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Governo Italiano

Gentiloni: «Migranti, passi indietro della Ue» (Il Messaggero)

Data:

15/08/2016


Gentiloni: «Migranti, passi indietro della Ue» (Il Messaggero)

«Siamo pronti a una fase 2 in Libia. Ma sui migranti la Ue ci ascolti». Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si dice favorevole, con il sì  delle Camere, ad addestrare agenti e militari di Tripoli. E in Italia «l’attenzione delle forze dell’ordine e dell’intelligence è massima, anche su chi arriva con i barconi».

Ministro Gentiloni a Sirte i jihadisti sono in fuga e Serraj sta vincendo. Per l’Italia aumentano i rischi?

«L’attenzione delle forze dell’ordine e dell’intelligence è massima. I controlli di chi arriva con i barconi sono elevati da sempre e in questa fase è giusto lo siano più che mai. Attenzione però a non dare letture sbagliate. Ricordo come sei mesi fa la narrativa prevalente era “noi stiamo vincendo in Siria e in Iraq e come conseguenza Daesh si sta impadronendo della Libia”. Forse era una valutazione esagerata e non vorrei che ora che le forze che sostengono il governo libico, appoggiate da droni americani, stanno avendo la meglio si dica “arriva il pericolo perché stiamo vincendo in Libia”».

Però ora si scopre quanto l’Italia sia stata e forse è ancora, nel mirino.

«Lo siamo tutti. Non sottovaluto il rischio di colpi di coda. Per questo la guardia va tenuta alta. Ma se vinciamo in Siria, Iraq e Libia, il pericolo si riduce. Azioni individuali e lupi solitari si sono moltiplicati in questi ultimi mesi per il riferimento simbolico ad un califfato vincente. Il califfato che perde, perde anche il suo richiamo verso possibili azioni individuali in Europa».

Europa che sembra però assente anche sul fronte dei migranti. Di rimpatri non si parla più?

«Penso che a settembre l’Italia sarà costretta ad alzare la voce sul tema migratorio. Torno a vedere una brutta aria. Come se la questione stesse tornando ad essere una questione che interessa i greci e gli italiani. Mi riferisco al fatto che molti paesi europei avendo costruito qualche recinzione ai propri confini terrestri, tendono a pensare che i flussi migratori che arrivano dal mare possano essere considerati in fondo un problema di Grecia e Italia. Un anno fa abbiamo visto l’Europa improvvisamente mettere al centro questo tema, decidere di spendere, sei miliardi di euro, ripeto sei miliardi di euro, per un accordo con la Turchia. Mi auguro che quell’accordo regga ma a Bruxelles gli altri 27 paesi membri devono sapere che l’Italia non accetterà che sul tema del “migration compact” e degli impegni sull’Africa, tutto finisca in un mare di carta. Servono impegni economici e organizzativi paragonabili a quelli, certo necessari, che abbiamo messo in campo con la Turchia e che naturalmente sono oggi legati al tenue filo della collaborazione ancora possibile con Ankara».

Pochi giorni fa insieme al ministro della Difesa Pinotti lei ha sollecitato il riavvio di una difesa comune europea. È questa l’occasione?

«Abbiamo tirato un sasso nello stagno perché la condizione dell’Unione dopo Brexit non può essere quella di un’affannosa ricerca di minimi comuni denominatori per non perdere pezzi. Se l’Europa non recupera una prospettiva e si abbandona ad una visione solo difensiva, rischia molto. La pelle l’Europa se la gioca nei prossimi mesi soprattutto su due temi: come contribuire alla crescita economica e come gestire i flussi migratori».

Torniamo alla Libia. Sino a fine mese i droni americani opereranno, dopo che accadrà?

