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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

11/11/2009


Dettaglio intervento

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Grazie molte, presidente Dini e grazie ai Presidenti delle altre Commissioni. Ringrazio anche tutti i colleghi per la loro presenza. Certamente il Consiglio europeo di ottobre ha assunto delle decisioni importanti, ma l'evoluzione anche in queste ore ed in questi giorni della questione istituzionale è il tema che richiede, a mio avviso, le mie riflessioni introduttive.

Come è stato ricordato dal presidente Dini, dopo la decisione del Consiglio europeo di ottobre di venire incontro alle ultime aspettative e richieste della Repubblica ceca, il processo di ratifica del Trattato di Lisbona si è concluso e posso dirvi che per dare particolare solennità a questo momento di conclusione, che chiude oltre dieci anni di riflessioni sulla riforma istituzionale dell'Unione Europea, io accoglierò personalmente dopodomani, venerdì 13, il primo Ministro ceco, che verrà alla Farnesina a consegnare fisicamente lo strumento di ratifica. Come sapete, l'Italia ha la custodia di tutti i Trattati dell'Unione Europea, dal Trattato di Roma del 1957 in poi, ma a questo atto particolare abbiamo ritenuto di dare una particolare solennità con la visita del primo Ministro ceco che mi consegnerà simbolicamente, ma anche fisicamente, lo strumento ratificato e firmato dal presidente Klaus. Con questo, l'ultimo passaggio politico che occorre, al di là degli adempimenti tecnici che credo si concluderanno in qualche settimana, è la decisione di nomina del Presidente del Consiglio e dell'Alto rappresentante. Il Presidente della Commissione, come sapete, è stato nominato e confermato anche dal Parlamento europeo. Su questo la riunione del Consiglio europeo del 19 novembre sarà il momento di adozione della decisione finale; abbiamo seguito dal primo momento prima le discussioni politiche all'interno delle famiglie europee di rispettiva appartenenza, ma oggi la mano è passata alla Presidenza di turno svedese, che sta concludendo le consultazioni con i Capi di Stato e di Governo e arriveremo ad una decisione.

Dico subito che l'Italia non ritiene che si possa e si debba comunque arrivare ad una decisione a maggioranza. Credo che l'ipotesi, ventilata mai da autorità istituzionali, ma spesso da articoli, scenari e retroscena, sfondi, commenti, di un voto a maggioranza sarebbe un brutto inizio per il nuovo sistema istituzionale dell'Unione Europea: dobbiamo individuare un Presidente del Consiglio per consenso, un Alto rappresentante per consenso. Credo che il consenso si possa raggiungere; il Governo italiano sostiene con convinzione l'ipotesi dell'onorevole D'Alema come Alto rappresentante, l'ho detto e lo ripeto, ma è giusto dirlo anche qui, nella sede del Parlamento: quando un italiano è indicato per una così importante carica istituzionale, l'interesse nazionale dell'Italia deve ovviamente superare qualsiasi riflessione sull'appartenenza politica. Sono certo, in ogni caso, che l'onorevole D'Alema, se, come personalmente auspico, risulterà il prescelto, potrà esprimere quella politica europea comune, di politica estera e di sicurezza comune, all'altezza delle nostre aspettative.

Come primo impegno, il futuro Alto rappresentante dovrà elaborare una proposta per avere entro l'aprile 2010 il Servizio diplomatico europeo in funzione. L'inizio del funzionamento non può andare oltre il mese di aprile 2010, altrimenti, come voi comprendete, avremmo dato il segnale davvero pericoloso di un'entrata in vigore del Trattato cui non fa seguito la prima e più visibile conseguenza strutturale: il fatto che vi saranno domani, accanto alle diplomazie dei Paesi membri, ricordiamolo sempre, alcune centinaia di funzionari che saranno messi a disposizione dagli Stati membri per il Servizio diplomatico europeo. Questo è un adempimento fondamentale cui l'Italia, come giustamente ricordato dal presidente Dini, deve dare un contributo forte di alta professionalità, come siamo certamente in grado di dare, con i nostri diplomatici. Vi dico subito, essendo qui in Parlamento, che per fare questo abbiamo già richiesto, con una norma da inserire nella finanziaria, che sia autorizzato nei prossimi sei anni il reclutamento straordinario di un numero di diplomatici sufficiente a fornire al Servizio diplomatico europeo le professionalità di cui ci sarà bisogno. È evidente che non si può immaginare di contribuire al Servizio diplomatico europeo sottraendo nostri diplomatici alle sedi dove attualmente prestano servizio. Lo dico per chiarezza e perché la mia decisione su questo è assolutamente chiara. Mi auguro e sono certo che il Parlamento vorrà sostenerla.

