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Governo Italiano

Bonino: «Agire sulle crisi che fabbricano disperati» (L’Unità)

Data:

08/10/2013


Bonino: «Agire sulle crisi che fabbricano disperati» (L’Unità)

La guerra in Siria, il nuovo corso iraniano, l’insanguinato dopo-Morsi in Egitto, il Mediterraneo segnato da tragedie immani che ne alimentano altre, come quella consumatasi nei giorni scorsi a Lampedusa. I dossier più caldi sono al centro dell’intervista concessa a l’Unità dalla ministra degli Esteri, Emma Bonino.

I Paesi della sponda sud sono segnati da sanguinose transizioni e guerre. Prima fra tutte, la guerra civile in Siria. L’Italia si è battuta per una soluzione politica contro azioni militari internazionali. Abbiamo solo preso tempo?

«No, abbiamo fatti indubbi passi avanti. L’intesa russo-americana sulle armi chimiche e la recente risoluzione del Consiglio di sicurezza, la 2118, che ne è seguita hanno aperto una prospettiva per il rilancio delle istituzioni multilaterali in risposta alla tragedia siriana. Le Nazioni Unite hanno riacquistato un ruolo centrale dopo 18 mesi di stallo. Credo che la nostra caparbietà nel propugnare una soluzione politica in stretto raccordo con gli alleati e altri attori influenti nell’area è stata premiata. Ha prevalso la consapevolezza che un intervento militare non sarebbe stato risolutivo e, al contrario, avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili. Ora la comunità internazionale ha davanti a sé come obiettivo primario di aprire corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione. Ho sperato che già a New York, in occasione dell’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unte, si potesse arrivare alla fissazione di una data per una nuova conferenza internazionale sulla Siria. Non ci siamo riusciti allora, ma sono fiduciosa che si possa convocare una Ginevra 2 nelle prossime settimane: dobbiamo arrivare al più presto al cessate il fuoco e impostare un processo politico per una pace duratura».

Un altro punto significativo della nostra iniziativa diplomatica, sembra essere l’apertura verso il nuovo corso iraniano del presidente Hassan Rohani.

«Credo si debba prendere atto che l’Iran di Rohani ha lanciato significativi segnali - liberazione di prigionieri politici, riconoscimento dell’Olocausto... - di voler avviare una nuova stagione di dialogo con la comunità internazionale. Senza eccessivi e inopportuni entusiasmi, dobbiamo comunque andare a "vedere le carte" che ha in mano la leadership iraniana sia sulla Siria sia su altri dossier come quello nucleare. Anche prima delle recenti aperture di Teheran ho sostenuto che se l’Iran è parte del problema della crisi siriana allora deve essere anche parte della soluzione. Già ad agosto il vice ministro Pistelli a Teheran aveva sondato il terreno con riscontri incoraggianti. Partner occidentali importanti che pure avevano mantenuto importanti riserve, sembrano ora più possibilisti su un coinvolgimento iraniano per la conferenza di Ginevra 2. Lo stesso ministro degli Esteri saudita che ho incontrato nei giorni scorsi mi ha confermato che anche loro intendono approfondire la conoscenza della buona disposizione manifestata da Rohani. Gli iraniani che hanno sofferto direttamente dagli iracheni attacchi con armi chimiche negli anni ‘80, sostengono l’idea della distruzione dell’arsenale chimico in Siria. Le più recenti prese di posizione della Guida Suprema dimostrano che anche tra i centri di potere in Iran è in corso un importante dibattito su come e quanto aprirsi all’esterno. Nelle prossime settimane sulla questione nucleare ci sarà un incontro del gruppo 5+1 e potremo già verificare concretamente fino a dove si può spingere la collaborazione».

Ampliando lo sguardo all’insieme del mondo arabo, c’è chi sostiene che le «Primavere arabe» sono sfiorite in un inverno islamista o, nel caso dell’Egitto, nel sanguinoso ritorno dei militari e in una guerra di piazza con i Fratelli musulmani. Siamo davvero a questo?