«Non c’è solo la lotta al Daesh. L’Italia lavora su un piano strategico che ha un obiettivo: stabilizzare la Libia. Per l’Italia questo è un interesse fondamentale per la minaccia terroristica e per stroncare il traffico dei migranti. Il nostro piano si basa su tre punti molto semplici: sostenere il governo Serraj. Aumentare il consenso intra-libico al governo Serraj con il coinvolgimento delle forze che si riconoscono nel generale Haftar. Terzo obiettivo tenere unita, anche se con una unità piena di diverse accentuazioni, la comunità internazionale. Tutto è partito con la conferenza internazionale promossa da Stati Uniti e Italia che si è tenuta a Roma nel dicembre scorso. L’abbiamo ripetuta a Vienna ed è possibile che la ripetiamo a settembre a New York. Con questi tre obiettivi lavoriamo per stabilizzare la Libia».

Tutti d’accordo?

«Stiamo cercando di favorire canali di comunicazione tra le forze che sostengono Serraj e quelle che si riconoscono nel generale Haftar. Non siamo ancora arrivati a questo traguardo, ci stiamo lavorando e non lo facciamo da soli. Il generale Haftar deve accettare la leadership politica di Serraj e le forze di Misurata e quelle che sostengono Serraj devono accettare l’idea di coinvolgere Haftar nel futuro di una Libia unita. Non è facile ma due mesi fa temevamo uno scontro diretto tra le forze di Misurata e quelle di Haftar. Questo scontro non c’è stato, ma non c’è ancora traccia di intesa. Occorre continuare a lavorare perché il rischio di una Libia divisa e in conflitto è un rischio particolarmente forte per l’Italia».

Nel concreto che ruolo può svolgere l’Italia dopo i bombardamenti per far ripartire il Paese?

«L’Italia dà un sostegno umanitario in diverse parti della Libia distribuendo kit sanitari in ospedali. Abbiamo ospitato molti feriti gravi della battaglia di Sirte e stiamo muovendoci sulla base delle richiesta di Serraj per istituire uno o due presidi sanitari militari. Poi c’è il piano economico e non dimentichiamo che c’è una società italiana, l’Eni, che continua ad operare, seppur in condizioni difficili, in Libia e che da questo lavoro deriva una parte molto consistente delle entrate che finanziano la compagnia petrolifera nazionale e di conseguenza il governo. Ci sono molti progetti nazionali e comunitari per far riprendere il Paese. Di recente c’è stata una delegazione dell’Enav per far riprendere i collegamenti aerei».

Dopo la decisione americana di bombardare c’è maggiore sintonia con gli altri interlocutori europei. Mi riferisco in particolare alla Francia filo Haftar.

«Dal punto di vista politico-diplomatico il sostegno al processo libico è venuto da tutti i paesi europei in maniera unitaria. Sappiamo, e questo non vale solo per i paesi europei, che c’è una cornice diplomatica che unisce e poi ci sono interessi nazionali diversi. Un esempio: Egitto e Turchia non hanno interessi particolarmente coincidenti e tuttavia hanno sostenuto le decisioni delle Nazioni Unite e delle conferenze diplomatiche».

Lei in Parlamento ha sostenuto che ora non c’è un intervento militare italiano in Libia. Dopo pensa possa servire?

«Valuteremo le eventuali richieste libiche e la loro coerenza con il quadro delle Nazioni Unite. Vedremo se ci sarà richiesto ad esempio, di contribuire all’addestramento delle forze regolari. Compito cruciale ma non semplice, trasformare nel tempo un arcipelago di milizie in una presenza graduale di forze regolari. Si comincia dalla guardia presidenziale e poi potranno esserci vere e proprie unità regolari sia militari che di polizia del governo libico. Se ci venisse chiesto di contribuire valuteremo e ne discuteremo in Parlamento. Tutt’altra questione sono le operazioni di intelligence, per l’Italia come per qualsiasi grande paese, operazioni riservate e regolate dalla legge».

Cambiamo argomento. Nei suoi incontri con esponenti della comunità internazionale il referendum di novembre come viene percepito?

«Come un appuntamento decisivo. La comunità internazionale apprezza la stabilità e ha valutato molto positivamente le riforme, i cambiamenti e anche la leadership del presidente del Consiglio. Nessuno si augura che questo percorso possa essere messo in discussione dal referendum».


Luogo:

Roma

Testata:

Il Messaggero

Autore:

Marco Conti

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