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Gentiloni: «Combattiamo il terrorismo ma non siamo un Paese in guerra» (l’Unità)

Credo che siamo tutti consapevoli del fatto che a dieci giorni di distanza da quel 13 novembre si è girata una pagina di storia. E questo comporta il fatto che si apre di fronte a noi una sfida decisiva sia per il governo che per il profilo politico-culturale del Pd. Che il presidente del Consiglio, il segretario del partito, il governo, il Pd siano stati uniti in questi dieci giorni nel modo in cui rispondere a questa sfida è un fatto positivo sul quale dobbiamo investire, perché la situazione come è ovvio è davvero complicata. La scelta che abbiamo fatto è quella di non nascondere i pericoli ma governarli, senza rinunciare ai nostri valori. Non ignorare la paura e la rabbia – perché sia la paura che la rabbia sono presenti tra i nostri concittadini – ma decidere che vanno anche queste governate, non alimentate. Questa è la sfida che abbiamo davanti. E una sfida che non  può non cominciare rivolgendo di nuovo un pensiero alla Francia. Abbiamo sempre detto i nostri cugini francesi. E dal 13 novembre dobbiamo dire che sono i nostri fratelli francesi. Rivolgiamo un pensiero alle vittime che hanno avuto, al clima che c’è tuttora, drammatico, in quel paese, e facendo riferimento alle vittime dobbiamo anche ricordare l’esempio di dignità civile che Valeria Solesin e i suoi genitori, la sua famiglia hanno dato in questi dieci giorni. Veramente io credo che le parole che abbiamo sentito dire dalla famiglia di Valeria sono state parole che non dimenticheremo. Parole importanti, non solo per la loro figlia ma per il Paese.

Partiamo dalla minaccia. Il terrorismo islamista non è una novità. C’è più o meno da un quarto di secolo. Ma oggi costituisce una minaccia senza precedenti. Molto particolare. E la minaccia è soprattutto collegata a Daesh per il mix assolutamente particolare che c’è tra l’elemento territoriale e l’appeal globale. Daesh è forte per il suo insediamento territoriale. E questa forza ne determina in gran parte l’appeal globale. Anche nelle nostre città, nelle nostre società. È forte sul territorio per il richiamo che esercita sulle comunità sunnite, specie dove sono minoranza come in Iraq. Ed è forte anche per i nostri errori. Errori che l’occidente ha fatto negli ultimi 15, 20 anni da quelle parti.

E questa è l’unica spiegazione possibile al fatto che 1300 miliziani di Daesh conquistino una grande città di due milioni di abitanti come Mosul di fatto sconfiggendo 60 mila militari iracheni. È forte perché controlla, avendo acquisito il controllo di quel territorio, asset finanziari, banche, pozzi petroliferi. Ha un bilancio più o meno di un miliardo di dollari nel 2015, fatto in buona parte di riserve aurifere e finanziarie e petrolifere. Ha un appeal globale, esercita un richiamo. I cosiddetti foreign fighters sappiamo che sono tra 12.5 e i 30 mila, quindi sono numeri consistenti. E combattono nelle fila di Daesh giovani che vengono dal Cile, dall’America latina, dalla Cina, dall’Indonesia. Non è solo un fenomeno che riguarda le comunità di insediamento e di migrazione araba, islamica, europea. E un fenomeno globale. E questo esercita un’attrazione nelle nostre società, nelle nostre città.

Francois Hollande nel suo intervento a Camera e Senato francesi riuniti ha detto: per quanto sia crudele riconoscerlo sono stati dei francesi ad ammazzare altri francesi. Dei francesi che erano diventati criminali da loro, in Francia. Quindi le sigle sono diverse ma la minaccia è globale. E l’arco della crisi, se si fa caso alla cartina geografica, è un arco che parte dal Golfo di Guinea, attraversa l’Africa, il Medio Oriente, una parte dell’Asia e arriva in Afghanistan e in Pakistan. Cioè un’intera fascia del pianeta, in cui si possono chiamare Boko Haram, Al Shabaab, e in tanti altri modi. Certamente sono filoni diversi, ma poi c’è questa realtà incistata nel territorio che è Daesh.

Sono riusciti a mettere in crisi gli stati nazionali, in Mali come in Siria, in Libia come in Yemen, in un mondo che in un certo senso è post sovrano, perché ci sono soggetti non statali che esercitano nello scenario globale un ruolo molto importante, e in un certo senso ipersovrano, perché si sono stati di dimensioni medie – penso alla Turchia, all’Egitto – che svolgono un ruolo assolutamente fondamentale. Stati forti che si giocano la loro partita in quella regione.

