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Governo Italiano

Intervista

Data:

23/10/2002


Intervista

Da ieri il sottosegretario agli Esteri Mario Baccini è impegnato in un tour di 10 giorni in Argentina, Cile e Uruguay. La missione servirà a comprendere meglio come Italia e Unione Europea possono contribuire a risolvere la grave crisi economico-istituzionale che sta trascinando intere nazioni di quell’area verso il baratro. In Argentina, dove riceverà una laurea honoris causae e sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Order de Mayo, il sottosegretario Baccini porta un contributo tutto italiano di 5,2 milioni di euro destinati attraverso l’Unido Organizzazione Onu per lo sviluppo industriale alla piccola e media impresa per ricostituire un tessuto economico e occupazionale spazzato via dalla crisi.

D. Sottosegretario Baccini, progetti ma anche un affetto particolare dell’Italia verso l’Argentina.

R. «L’attenzione verso l’Argentina nasce da radici storiche fortissime e dalla presenza di una nutrita comunità di origine italiana. L’Argentina e l’America Latina sono state individuate come priorità della politica estera del nostro Paese. C’è su questo un ordine del giorno votato alla Camera passato a larghissima maggioranza».

D. La sua prima visita in Argentina risale a un anno fa. Era prevedibile un precipitare così veloce degli eventi?

R. «La mia prima visita risale al dicembre del 2001. Mi resi subito conto l’Argentina iniziava a vivere una crisi profonda che non era soltanto politica ma insieme economica e sociale.

D. Le ragioni secondo lei?

R. «L’assenza di una classe dirigente in grado di governare gli eventi interni e quelli legati alle congiunture internazionali, scarsa capacità di intercettare i problemi e dare risposte strutturali. L’Italia è intervenuta subito riaprendo la cooperazione con l’Argentina nonostante il reddito pro-capite di quel Paese non lo consentisse. Lo abbiamo fatto perché abbiamo intuito la straordinarietà della crisi. Nel frattempo in Argentina è crollato il sistema-paese con tutti i problemi sociali, economici e le sofferenze collaterali della popolazione»

D. Gli interventi principali con la riapertura della cooperazione?

R. «Siamo intervenuti con un contributo di 100 milioni di euro, 75 dei quali a sostegno delle Pmi italo-argentine, 25 per iniziative umanitarie, sociali e sanitarie e con progetti in favore dell’avvio al lavoro, della formazione, del risanamento ambientale fino all’elaborazione di progetti che consentissero all’Argentina di poter accedere a finanziamenti internazionali».

D. Non c’è il rischio che altri eventi in «zone calde» del pianeta possano far dirottare l’attenzione dell’Italia dal sudamerica?

R. «Lo escludo. In America Latina abbiamo inaugurato un nuovo modo di fare politica che è quello della «diplomazia preventiva», a sostegno delle democrazie giovani e dei sistemi democratici per evitare derive autoritarie. Quando un paese vive nella povertà, è facile preda del terrorismo, di arruolamenti facili nella criminalità, nella produzione di droga».

D. In sintesi, il sostegno dell’Italia a questi Paesi?

R. «Ad esempio la cancellazione del debito della Bolivia, la riconversione del debito in Perù in progetti sociali per alzare la scolarità. Dove c’è l’Italia che fa diplomazia preventiva probabilmente non c’è grande pubblicità, non fa effetto da un punto di vista mediatico, ma fa bene. Evita in conflitti».

D. Le richieste più pressanti che arrivano dall’Argentina?

R. «L’Argentina non ha mai chiesto elemosine. Ci chiede sostegno politico verso gli organismi quali il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e la Comunità Europea in modo da consentire all’Argentina e all’area del Mercosur l’accesso ai consumatori europei con le proprie materie prime. Soltanto con questa operazione l’Argentina potrebbe risollevarsi dalla crisi».

D. Ci sono delle resistenze rispetto a queste richieste?

R. «Sono quelle ovvie, dei mercati. Siamo convinti che durante il semestre italiano nell’agenda del presidente Berlusconi ci saranno anche i problemi di un rapporto diverso tra Unione europea, America Latina e Mercosur. L’altro obiettivo impegna il nostro governo affinché Fondo Monetario e Banca Mondiale guardino all’America Latina e all’Argentina con un’ottica meno legata agli interessi finanziari e più legati agli interessi dei popoli».

D. A questi organismi chiedete uno sforzo notevole. Conciliare il profitto e l’etica.

R. «Occorre che queste organizzazioni rivedano con occhi diversi i rapporti con gli Stati. Quando un paese come l’Argentina cade non è un problema circoscritto. Ci sono problemi seri in Uruguay, è entrato in crisi il Brasile. Nessuno ci credeva. Noi l’abbiamo intuito e siamo immediatamente intervenuti quando altri Paesi stavano alla finestra a guardare che la crisi si consumasse al proprio interno. In un momento straordinario di riequilibrio delle forze in campo in termini politici tra i Paesi e alla luce di questa nuova parola d’ordine che è la "sicurezza", bisogna rinegoziare tutto. L’Italia sta svolgendo un ruolo di testa di ponte di questa nuova politica di diplomazia preventiva, di grandi mediazioni internazionali, di rivisitazione dei nuovi parametri».

D. Questo ci porta sul tema dello sviluppo sostenibile e compatibile. L’Italia cosa può fare?

R. «Non possiamo pensare di cambiare i parametri che questi organismi si sono dati ma la politica può cambiare i meccanismi. Il mondo sta cambiando. Come italiani stiamo portando in Europa e all’interno dell’Onu interventi finalizzati a progetti in marcia tra profit e non-profit. Una politica del «dare» del nostro Paese legata a dei valori fondamentali. L’emergenza del sud del mondo è un problema di tutti».

D. Torniamo in Italia. In questa politica dei valori c’è molto centro e tradizione dc.

R. «Il collocamento non lo danno il colore delle casacche ma gli atti che si sviluppano nell’azione di governo. Essere al centro degli schieramenti politici non significa essere a metà da una parte all’altra ma avere il coraggio di determinate scelte e di orientare anche l’opinione pubblica. Questo caratterizza l’impegno di chi fa politica ispirato anche ai principi cristiani».

D. Questo centro va avanti. L’Udc si fa?

R. «L’Udc andrà avanti nonostante i suoi dirigenti. Il progetto è stato capito, recepito e assimilato dagli italiani. L’Udc nascerà a dicembre come forza di governo con una nutrita rappresentanza parlamentare, legata a un progetto di centrodestra forte che vuole guidare insieme agli alleati senza subalternità il paese verso approdi più sicuri".

D. Che significa nonostante i suoi dirigenti?

R. «Molti dirigenti dell’Udc pensano che la formula sia quella di semplificare facendo la somma dei partiti. Invece penso che ci debba essere un congresso vero con all’ordine del giorno un programma per l’Italia di domani, non solo di oggi».


Luogo:

Roma

Autore:

Cinzia Tralicci

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