«Propongo una chiave di lettura equilibrata degli stravolgimenti recenti nel mondo arabo. Non era solo rose e fiori ad inizio 2011 allorché imperava una narrativa "primaverile" di tali vicende. Al tempo stesso non condivido oggi un giudizio solo catastrofista. Le dinamiche che si sono instaurate tendono a rompere un circolo vizioso ultra-decennale fatto di miseria, corruzione, repressione e autoritarismo. Due sono le maggiori sfide che incombono pressanti sull’intera regione del Mediterraneo allargato: caos interno e vuoto geopolitico quali fattori di grave instabilità, tendenti a distogliere risorse dai bisogni sociali più urgenti. Diversi sono i Paesi demograficamente, etnicamente, culturalmente e diverse saranno le traiettorie politico-economiche cui assisteremo nei prossimi anni prima che si apra una concreta prospettiva di sviluppo umano, sociale ed economico.

Nell’attuale contesto storico, non mi stanco di sottolinearlo, esiste un irrisolto e cruciale scontro nel mondo sunnita che vede contrapposti Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait da un lato, Turchia e Quatar dall’altro e che irradia i suoi effetti perniciosi in tutta la regione e in primis nella crisi siriana. Permane poi, sempre vivo, il conflitto sunnita-sciita in Siria ma anche in Iraq, Libano, nel Golfo Persico. Siamo di fronte a scenari peculiari per ciascun Paese spesso difficili da decifrare. L’Italia ad esempio guarda alla Libia per i legami storico-culturali, gli interessi che ci legano a quel Paese e abbiamo fatto un’apertura di credito politico ed economico verso il governo Zidane. Ma ci scontriamo ancora con le contraddizioni di una fase di transizione ove manca una leadership consolidata su tutto il territorio, prevalgono gli interessi locali. L’evoluzione della rivoluzione egiziana poi presenta aspetti controversi riconducibili alla decisione del nuovo regime militare di perseguire "tout court" i Fratelli musulmani. Non nego che il Presidente Morsi abbia fatto errori, anche gravi, ma non credo che la repressione aiuti l’Egitto sulla strada della pacificazione e della stabilità. I nuovi sanguinosissimi scontri cui abbiamo assistito nelle scorse ore confermano i miei timori, ed esprimo l’auspicio che le forze dell’ordine mantengano il necessario autocontrollo e che si possa arrivare ad un dialogo politico il più inclusivo possibile».

Pensando alla tragedia siriana come alla strage di migranti nel Mediterraneo, in molti hanno chiamato in causa l’Europa. Da convinta europeista, oltre che da titolare della Farnesina, qual è la sua diagnosi e quale la terapia?

«Spero che la tragedia di Lampedusa scuota le coscienze non solo nel nostro Paese, ma in altre capitali europee e si possa in Europa fare un salto di qualità in relazione alle politiche sull’immigrazione. Ma siamo di fronte ad esodi con numeri sconosciuti negli ultimi decenni, milioni di persone che si muovono dalla Siria, Giordania, Kurdistan, dal sud del Sahel. Si richiede all’Europa e ai singoli Paesi una visione lungimirante e politiche coraggiose che consentano di attutire l’impatto di un fenomeno di grandi proporzioni. Si pone con urgenza la necessità di una politica comunitaria che al momento non esiste. L’Italia solleciterà il dovuto sostegno per una difficile azione svolta per conto dell’intera Europa, di ciò parleranno i ministri degli Interni europei domani (oggi, ndr) in Lussemburgo. Occorre un’effettiva assunzione di responsabilità nei confronti degli Stati membri maggiormente esposti, attraverso il rafforzamento finanziario ed operativo dell’Agenzia europea Frontex. A livello bilaterale la nostra collaborazione con la Tunisia è stato un esempio di successo, ma ci siamo assunti costi non trascurabili e abbiamo trovato nelle autorità tunisine un interlocutore sufficientemente affidabile. Altrimenti è davvero arduo combattere le organizzazioni criminali che mettono in mare i "barconi della morte" nonostante le operazioni di vigilanza che l’Italia si impegna a fare con notevole dispendio di uomini e risorse e garantendo il soccorso in ogni situazione. Ma anche in Italia potremmo fare di più sul piano legislativo, ad esempio togliendo il reato di clandestinità e impostando politiche di integrazione "pragmatica" che tengano conto delle richieste del mondo produttivo. È un vero peccato che il referendum radicale sull’immigrazione non sia stato sostenuto in particolare dalla sinistra, per cui non sono state raccolte le firme necessarie per l’abolizione della Bossi-Fini. Quel testo va superato soprattutto nella sua inutile logica detentiva del fenomeno immigratorio e nelle disposizioni che favoriscono il lavoro in nero a condizioni vessatorie, con nuove leggi su profughi e asilo politico, come ha giustamente richiamato il Presidente Napolitano».


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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