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Governo Italiano

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Data:

15/03/2008


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Di fronte agli scontri in corso a Lahsa, rivolgiamo un appello alla Repubblica popolare cinese affinché si ponga fine alla violenza e sia interrotta la repressione delle manifestazioni pacifiche di migliaia di tibetani, e riavviato un dialogo positivo tra le parti. Negli ultimi cinque anni, infatti, la Cina aveva avviato un proficuo dialogo con due inviati speciali del Dalai Lama. Gli incontri si erano svolti in un clima positivo che lasciava ben sperare sul cambio di direzione tra la repubblica popolare e la comunità tibetana. Da anni, ormai, il Dalai Lama non rivendica più l’indipendenza per il Tibet, riconoscendo invece l’autonomia della regione garantita dalla stessa costituzione cinese, e chiedendo piuttosto la tutela della libertà religiosa per il suo popolo. Purtroppo, però, negli ultimi anni questo processo d’apertura al dialogo fra le parti è stato congelato e Pechino ha ripreso la propaganda contro il Dalai Lama, accusato di essere un separatista. Un’accusa  che non trova riscontro nella realtà. Il Dalai Lama è un leader spirituale mondiale e, prima ancora, una persona dalla spiccata sensibilità. Non rappresenta più un pericolo per la Cina, piuttosto una risorsa.
Pechino dovrebbe provare a immaginare che vantaggio trarrebbe, soprattutto in termini d’immagine rispetto alla comunità internazionale, se fosse in grado di trovare un accordo per il Tibet, garantendo il rientro del Dalai Lama, e riconoscendo il valore aggiunto degli elementi di originalità culturale. Eppure il messaggio rivolto alla Repubblica popolare cinese da molti governi è stato univoco: pressioni in tal senso sono state fatte dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush e, non ultimo, il governo italiano in occasione della recente visita in Italia del Dalai Lama. La prima conseguenza del riacuirsi  della chiusura cinese al dialogo sul Tibet è stata la crescita delle manifestazioni di protesta nella regione, anche se finora il Dalai Lama ha optato per una soluzione che porti pacificamente a un negoziato, rivelandosi un interlocutore eccellente. Ma la reazione di diniego da parte di Pechino, di fronte a questa strategia, può sortire anche una seconda conseguenza: gli avvenimenti di queste ore, infatti, dimostrano che alcuni settori della società tibetana potrebbero abbandonare la scelta della nonviolenza.
È per questo insieme di ragioni che chiediamo a Pechino d’interrompere la repressione violenta e di riprendere a interloquire con la controparte. Le scelte del governo di Pechino non sono sempre di facile comprensione. La Cina è attraversata da molte tensioni e la sua stabilità è strettamente legata alla crescita economica. E ora che le congiunture globali tendono a rallentare questa crescita, Pechino teme di vedere riaccendersi delle tensioni interne al paese e prova a prevenirle con una politica di chiusura e irrigidimento. A ben vedere, questo dato emerge anche dall’approccio che la repubblica popolare continua ad avere rispetto a quella straordinaria opportunità che le vien data dalle Olimpiadi: un approccio quasi spaventato che, però, finisce per nuocerle. Non è una strada conveniente questa per Pechino, non dopo i buoni risultati raggiunti, per esempio, sul tavolo di confronto aperto da alcuni anni con l’Unione Europea sui diritti umani, dove sono stati affrontati temi come la libertà di religione, di espressione e di stampa, o come la pena di morte. Temi su cui la Cina ha fatto effettivamente progressi tangibili. Adesso, però, devono comprendere che il Dalai Lama non è una minaccia, bensì un’opportunità da cogliere.
D’altra parte, è stato lo stesso leader spirituale buddista, qualche tempo fa, a schierarsi dalla parte della Cina e contro il boicottaggio delle Olimpiadi. Lui per primo ha intuito quanto questo grande evento possa portare i riflettori del mondo sulla repubblica popolare, permettendole di aprire le proprie porte all’opinione pubblica globale e di dimostrare che la democrazia in Cina è possibile.

Luogo:

Roma

Autore:

Gianni Vernetti

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