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Del Re, “Make America (and the world) breathe again: cosa ci insegna l’assalto al Congresso” (Limes)

Data:

08/01/2021


Del Re, “Make America (and the world) breathe again: cosa ci insegna l’assalto al Congresso” (Limes)

I fatti di Capitol Hill confermano la necessità di una riconciliazione nazionale. Per gli Stati Uniti è un passo difficile, ma i presupposti ci sono. L’Europa può fare d’avanguardia. La dolorosa esperienza del Sudafrica come modello.

Siamo e resteremo sempre alleati storici degli Usa, principale democrazia del mondo.

Siamo stati e siamo sempre parte fortemente attiva, anche attraverso la presenza dell’industriosa comunità italoamericana, dello sviluppo del paese. Impossibile non essere attratti e ipnotizzati dalla cultura statunitense, che si diffonde nel pianeta attraverso i film, le serie televisive, la musica, lo sport. Ci siamo “americanizzati” consapevolmente nel tempo, affascinati da un paese apparentemente sicuro di sé, con risposte pronte e sempre molto nette di fronte a tutte le problematiche.

Una certezza che si riflette nella terminologia politica e nel linguaggio comune, che vede il termine “grande” declinato in tutti gli aspetti della vita quotidiana americana, dai supermercati con le confezioni giganti all’Esercito, definito “il più potente” del mondo. Quando i politici ricorrono al termine “great”, l’argomentazione diventa convincente per molti americani. Non a caso Trump ha usato come primo slogan “Make America Great Again”, un capolavoro politico.

Per lungo tempo ho tenuto presso La Sapienza un corso su stereotipi e discorso politico americani, intendendo per americani gli Stati Uniti, un aggettivo che nel tempo è diventato sinonimo più degli Usa che non del continente nel suo complesso. Un corso molto frequentato anche perché utilizzavo l’analisi dei film e delle serie televisive per spiegare la società americana: da “Do the right thing” di Spike Lee a “Falling down” di Joel Shumacher a “Minority Report” di Spielberg, ma anche la serie che in italiano si intitola “Willy il principe di Bel Air” e molti altri esempi più recenti.

Emergeva via via il ritratto di una società estremamente complessa, tanto complessa da riuscire a trovare magicamente un equilibrio. Un equilibrio sostenuto soprattutto dalla grande capacità moralizzatrice di tutta questa comunicazione popolare in cui ogni film, ogni puntata di serie televisiva, si conclude con un insegnamento morale, un’indicazione comportamentale che penetra subliminalmente, lasciando forte traccia spesso negli ambienti più insospettabili. Nel contesto americano i punti fermi della morale collettiva del paese sono messi ben in chiaro proprio come patrimonio comune, fin da quando i bambini imparano a memoria a scuola il discorso che Abramo Lincoln fece a Gettysburg nel 1863 (ricordate le strisce di Charlie Brown?).

Quando presentavo “Jurassic Park” di Spielberg agli studenti come esempio di questo grande intento moralizzatore, essi restavano stupiti, all’inizio, chiedendosi cosa mai potesse esserci di moraleggiante nei dinosauri. Eppure, il film è l’esempio secondo me più emblematico del meccanismo di passaggio subliminale di valori condivisi (leggi: da accettare) nascosti nel modo in cui il regista distribuisce i ruoli tra gli umani – donne, uomini, buoni, cattivi, bianchi, neri eccetera – di fronte all’immancabile nemico, in questo caso il T-Rex e affini.

Non è una decisione facile da prendere, perché fare un simile passo per un paese come gli Stati Uniti vorrebbe dire ammettere che le istituzioni, di qualunque colore politico, non sono riuscite a risolvere spaccature interne alla società con i normali strumenti a disposizione, che per capire quali sono gli errori, di chi sono le responsabilità, bisognerebbe istituire un nuovo organo preposto. Questo significherebbe entrare nelle maglie della società, nei suoi meandri più profondi, nelle dialettiche di quartiere, nelle province più remote, nei “ghetti” e allo stesso tempo nelle dinamiche delle élite. Ammettere che “black lives matter” non è una reazione all’uccisione di George Floyd nel 2020, ma rappresenta un aspetto irrisolto di una questione sociale molto seria, anche perché il Movimento era già attivo nel 2013, nato a causa di morti simili a quella di George. Non a caso c’è chi sostiene che sarebbero necessarie molte commissioni, perché le realtà sociali sono diversificate e meritano risposte ad hoc.

Istituire una Truth and Reconciliation Commission non sarebbe una decisione agevole, anche perché secondo alcuni potrebbe mettere in discussione il ruolo stesso degli Usa nel mondo. Non sarebbe semplice mostrare tutte le debolezze interne apertamente, ammettere che queste sono strutturali, soprattutto nella coesione sociale. Non sarebbe facile per gli Usa, e non lo sarebbe per nessun paese.

Conosco ben