Le altre decisioni del Consiglio europeo di ottobre hanno riguardato anzitutto i cambiamenti climatici. Sapete molto di quanto è avvenuto: il rapporto e le relazioni dei Capi di Stato hanno avuto ampia pubblicità e sicuramente il dato politico più importante è la conferma da parte dell'Unione Europea della sua proposta ambiziosa ed equilibrata di una riduzione al 2020 delle emissioni di carbonio del 20 per cento e fino al 30 per cento se vi sarà un analogo impegno degli altri attori internazionali non europei. Si tratta certamente di una decisione equilibrata, perché si è occupata per la prima volta anche dei criteri per la ripartizione dei costi di questo enorme impegno strategico cui l'Europa deve dare una risposta ambiziosa e all'altezza del suo interesse. Avremo un'ulteriore tappa prima del vertice di Copenhagen, che, come tutti sapete, è il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. A dicembre, quindi, ci sarà l'incontro di Copenaghen e prima, il 23 novembre, avremo un Consiglio ambiente straordinario.

Questo è necessario perché è uno dei punti chiave emersi dal Consiglio europeo: l'Europa mette a disposizione degli altri partner la sua proposta ambiziosa, ma evidentemente moltissimo dipenderà dall'atteggiamento negoziale degli altri grandi partner internazionali cui si deve una potenzialità nelle emissioni di CO2 incomparabilmente superiore a quella dell'intera Europa. Parlo degli Stati Uniti, della Cina e dell'India. Proprio per valutare l'andamento delle posizioni anzitutto di questi Paesi - vi sono però altri importanti attori, quali il Brasile e i Paesi africani - il Consiglio ambiente del 23 novembre farà il punto sullo stato dei negoziati e sulla sostanza: quanta disponibilità viene data, che percentuali di riduzione, quali obiettivi temporali intermedi sono accettati e quali no. È simile a quanto accaduto a L'Aquila quando abbiamo convocato il Major economies forum, un incontro tra i Paesi del G8 e le grandi economie emergenti del mondo, dove risultò per la prima volta una disponibilità già annunciata e confermata degli Stati Uniti d'America e una disponibilità non annunciata e per la prima volta data anche dalla Cina e dall'India. Come questa disponibilità si tradurrà in una concreta disponibilità negoziale, ovviamente lo dobbiamo ancora vedere; quel che è certo - è questa la mia valutazione - è che a Copenhagen non si farà il nuovo trattato post Kyoto, ma vi sarà un documento politico vincolante, sempre se c'è l'accordo, che conterrà i punti di sostanza. Il dettaglio del trattato, che richiede molti articoli e verifiche lunghissime, bloccherebbe di fatto il negoziato.

La decisione verso cui ci siamo orientati, quindi, è chiedere agli altri partner un impegno vincolante sulla sostanza, rimettendo poi la definizione del trattato sostitutivo di Kyoto ad un formato negoziale che parte a Copenhagen, ma che non può esaurirsi lì; questo lo comprendete. Quel che conta è l'impegno temporale e quantitativo di tutti i partner internazionali. Abbiamo assunto un impegno finanziario importante e una prima questione riguarda come possiamo aiutare i Paesi in via di sviluppo ad essere anche loro della partita. Occorre aiutarli in termini di tecnologie verdi, in modo che l'aiuto allo sviluppo verso quei Paesi si traduca in interventi utili a conseguire gli obiettivi cui guardiamo con il vertice di Copenhagen. C'è un fast start, ovvero un'iniziativa immediata che partirebbe già nel 2010, che mette a disposizione tra i cinque e i sette miliardi di euro, destinati, entro il 2020, ad aumentare, non solo per l'Europa, a 100 miliardi di euro.

