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Governo Italiano

Pistelli: «L’Italia prenda il timone della cooperazione internazionale» (La Stampa.it)

Data:

27/09/2013


Pistelli: «L’Italia prenda il timone della cooperazione internazionale» (La Stampa.it)

Italia penultimo paese in uropa per gli aiuti internazionali. Il ministro Bonino ha affermato che dobbiamo tornare a giocare un ruolo di peso nella geopolitica internazionale. Qual è la direzione che gli affari esteri si sono prefissati sulla cooperazione?

A livello internazionale questo governo ha il compito di guidare la barca in un momento assolutamente straordinario: noi siamo alla vigilia di un nuovo percorso della cooperazione. Siamo partiti anni fa con gli Obiettivi del Millennio, traguardo che è stato utile per mobilitare risorse e attenzione, sebbene un traguardo non terminato. Ora si deve riavviare un altro binario parallelo partito a Rio nel 1992 [e reiterato con Rio+20], che invece si era incaricato di riflettere sul cambiamento climatico e, a partire da questo, su un modello di sviluppo sostenibile. Rio+20 con i Sustainable Development Goal ha ridato la rotta.

Oggi c’è la consapevolezza per tracciare tutte le nazioni assieme un modello in cui tutti questi percorsi si tengono assieme. Abbiamo un documento per il futuro dello sviluppo (The Future We Want, firmato a Rio nel 2012, nda) che mette insieme economia, sociale, ambiente, stato di diritto, equilibrio di genere, eccetera, con un obiettivo temporale al 2030.

Dove va l’Europa?

L’Europa è il primo donatore aggregato a livello globale, 50,6 miliardi (0,39% del reddito lordo EU. Dati 2012). L’Ue ha sempre un doppio cappello quando parliamo di cooperazione, bilaterale e congiunto, la tendenza è sempre più quella di avere obiettivi e fondi europei ma anche una forte coordinazione tra le iniziative che i diversi Stati portano avanti negli stessi Paesi (L’EU ha un doppio cappello quando facciamo un’operazione, bilaterale e congiunto, fissando insieme degli obiettivi europei. Abbiamo iniziato a fare programmazione congiunta: non c’è solo l’Europa che gestisce i propri fondi con i propri obiettivi e poi trova chi li implementa, ma sono diversi paesi dell’Europa che congiuntamente intervengono sullo stesso paese avendo concordato cosa fare.)

Sulla cooperazione quindi l’Europa si muove in maniera sinergica.

Si, esattamente. Si è passati dal vecchio modello in cui una ONG, fatta di giovani straordinari idealisti, con soldi a dono, andava e realizzava un pozzo per un villaggio ad una situazione molto sofisticata in cui più paesi con più ONG e progetti, in accordo con il governo del posto, realizzano un progetto che non è più solo un dono, ma diventa magari un progetto di agricoltura sostenibile che è in grado di stare sulle proprie gambe.

Cosa fa l’Italia invece?

L’anno scorso per la prima volta negli ultimi sei o sette anni il budget della cooperazione è cresciuto di 400 milioni: 100 sulla parte che gestisce il MAE e 300 sulla parte del bilaterale. Per la sola parte che era di competenza del Ministero degli Esteri si è passati in 7 anni da 1 miliardo e 300 a 150 milioni. Noi abbiamo pagato anche in questo settore un prezzo altissimo per la crisi dell’eurozona ora però contiamo di raggiungere 0,15% del PIL per il 2013 come obbiettivo.

l’Italia nella classifica europea è penultima, davanti solo alla Grecia (0,13 %). Un fatto grave, se si pensa che la cooperazione è parte integrante della politica estera. Se L’Europa ha mancato il proprio obiettivo di destinare lo 0,56 % del PIL alla cooperazione entro il 2010 e lo 0,7 entro il 2015, il 40% del mancato raggiungimento di questo obiettivo dipende da noi. Siamo un grande paese ma diventiamo una zavorra per tutti.

Il primo segnale è stato quello di dire: “ invertiamo la tendenza”, il secondo dovrebbe essere: “dove possiamo realisticamente arrivare”

Con l’ultimo DEF (documento di Economia e Finanza) si fissa un “percorso di riallineamento” graduale, con un incremento del 10% l’anno del budget per raggiungere al 2017 il 0,29% del PIL. Siamo ancora lontani da dove eravamo, ma avviare il percorso vuol dire rientrare in carreggiata.