Il ruolo dell’Italia

Il contesto è di uno scontro interno alla comunità sunnita e di uno scontro tra sciiti e sunniti. Entrambe queste dinamiche fanno da cassa di risonanza alla crisi, nel contesto in cui noi italiani siamo coinvolti perché se guardiamo di nuovo alla carta geografica e a quell’arco della crisi c’è un paese che è proiettato in quell’arco della crisi, in mezzo al Mediterraneo, e siamo noi. Quindi l’Italia ha un ruolo fondamentale da questo punto di vista. Vuol dire questo che siamo in guerra? Forse questa discussione l’abbiamo fatta abbastanza, non dobbiamo accartocciarci troppo in discussioni astratte.

Capisco perfettamente perché Hollande abbia usato, iniziando proprio il suo intervento, l’espressione la Francia è in guerra. E capisco altrettanto bene perché i leader di tutti gli altri grandi paesi occidentali, dagli Stati Uniti al Regno Unito, dall’Italia alla Germania, non abbiano usato questo tipo di espressione. Un paio di giorni fa su Le Monde c’erano un articolo di Michael Walzer e un’intervista di Jurgen Habermas, due pareri definitivi su questa discussione guerra non guerra.

Semplicemente io credo che dobbiamo dire che siamo sotto attacco da parte del terrorismo e che dobbiamo reagire combattendo. Io ricordo di averlo detto una decina di mesi fa questo concetto – combattiamo il terrorismo – con qualche conseguenza. Sono passato per guerrafondaio. Ma la verità è questa. Noi siamo impegnati a combattere il terrorismo. Facciamo molto, ripeto quello che ho detto alle Camere, possiamo fare di più. E quindi anche alle domande che ci vengono rivolte dalla Francia possiamo dare delle risposte positive. Ma siccome le parole hanno una storia e hanno un peso, questo non vuol dire che l’Italia deve sentirsi in guerra. E la distinzione è importante perché non avere la capacità di fare queste distinzioni significa che non aumenta ma diminuisce la nostra credibilità e anche la nostra sicurezza.

Non siamo un Paese in guerra

Quindi l’Italia non si sente un paese in guerra ma è impegnata in prima linea contro il terrorismo. Voglio anche aggiungere che non avalliamo in nessun modo una sorta di benaltrismo alterno di Daesh. che ogni tanto sento circolare nella nostra discussione. Perché tutte le cose che si dicono hanno una parte di verità. Non c’è dubbio per esempio che il degrado delle periferie può essere un elemento che amplifica la capacità di appeal del terrorismo islamico. Ma questo non deve in nessun modo autorizzare una natura sociologica del fenomeno terrorista. Che non è mai stata vera. Lo dico a quelli tra noi un pochino più grandi di età, come il sottoscritto. E non è vera oggi. Basta vedere le biografie, il reddito di alcuni dei principali protagonisti delle stragi e del terrore di queste settimane. Così come so benissimo che ci sono stati Stati che hanno promosso la diffusione del’ estremismo sunnita, islamista e che il mercato delle armi è una delle cause di quello che è successo. Tutto vero, ma niente che possa cancellare, tantomeno assolvere la realtà soggettiva dell’entità terroristica. Perché la realtà è molto semplice: esiste un terrorismo fondamentalista islamico. È un soggetto autonomo, non deriva da un complotto esterno, di qualcuno che se l’è inventato, ma è dentro quel mondo. Certamente fa bene il re di Giordania a definire gli estremisti terroristi del fondamentalismo islamico rinnegati. E facciamo bene tutti noi a dire che l’Islam non è il nemico. E anzi noi dobbiamo favorire il fatto che le comunità islamiche si mobilitino contro i loro rinnegati e contro l’estremismo fondamentalista. Ci sono state delle prime iniziative a cui hanno collaborato anche nostri colleghi. Non sono state grandissime iniziative ma li dobbiamo ringraziare e incoraggiare.