L'Europa propone ancora una volta questo impegno finanziario agli altri attori globali perché evidentemente, se si raggiunge un accordo tra tutti, gli aderenti devono concordare sul contributo economico ai Paesi in via di sviluppo in questa materia.

Sulle modalità di ripartizione dei finanziamenti c'erano due scuole di pensiero. Questa volta mi riferisco alla parte europea: una volta approvato il meccanismo, bisognava stabilire il metodo di ripartizione degli oneri finanziari tra gli europei. I criteri erano due: il livello di emissioni di anidride carbonica in atmosfera di ciascun Paese e il livello quantitativo di PIL nazionale. Accanto a questo criterio, tenendo conto della richiesta di molti Paesi e anche della condizione di crisi economico-finanziaria per la risoluzione della quale ieri all'ECOFIN abbiamo definito dei piani di rientro del debito con la presenza dei Ministri dell'economia, si è introdotto il riferimento alla capacità di pagamento degli Stati membri. I criteri, quindi, non sono solo l'ammontare del PIL, ma anche la concreta capacità di pagamento di ciascun Paese. È una richiesta forte che veniva da molti dei Paesi in condizioni economiche più difficili e, in particolare, dai nuovi Paesi membri della Europa dell'Est. Questi sono i punti sulla questione pacchetto clima.

Si è discusso a lungo sulle prospettive di crescita e di uscita dalla crisi economico-finanziaria; il tema è trasfuso pienamente nelle conclusioni del Consiglio, che sono ovviamente pubbliche e a cui mi riporto.

Un accento nuovo è stato posto sul tema, che anche l'Italia aveva evocato, dell'occupazione e della lotta alla disoccupazione. È stata peraltro richiamata l'esigenza di coniugare il rilancio e le misure di stimolo con il rigore finanziario. L'ECOFIN ha, infatti, ristabilito il criterio chiaro che i parametri di rientro del debito devono essere fissati: perché c'è la crisi non ci si può dimenticare che abbiamo dei parametri di freno alla spesa pubblica e delle politiche di rigore cui l'Italia si attiene. Noi abbiamo «tenuto» in questo momento, mentre vi sono Paesi che sono arrivati ad una percentuale del rapporto deficit/PIL che arriva (e talvolta lo supera) al 10 per cento. Comprendete bene che per rientrare nel parametro del 3 per cento un po' di tempo ci vorrà. L'Italia per fortuna è lontanissima da questi tetti preoccupanti.

L'altro grande tema, sollecitato dall'Italia, è stato quello dell'immigrazione e dell'asilo. Ne avevo parlato a lungo alla fine dell'estate, a settembre: avevo posto il problema al Consiglio dei Ministri degli esteri e il collega Maroni l'aveva ripreso nel Consiglio dei Ministri dell'interno; il presidente Berlusconi ha sollevato il tema per il Consiglio di ottobre, scrivendo, insieme al presidente Sarkozy, una lettera formale chiedendo non solo che il tema fosse inserito, cosa che era già decisa, ma ponendo anche alcuni grandi temi che per l'Italia, ma più in generale per l'Europa, sono di interesse prioritario. Avevo presentato - lo ricorderete - già nel mese di aprile al Consiglio dei Ministri degli esteri una proposta di piano d'azione, che era stata accolta, relativa al Mediterraneo e alla collaborazione nel Mediterraneo. Ebbene, rispetto alle nostre richieste, abbiamo trovato piena soddisfazione nelle conclusioni del Consiglio: c'è stata una discussione politica su questo tema, e il Consiglio invita alla realizzazione di un un'agenzia, o comunque di un ufficio strutturale europeo per l'asilo, entro la fine di quest'anno. Questo è un obiettivo primario che l'Italia aveva segnalato proprio affinché si potesse armonizzare il sistema delle politiche di asilo evitando quello che molti hanno chiamato asylum shopping, in modo che si eviti quel fenomeno per cui ogni Stato a cui per primo si presenti un richiedente asilo applichi un trattamento normativo diverso. Questo evidentemente imponeva una politica unificata europea sul trattamento dei richiedenti asilo, non solo sulle procedure; per l'esaudimento della nostra richiesta prevediamo anche un limite temporale molto stretto, entro la fine di quest'anno. L'accordo lo troveremo al Consiglio di dicembre, dove si approverà la cosiddetta strategia di Stoccolma, che è il nuovo piano quinquennale su giustizia, sicurezza e libertà che sostituirà il programma dell'Aja approvato nel 2004, che scadrà appunto a novembre del 2009. Nel pacchetto 2010-2014 avremo, secondo l'invito del Consiglio europeo di ottobre, l'inclusione dell'Agenzia europea per l'asilo.

