più sensibili per il Paese. Sembrano emergere queste caratteristiche nelle prime - attivissime - settimane di lavoro del ministro degli Esteri, il bergamasco Giulio Terzi di Sant'Agata.

Lei è solo il terzo ministro degli Esteri della Repubblica che provenga dalla diplomazia. La sua esperienza l'aiuta nel compito attuale?

«Mi è stato fatto notare che un diplomatico guarda alla complessità del quadro nel quale è inserito il suo Paese, un politico regola la sua azione sulle priorità del momento. Credo che l'essermi mosso come diplomatico in una sede bilaterale, ma anche focale, come Washington mi abbia dato gli strumenti necessari per lavorare sulle priorità, mentre l'esperienza diplomatica nel suo complesso forse mi permette di consigliare, come dire, le intonazioni più adatte al momento storico che stiamo vivendo. Sono poi convinto che la nostra politica estera deve comprendere anche la dimensione della cultura e accogliere il contributo dei tanti italiani che vivono nel mondo».

Una politica estera più comprensibile alla gente?

«Vorrei riuscire a portare l'idea che la diplomazia può essere efficace solo se sostenuta da una società aperta, che non la vede come una realtà autoreferenziale che non proietta la realtà del Paese».

Il presidente del Consiglio Monti andrà in Libia nella prima metà di gennaio, invitato dal leader del Consiglio Nazionale di transizione, Abdel Jalil, dopo la visita a Roma che ha riattivato il Trattato di amicizia fra i due Paesi. Recuperiamo i 5 miliardi di dollari di volume d'affari previsti prima dell'insurrezione?

«A Roma è emersa la determinazione libica a vedere nell'Italia il principale partner di riferimento. La riattivazione del Trattato d'amicizia è l'architrave dei rapporti: infrastrutture, imprese, recupero debitorio, ma anche sostegno per il reinserimento nella vita civile dei 120.000 uomini che hanno partecipato all'insurrezione. Ci sono 35.000 feriti da assistere, il territorio da bonificare da mine e armi. Ci sono progetti storici di cooperazione universitaria da riprendere e la richiesta di formazione quadri».

Ma l'aspetto prevalente degli scambi è energetico.

«Dalla Libia prendiamo il 12% del gas e il 26% del petrolio. La produzione è ripresa al 70%, ci sono ancora da fare interventi di manutenzione per la sicurezza degli impianti. Giocano un ruolo fondamentale l'Eni e una miriade di imprese italiane al seguito. La visita del presidente del Consiglio a gennaio sarà anche l'occasione per un report sulla situazione e su come procedere nel quadro della collaborazione complessiva».

Il Trattato prevede anche il controllo delle coste e dell'emigrazione: l'applicazione di Gheddafi è stata brutale e criminale. Si riprende anche questo?

«Riprendiamo la politica di controllo condiviso, ma nel rispetto delle convenzioni internazionali sui diritti umani e dei migranti».

Il Mediterraneo, che l'Italia considera area prioritaria perla sua politica estera, ribolle. Come giudica la situazione in Egitto e la violenza dell'esercito?

«Ci ha preso un po' di sorpresa, ci aspettavamo che il percorso elettorale fosse complesso ma in grado di incanalare le pulsioni di piazza Tahrir. Le donne e le ragazze picchiate rivelano una durezza inaccettabile. Per quanto la dinamica degli scontri non sia chiarissima - ci sono diverse versioni e valutazioni dei fatti e delle finalità -, mostra la fragilità del contesto. La comunità internazionale ha scelto di richiamare al senso di responsabilità sia i militari, perché si astengano dalla violenza, sia le forze politiche, perché si rapportino correttamente al loro elettorato in modo che il processo elettorale non deragli».

La primavera araba finora ha dato come risultato l'emergere delle forze politiche di matrice islamica, le uniche davvero organizzate. Ma quanto democratiche?

«Noi guardiamo con serenità le forze islamiche non estremiste».

C'è però differenza tra la popolazione della capitale, relativamente aperta, e il popolo più tradizionalista dell'interno del Paese.

«La differenza è reale, la seconda tornata elettorale l'ha confermato con l'affermazione di forze più estremiste. Vanno poi interpretati a fondo i segnali dei Fratelli musulmani e quelli non univoci dell'esercito. Ma c'è ancora la possibilità di avviare i meccanismi di controllo e bilanciamento tipici della democrazia. L'Egitto ha un ruolo cerniera, fondamentale per il processo di pace dell'area. Ma deve anche dare risposte economiche alla sua enorme popolazione giovane: ha bisogno di crescita. Occorre rinsaldare i legami con il Mediterraneo: punto a organizzare presto a Napoli, insieme alla Commissione europea che è finalmente interessata al partenariato meridionale e non solo orientale, una riunione del 5+5, i ministri dei cinque Paesi sudeuropei e del Maghreb».

"Basta violenze in Siria" ha scritto su Twitter. Fra attentati e repressioni a situazione va verso una Libia2?

«Assolutamente no. Non ci sono le condizioni, è una crisi con componenti molto diverse e inoltre la realtà interna del paese non è così polarizzata e la situazione umanitaria è seria ma non così grave come in Libia. Il rischio è piuttosto che il paese vada verso una libanizzazione, con conflitti interconfessionali e interetnici che in Siria andrebbero a colpire le minoranze cristiane, le più esposte. La pressione internazionale deve continuare».

Gli osservatori della lega Araba servono?

«Il Consiglio nazionale siriano li ritiene solo un diversivo che Assad ha accettato per guadagnare tempo e continuare i massacri. Tuttavia le condizioni di efficacia ottenute dalla Lega Araba ci sono, bisogna vedere se Assad farà dispiegare gli osservatori solo nelle zone meno militarizzate, invocando pretestuosamente la non ingerenza negli affari interni del paese. Quanto al quadro internazionale, dopo la risoluzione di condanna dell'Assemblea dell'Onu e il documento proposto in Consiglio di Sicurezza dai russi, che a mio giudizio costituisce una buona base per arrivare a un documento finale condiviso da tutti, è allineato per la prima volta da quando è scoppiata la crisi».

La Siria è alleata dell'Iran, il che ci porta al nucleare iraniano e all'atteggiamento dell'Italia, che ha rapporti economici ed energetici forti con l'Iran.

«Un mese e mezzo fa il report Aiea ha fatto emergere evidenze credibili dell'espansione degli impianti per l'arricchimento dell'uranio, il materiale è quasi pronto e l'attività di arricchimento non ha giustificazioni di tipo economico industriale o scientifico. Nonostante i nostri storici rapporti economici con l'Iran, la sicurezza del nostro Paese viene al primo posto e continueremo a fare sacrifici se sarà necessario per contrastarne la marcia nucleare».

Ce la facciamo senza petrolio iraniano?

«Gli approvvigionamenti sono diversificati: la Libia ha ripreso a dare, ci sono i paesi del Golfo, l'Algeria - dove mi recherò in primavera, il Turkmenistan e naturalmente la Russia, da dove proviene un terzo del gas. L'import di petrolio iraniano è significativo ma non supera il 10% e se ci fossero sanzioni petrolifere potremmo bilanciarle in modo che non siano dannose».

Come giudica l'Iraq postamericano?

«La serie di attentati è terribile, ma in qualche modo prevedibile nel momento di transizione da parte di chi vuole l'implosione religiosa e interetnica. Tutti i partner internazionali si stanno adoperando perché gli sforzi di questi anni non siano svuotati».


Luogo:

Roma

Autore:

Susanna Pesenti

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