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Boniver: Non fasciamoci la testa

«Due cose diverse, successe in posti diversi. Trovo inutilmente strumentale collegarle». Margherita Boniver, ex sottosegretario agli Esteri e inviato speciale della Farnesina per le emergenze umanitarie confermato anche dal ministro Giulio Terzi, invita a non associare il caso degli ostaggi Paolo Bosusco e Claudio Colangelo con quello dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. «C’è un pessimismo illogico seminato a piene mani da parte della stampa. Non vedo perché ci si debba subito fasciare la testa, che tra l’altro è già mezza rotta», spiega la deputata del Pdl, che nella sua esperienza politica si è occupata spesso di ostaggi.


Quindi lei è ottimista sulla soluzione del rapimento?


In questi casi l’ottimismo è sempre in senso lato. Non ho una base concreta per essere ottimista, anche se mi sembra un segnale positivo l’immediata disponibilità delle autorità dell’Orissa ad aprire quanto meno un dialogo con i maoisti.


Però, secondo alcuni osservatori, gli indiani potrebbero far pesare questa disponibilità sull’altra “trattativa”.


Per carità, tutte le supposizioni sono rispettabili, ma tanto per cominciare non ci deve essere un nesso: le autorità indiane devono collaborare su entrambe le situazioni, senza creare collegamenti. Poi, mi domando, perché farlo pesare? La situazione è già intricatissima, non potrebbe essere stata impostata peggio. Nella sua audizione Terzi ha parlato chiaramente di uno stratagemma messo in piedi dagli indiani per far entrare la nave in porto, poi cercheremo di capire meglio chi ha preso questa decisione e chi dovrà assumersene la responsabilità, ora dobbiamo solo cercare di riportarli in Italia, ma va detto che la situazione è inaccettabile.


Terzi ha detto che l’ordine l’hanno dato il comandante e l’armatore. Pensa che alla ricostruzione manchi qualcosa?


No, credo che Terzi abbia riferito tutti gli elementi in suo possesso a quella data. Dico che è indispensabile risalire a cosa non ha funzionato nella catena di comando. Non si capisce perché due militari in divisa debbano far dipendere le loro sorti dalla decisione di un armatore o di un capitano. Non credo si possa dire che il comandante è colpevole, qualcuno non ha ponderato a sufficienza i risvolti di quella decisione.


Qualcuno chi: il legislatore, la Farnesina, i militari?


C’è qualcosa che non funziona nella legge, d’altra parte la storia è piena di leggi che si sono rivelate errate o lacunose. Prima di tutto bisogna verificare questo. Comunque, ora, non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo: bisogna insistere e strainsistere sulla nostra giurisdizione sui militari in divisa, per di più impegnati in un servizio che non è una roba italiana ma ha la sua fonte nell’Onu. L’Onu deve intervenire, l’Italia ha mille e novecento motivi per rivendicarlo, visto che contribuisce con mezzi, intelligence, scorte armate al servizio anti-pirateria. Non ci meritiamo questo imbarazzo gravissimo e ingiusto e bisogna che la comunità internazionale se ne faccia carico. Per come stanno le cose, a qualcuno potrebbe anche venire in mente che o l’Onu ci risolve – e molto in fretta – questa ingiustizia colossale o bisognerà parlare della nostra capacità di rispondere alle sue chiamati da caschi blu.


Crede che le pressioni dell’Onu possano fare più presa delle nostre?


Non è una questione di pressioni. L’India è una grande democrazia e la magistratura è indipendente dalla politica. E’ una questione giuridica, che riguarda il rispetto delle leggi internazionali nell’ambito di una democrazia che ha un suo codice di procedura. Mi auguro solo che la giustizia indiana sia più rapida di quella italiana.


Si può parlare di comportamenti avventati da parte degli ostaggi?


Non mi sento di giudicare, ci manca solo questo. Quello che mi interessa è che ci sono due nostri concittadini rapiti e che il governo è impegnato per liberarli. II governo, tutti i governi italiani non hanno mai abbandonato i nostri ostaggi e questo per noi è un vanto. Ci sono Paesi che nemmeno lo prendono in considerazione. Ci sono sensibilità molto diverse. C’è un episodio che non dimenticherò finché campo: un gruppo di cooperanti giapponesi fu rapito durante la guerra in Iraq, quando furono liberati e atterrarono all’aeroporto uscirono tutti a testa bassa, scusandosi con il governo per il fastidio che avevano dato.


Lei seguì il caso delle due Simone. È vero che non volevano che Berlusconi salisse sull’aereo che le aveva riportate a casa?


No comment.