Il secondo punto su cui abbiamo ottenuto soddisfazione è il principio della solidarietà europea. Sono state fatte molte discussioni in proposito e vi sono state molte polemiche del tutto ingiustificate; certo è che invocare la solidarietà europea era una giusta idea e una giusta proposta, tant'è vero che oggi è stato varato il primo programma di resettlement dal primo Paese, il più debole, Malta, con l'impegno a presentare programmi di ricollocazione di rifugiati da Paesi sotto particolare pressione migratoria verso altri Paesi, che sono finora 13, che hanno volontariamente accettato il resettlement. È il primo passo, non è il passo conclusivo; riteniamo che il resettlement, cioè la distribuzione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ovvero quelli che devono restare nel territorio europeo in ogni caso, non possa essere fatta solamente su base volontaria, ma si debba introdurre il meccanismo di redistribuzione obbligatoria. Il primo passo lo abbiamo compiuto e credo sia importante registrare come in pochi mesi si sia passati dalla chiusura, che bloccava, perché queste decisioni ancora le prendiamo all'unanimità, all'approvazione, che ha presupposto l'unanimità del consenso.

Il terzo punto che voglio richiamare è la forte collaborazione che Frontex (l'Agenzia europea per le frontiere esterne e per l'immigrazione) è chiamata ad attivare, ancora più che in passato, con i Paesi di transito e con i Paesi di origine. Abbiamo chiesto che questa collaborazione si manifesti nell'attuazione con criteri europei, quelli della nuova direttiva rimpatri recentemente entrata in vigore: si tratta della direttiva che prevede il rimpatrio degli immigrati irregolari nei Paesi d'origine e su questo il Consiglio europeo ha condiviso che i cosiddetti voli di rimpatrio debbano essere voli europei, addirittura includendo la previsione che Frontex possa a questo scopo noleggiare degli aerei charter perché il riaccompagnamento al Paese di origine sia fatto con criteri standard di rispetto delle regole di trattamento delle persone che sono rimpatriate che non sia diverso da Paese a Paese. Vi saranno quindi standard europei garantiti dalla Agenzia europea.

L'altro tema su cui il Consiglio europeo ha seguito la richiesta dell'Italia è quello degli accordi con i Paesi di origine e con i Paesi di transito, accordi da un lato per il rimpatrio volontario, dall'altro per incrementare le politiche di sviluppo dei Paesi di origine dei migranti, che, come abbiamo sempre detto, è la vera chiave per prevenire i flussi migratori e, inoltre, l'intensificazione del dialogo per arrivare ad un accordo Europa-Libia. L'Europa sta negoziando da tempo con la Libia, sulla base dell'accordo nazionale Italia-Libia. L'Unione Europea ha deciso di accelerare le procedure per arrivare ad un accordo Europa-Libia sulla base dei princìpi di collaborazione, pattugliamento congiunto, rimpatrio, monitoraggio del trattamento delle persone che si trovano in Libia, tutti princìpi che saranno inseriti in un accordo che il Consiglio europeo ha in qualche modo auspicato di siglare in tempi rapidi.