Con quali regole?

Con regole nuove. Da qui la riforma della cooperazione che in 10 anni è stata tentata 3 volte e non è mai riuscita. Quando l’intervista uscirà sarà a buon punto l’iter che porta all’approvazione in Consiglio dei Ministri di un testo di riforma governativa che riprende una buona parte d del lavoro fatto in Parlamento durante la passata legislatura e che aggiunge qualche innovazione.

Quali sono i capisaldi?

Una cabina di regia unica, che parte dagli Esteri ma che riunisce tutti i soggetti che oggi fanno cooperazione a livello pubblico, il Mef insieme all’Ambiente e agli altri. Non più ciascuno con il proprio budget e per conto suo ma un portafoglio gestito con visione unitaria e con una regia politica. Serve dunque un’Agenzia per la cooperazione, non certo un carrozzone ma una macchina da corsa, sulla stregua di quella che hanno i nostri partner europei: snella per dimensioni, fondata sulle competenze e in grado di gestire i fondi tradizionali e soprattutto i nuovi strumenti finanziari della cooperazione come il blanding, il matching, la partnership pubblico-privato, la partnership con le fondazioni, eccetera.

Cosa sono il blending e il matching?

Per Blanding intendiamo la possibilità di combinare fondi a dono e fondi a credito mentre il matching consiste nella sinergia tra pubblico, soggetti profit e no profit attraverso cui dare un incentivo a andare in mercati in cui altrimenti non si andrebbe. È un modo di orientare il mercato verso paesi in via di sviluppo che non sarebbero altrimenti naturali ricettori di investimenti.

Esistono poi i canali multilaterali: nel bilancio della cooperazione italiana, noi diamo grosso modo 2 miliardi attraverso questi canali , e 250 milioni attraverso il portafoglio della Farnesina.

Gran parte dei nostri contributi vanno all’UE (a seconda degli strumenti che finanziamo siamo il secondo o terzo o quarto contributore per peso), mentre ci sono poi la Banca Mondiale e gli altri fondi e banche per lo sviluppo (BEI, ADB, nda). Un sistema su cui attualmente abbiamo poco controllo. Serve tuttavia una regia congiunta, più controllo e più informazione.

Una conseguenza dello sviluppo è anche creare crescita economica nel nostro paese.

Certo e gli altri Paesi lo hanno capito da tempo. Nei modelli che noi prendiamo a riferimento per un ogni euro investito in cooperazione allo sviluppo ne tornano 2,7 euro nel giro di 5 anni. Si tratta di un volano che promuove alla fine il Sistema Italia. Questo deve fare la riforma.

Dal punto di vista delle ONG la nuova legge cosa propone?

si passa dalle regole di contabilità pubblica di un Ministero a un alleggerimento procedurale, all’utilizzo di strumenti innovativi, alla vera promozione di partnership con soggetti terzi. Può agevolare l’ottenimento di fondi europei in cooperazione delegata da spendere per le ong italiane. Avremo un soggetto che fa quello di mestiere, l’Agenzia, e i pezzi della cooperazione italiana rimessi a sistema

Gli APS sono la chiave per la cooperazione? C’è una riflessione che è iniziata il mese scorso nell’UE per cui nella nuova definizione aiuto pubblico allo sviluppo, non soltanto l’Italia ma anche paesi ben più ricchi di noi stanno scoprendo che la componente di aiuto pubblico allo sviluppo ormai è minoritaria, cioè che i sistemi sono capaci di generare una nuova capacità di investimento in questi nuovi modelli che prescinde largamente dal soggetto pubblico. Noi siamo una leva. 25 anni fa una ONG che veniva a bussare da noi portava a casa l’80% del suo budget, oggi è il 5% perché si autofinanzia. Il pubblico rimane però uno strumento importante per la strategia generale dello sviluppo, il controllo e la tutela delle situazione ancora non in grado di mettere in moto altri meccanismi di sviluppo autonomi.


Luogo:

Roma

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