Per quanto riguarda l'ultima parte, relativa alle relazioni esterne, ricordo solo il tema dell'Afghanistan: abbiamo condiviso la strategia europea per l'Afghanistan, che si basa sui contributi forniti da molti Paesi europei, tra cui l'Italia; il contributo più significativo che l'Italia ha dato al documento strategico che è stato approvato è quello dell'approccio regionale all'Afghanistan e al Pakistan insieme, che hanno ovviamente ricette diverse, ma che devono essere considerati nel quadro regionale. L'auspicio espresso dall'Italia come Presidente del G8 a Trieste è quello di considerare tutti i vicini della regione attori da coinvolgere necessariamente nel processo di stabilizzazione, includendo l'Iran e i Paesi arabi del Golfo, che per la prima volta stanno dimostrando un interesse a collaborare. Questo contributo dell'Italia a caratterizzare un quadro regionale sarà uno degli elementi che illustreremo al presidente Karzai quando, con alcuni dei colleghi europei, ci troveremo, tra alcuni giorni, a Kabul per la giornata di insediamento del Presidente afgano.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, certamente gli interventi di tutti i colleghi dimostrano che oggi abbiamo affrontato, in uno spirito davvero di coesione e di reciproca comprensione, temi di grande importanza. Questo è già un motivo di mia personale soddisfazione. Molti temi sono stati toccati, il tema istituzionale anzitutto.

Condivido, onorevole Fassino, che l'Europa è emersa come un'Europa soprattutto intergovernativa, quindi si è approfittato da un lato dello stallo istituzionale e dall'altro del protagonismo, in alcuni casi, di taluni Paesi per mettere un po' in secondo piano la straordinaria capacità che l'Europa avrebbe se lavorasse davvero unita. È quindi il momento di riprendere in mano la visione di un'Europa davvero integrata, come dicevano nei loro interventi proprio su questo tema l'onorevole Antonione e l'onorevole Pianetta.

Credo vi siano due grandi temi politici che da subito dovrebbero essere affrontati. Li evoco perché l'Italia è impegnata a rilanciarli: il primo è il tema regionale dei Balcani. L'ulteriore allargamento dell'Unione Europea è il tema politico dei prossimi anni con riferimento alla dimensione regionale, mentre il tema politico orizzontale è la difesa europea. È evidente che se vogliamo fare la differenza in un momento in cui ogni Paese membro è chiamato a fare di più nelle missioni internazionali, proprio per effetto del multilateralismo americano che sta emergendo, anche l'Italia è chiamata a fare di più, non di meno rispetto a quando «a tutto pensava Bush». Oggi dobbiamo lavorare noi e se non lo facciamo, realizzando una difesa europea davvero comune, moltiplicheremo e quindi saremo lontani dall'ottimizzazione delle forze, ivi comprese le risorse nazionali. Sono due temi da lanciare nell'immediato e credo che su questi, in particolare sul tema dei Balcani, l'Italia abbia già assunto un'iniziativa politica importante, proponendo alla prossima Presidenza spagnola che nel decennale del processo di Zagabria, nella primavera 2010, si possa celebrare il rilancio della dimensione europea dei Balcani nella regione, con un vertice di capi di Stato e di Governo che la Spagna ha accettato di tenere (ripeto, in primavera) in una delle capitali della regione, chiedendo all'Italia di organizzarla insieme; quindi, è un'idea tutta italiana che la prossima Presidenza ha condiviso, accettando anche che l'Italia contribuisca alle modalità per arricchirla di contenuti. È un'iniziativa politica su cui presto chiederò al Parlamento italiano di esprimere una posizione comune, perché è chiaro che l'Italia non concorre se non sulla base di una posizione condivisa del Parlamento italiano che dica, come mi auguro, con una sola voce quale visione ha il nostro Paese per la Bosnia Erzegovina, per la Serbia, per la Macedonia.

Comprendo e condivido l'auspicio dell'onorevole Fassino che vi sia una giusta azione proattiva del Governo italiano nel sostegno dell'onorevole D'Alema. Lo apprezzo, perché l'appello dell'onorevole Fassino è un riconoscimento alla capacità del Governo italiano di essere autorevole in Europa, altrimenti non ci sarebbe richiesto un sostegno attivo; ne ero già convinto, ma è importante che questo sia. Il presidente Berlusconi ne ha parlato di sua iniziativa con il Cancelliere tedesco e con il Presidente francese (non credo di svelare segreti dicendolo, poiché è già emerso dai giornali); lo dico per dimostrare che c'è più che un semplice sostegno a questa ipotesi. Sono anche convinto che nell'azione dell'Alto rappresentante, se l'onorevole D'Alema fosse il prescelto, per la necessità di rivolgersi in una veste istituzionale e non nazionale alla scena mondiale, ma anche per il contesto in cui si troverebbe, con 27 Paesi che devono decidere ancora all'unanimità in politica estera, malgrado il Trattato di Lisbona, si dovrebbe comunque tenere conto di tutte le diverse sensibilità. Lo dico veramente con affetto all'onorevole Nirenstein: per quanto riguarda il Medio Oriente, proprio perché io sono non a caso visto in Europa come uno degli amici più stretti di Israele, ma al tempo stesso sono accolto nel mondo arabo come un vero amico, credo che l'Alto rappresentante di una politica estera post Lisbona necessariamente, per ragioni istituzionali, ma anche per le necessità imposte da un contesto a 27, sarà il portatore (e sono convinto che lo farà bene D'Alema) di una politica veramente attenta a tutte le sensibilità e non soltanto ad alcune.

Per quanto riguarda il tema evocato dall'onorevole Boniver sull'immigrazione, realizzare una politica europea d'asilo vuol dire certamente lavorare in prospettiva per la revisione della Convenzione di Dublino, altrimenti non ci sarà mai un resettlement regolamentare, ma sempre un resettlement volontario, questo è evidente. Il primo passo è la volontarietà, ma dobbiamo andare più avanti. Sono personalmente d'accordo che sia stato invocato, da parte dell'onorevole Boniver, ma anche dal senatore Livi Bacci, il tema dei rimpatri volontari. Sono convinto che, anche intervenendo sulla normativa attuale, si debbano facilitare i rimpatri volontari, non imporre all'immigrato irregolare l'alternativa tra l'autodenunciarsi e non essere rimpatriato volontariamente. Chi decide di accettare la strada del rimpatrio volontario, a mio avviso, non può essere per ciò solo costretto all'autodenuncia e quindi all'avvio di un procedimento penale, che, tra l'altro, impedirebbe, perché il magistrato non la consentirebbe, l'esecuzione del rimpatrio volontario fino alla conclusione del processo penale stesso. E' un aspetto su cui potremo ottenere quei risultati che in altri Paesi si stanno ottenendo.

Quello relativo alla Turchia, onorevole Boniver, è un capitolo complesso che apriremo in un'altra occasione. Accompagnerò il presidente Napolitano all'inizio alla prossima settimana in quel Paese e credo che alla Turchia non si possano cambiare le carte in tavola: dopo molti anni dal riconoscimento dello status di candidato, non si può più cambiare il meccanismo di una candidatura che richiederà il tempo che richiederà, ma che non può che sfociare nel sì o nel no ad un'adesione, non in altre formule incerte. La disaffezione della Turchia è qualcosa che dobbiamo evitare a qualunque costo; i passi della Turchia di un allineamento strategico alle visioni di Ahmadinejad mi preoccupano infinitamente di più che non aprire un nuovo capitolo negoziale domani sull'energia, ad esempio, che viene tenuto bloccato per ragioni che saranno pure comprensibili, ma che francamente sono molto meno preoccupanti della prospettiva che un domani la Turchia si avvicini alla politica di Ahmadinejad piuttosto che alla politica del futuro Alto rappresentante dell'Unione Europea. Ho fatto questo esempio perché alcuni messaggi della Turchia ci hanno oggettivamente preoccupati.

Ancora sull'immigrazione: Frontex, senatore Livi Bacci, risponde ai Governi per l'indirizzo, per cui c'è un consiglio di amministrazione, ma risponde alla Commissione per l'azione operativa. Mi prendo l'onore e la soddisfazione di averla fondata quando ero Vice Presidente della Commissione europea e vedo con piacere che dal 2005, quando la accompagnai nei primi passi, ad oggi si è passati da 5 a 85 milioni di euro in quattro anni: vuol dire che si è ritenuto fosse una cosa piuttosto seria. Devo dire che Frontex forse ha bisogno di una cosa certa: la revisione del mandato istituzionale, che nasce in Frontex come analisi del rischio e come concorso al coordinamento con gli Stati; oggi stiamo attribuendo a Frontex un mandato operativo diretto, ad esempio sul pattugliamento nel Mediterraneo. C'è un tema che - non vi sfuggirà - abbiamo fatto inserire nelle conclusioni del Consiglio europeo: qual è la regola d'ingaggio in mare aperto se un equipaggio Frontex intercetta una nave di immigranti clandestini? In quale Pese questi arrivano? Chi li soccorre e dove vanno a finire? Queste regole finora non c'erano, perché gli Stati che concorrono a Frontex non hanno voluto accettare il principio per cui la bandiera originaria della nave che intercetta è la bandiera del Paese che se li prende tutti, cosa che sarebbe ingiusta. Tutto si tiene; se adottiamo un criterio di redistribuzione, non avremo più il problema di uno Stato che volge lo sguardo dall'altra parte quando sta in mare aperto, perché questo purtroppo è accaduto, anche se mai all'Italia, a onor del vero. È chiaro che una revisione del mandato di Frontex è indispensabile. Il ruolo della Libia lo considereremo. Sono certo che nell'accordo Europa-Libia dovremmo trattare il tema della protezione delle persone che viaggiano nei flussi misti, perché questo è uno dei temi che abbiamo affrontato. La solidarietà europea che oggi farà capo all'Agenzia europea per l'asilo è per ora volontaria. Lo abbiamo detto e lo ripeto.

Il presidente Dini ha posto una giusta domanda: ma l'Europa ha definito chi è rifugiato in tutta Europa? Purtroppo, no. Quando lasciai la Commissione europea, avevo elaborato un piano di lavoro per il 2008 in cui avevo scritto che oltre alle procedure, che già avevamo adottato durante il mio periodo a Bruxelles, occorreva una normativa sostanziale comune per l'asilo. Ancora non l'abbiamo. È un dato di fatto, ovviamente. Non commento; non c'è ancora, ma non abbiamo neanche concordato a livello europeo una lista dei Paesi sicuri che stabilisca che il Paese "x" è ritenuto da tutta Europa un Paese che offre adeguata protezione. In altri termini, se un Paese europeo decidesse che il Paese A non è sicuro e l'Italia, invece, ritenesse che il Paese A lo è, per decisione del giudice nazionale potremmo rimandare dall'Italia in quel Paese due richiedenti asilo, mentre dalla Francia, ad esempio, quel Paese potrebbe essere ritenuto non sicuro. E' una situazione veramente seria e ancora non abbiamo neanche al riguardo una visione comune. Attraverso l'Agenzia europea per l'asilo dovremo promuovere l'accelerazione dell'adozione di un regolamento europeo (che sarà poi, in realtà, una direttiva più che un regolamento) che contenga misure sostanziali per lo status di rifugiato con criteri eguali in tutti i 27 Paesi, a cominciare da quelli sui Paesi terzi. Non può accadere che un Paese, avendo problemi bilaterali con un Paese terzo, lo includa nella lista dei Paesi a rischio e non rimandi indietro una persona, mentre l'Italia, che con quel Paese non ha nessun problema, la rimanda. Questo è ciò che accade oggi, tanto per essere espliciti.

Sui grandi temi politici del post Lisbona ho già risposto.

Senatrice Marinaro, lei ha riportato le parole del collega Maroni che stamane ha detto che il testo attuale del programma di Stoccolma è meno pregnante rispetto al Patto europeo per l'immigrazione recentemente adottato. Credo che il Patto europeo per l'immigrazione sia una piccola parte del Trattato di Lisbona; quindi, è possibile che nell'accordo di Stoccolma vi siano proposte apparentemente meno ambiziose, ma il fatto che la parte relativa all'immigrazione sia arricchita dalle decisioni del Consiglio europeo e dal Patto europeo per l'immigrazione concordato alcuni mesi fa mi permette di dire che possiamo fare molto in virtù di questo accordo di Stoccolma, che noi sosteniamo e che nel complesso sarà un passo avanti rispetto a L'Aja e Tampere. Prendo atto che il ministro Maroni è più europeista di me e vorrebbe di più dall'Europa. Credo si debba cercare di fare il più possibile; certamente dovremo interpretare il trattato che deriverà dall'accordo di Stoccolma tirando verso il limite più alto e non verso quello più basso. In questo credo che l'implementazione sarà estremamente importante e lavoreremo per un'implementazione ambiziosa.

Il senatore Santini chiedeva come mai i Paesi nordici hanno dato il via libera sull'immigrazione. Ciò è avvenuto perché, dopo aver aperto due anni fa le frontiere di Schengen, hanno capito che la prostituta nigeriana che entra in Italia se la ritrovano sulle strade di Stoccolma. Gli immigrati clandestini, quindi, entrando a Lampedusa scoprono che si può lavorare non solo in Italia, ma anche in Austria e Germania e forse in Danimarca. La ragione è che tutti hanno capito che l'immigrazione è un problema europeo. Non lo hanno fatto declinando il loro interesse nazionale, lo hanno fatto perché è interesse oggi nazionale avere una politica europea; prima non lo era perché c'erano le frontiere, che ora, essendo cadute, consentono di passare, senza nessun controllo sui passaporti, la frontiera del Brennero e arrivare fino ad Amburgo.

Senatore Cabras, anch'io sono preoccupato per il clima; non per gli annunci, ma per la sostanza. Non sono affatto certo che gli impegni di buona volontà dei grandi partner internazionali porteranno ad un accordo ambizioso di quei medesimi partner internazionali. La verità è che l'Italia ha fatto la sua parte dicendo all'Europa che quel pacchetto doveva essere ambizioso; c'è stato accordo unanime. Oggi c'è un pacchetto ambizioso, però, proprio perché non possiamo limitare l'industria europea, abbiamo detto che quello stesso pacchetto ambizioso (meno 20 per cento nel 2020 e meno 50 per cento nel 2050) lo possiamo implementare se lo fanno anche gli altri. È chiaro che se i grandi emettitori di CO2 lasciano sola la piccola Europa distruggiamo l'industria europea e non purifichiamo l'ambiente. Il nostro obiettivo è portare dalla nostra i grandi emettitori di CO2 perché l'Europa da sola non fa la differenza. Questo mi permetto di dire. Sul clima la partecipazione di tutti è indispensabile; lo ha sostenuto anche l'onorevole Pianetta.

Senatore Perduca, francamente non credo vi sia stata una decisione dei partiti politici che hanno espresso preferenze sull'indicazione di alcuni candidati; come emerge con grande chiarezza, le decisioni nella fase finale le prendono i Governi. Aggiungo che quella istituzione rappresentativa che è il Parlamento europeo sarà tutt'altro che fuori dalla decisione, perché sull'Alto rappresentante (non sul Presidente: essendo questa una figura intergovernativa, il Parlamento europeo non può scrutinare) ci sarà un'audizione formale del Parlamento europeo e se questo non sarà soddisfatto potrà dire che non lo è. Credo che le garanzie democratiche ci saranno tutte.


Luogo:

Roma

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