Perché questa è una battaglia che vinciamo se il mondo islamico, anche nelle nostre società ne diventa davvero protagonista. In molti modi stiamo contrastando questa minaccia, con politica di sicurezza, di intelligence. Per la politica estera io vorrei concentrarmi su una parola chiave: stabilizzazione. Noi, la nostra politica estera, nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, dovrebbe avere questo obiettivo della stabilizzazione come faro, come bussola per orientarsi, come presupposto della ricerca faticosissima della costruzione di un nuovo ordine. Non so se sarà una nuova Westfalia, come dice il giovane Kissinger nel suo libro spiegando che le guerre di oggi ricordano un po’ le guerre dei 30 anni e bisognerà prima o poi arrivare a una pace di Westfalia. Non so se questa sarà la dinamica, ma non c’è dubbio che noi dobbiamo lavorare a questo nuovo ordine avendo come faro la stabilizzazione e ponendoci come obiettivo quello di esercitare la leadership possibile. Leadership, senza montarci la testa, che l’Italia può esercitare nel Mediterraneo. Senza rassegnarsi mai al fatto che il Mediterraneo diventi il centro della riluttanza dell’occidente. Mare nostrum lo chiamavano i romani, io dico spesso non può diventare Mare nullius, cioè un mare di nessuno. In cui nessuno cerca di costruire un ordine, di esercitare un ruolo, di assumersi delle responsabilità. Ne parleremo in una conferenza tra il 10 e il 12 dicembre qui a Roma con molti dei leader della regione che credo sarà uno degli obiettivi per noi fondamentali.

Noi siamo impegnati nella coalizione antiterrorismo, anti-Daesh, sin dall’inizio. Siamo uno dei 20 paesi che coordinano questa coalizione, e dobbiamo rivendicare un paio di cose. Primo: in Siria, se si può dire, avevamo ragione noi sostenendo da molto tempo la necessità di una soluzione politica che accompagnasse il dittatore Bashar Assad all’uscita attraverso un processo di transizione. E che l’intervento russo, oltre a costituire un problema, era un’opportunità da questo punto di vista. Questo abbiamo detto fin dall’inizio e credo che avevamo ragione. E quindi dobbiamo rivendicare il fatto che se la dinamica di questi incontri di Vienna è partita – e ci sono stati due incontri di un certo interesse a cui l’Italia ha partecipato che hanno aperto uno spiraglio – dobbiamo anche rivendicare che questo spiraglio si è aperto esattamente nella direzione per la quale l’Italia ha lavorato. E poi per quel che riguarda l’Iraq: dobbiamo rivendicare il fatto che siamo uno dei paesi più impegnati sul piano militare. Non c’è nessuna riluttanza all’impegno del nostro paese contro il terrorismo. In Iraq, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è forse uno dei paesi europei più impegnati in termini di assetti, di capacità di formazione, di rifornitura di armi, eccetera. E quindi quando succedono delle cose simboliche come la riconquista del Sinjar se i superstiti di religione yazida possono di nuovo vivere in un territorio liberamente, se i peshmerga possono fare questa operazione, se la minoranza religiosa zoroastriana trova la tranquillità di esprimersi, questo è anche merito dell’Italia E non c’è nessun motivo al mondo per cui noi non lo dobbiamo rivendicare a testa alta come uno dei risultati della nostra iniziativa.

Questo obiettivo di stabilizzazione ha bisogno di un approccio multilaterale da un lato, e di una collaborazione con la Russia dall’altro lato. Discuteremo nelle prossime settimane del ruolo e delle potenzialità di questa collaborazione ma non c’è dubbio che oggi la collaborazione con la Russia è una delle chiavi per stabilizzare questo arco della crisi.

Quattro parole chiave

Concludo con quattro parole chiave che credo servano e possano essere utili a definire il nostro profilo in questa fase. La prima parola chiave è occidente. Non c’è dubbio che anche nostri errori, errori degli americani, errori anche dei governi italiani – anche se noi la pensavamo diversamente in alcuni dei casi in questione – non c’è dubbio che errori dell’occidente ci siano stati e che errori dell’occidente abbiano contribuito allo sviluppo di uno spazio per Daesh. Ma credo che dobbiamo dire no a qualsiasi senso di colpa dell’occidente se questo senso di colpa diventa la base che alimenta un inaccettabile relativismo culturale.

Cioè l’idea che noi abbiamo fatto degli errori non è in nessun modo giustificativa della soggettività della nascita di Daesh e della minaccia che rappresenta. È riluttante l’occidente? Io non ho nessuna nostalgia, sinceramente, dell’interventismo di 15 anni fa. E se qualcuno la ha credo che non abbia calcolato bene le con sequenze che quell’interventismo ha provocato. Quindi non parlerei di riluttanza, parlerei di multilateralismo, di soft-power, di capacità di fare coalizione, oltre che di combattere sul terreno, come caratteristiche dell’occidente. Sempre rivendicando il fatto che l’occidente siamo noi, non solo gli Stati Uniti, e siamo fieri dei nostri valori, della libertà religiosa, della libertà delle donne, della libertà economica.

Sapete che la sigla Boko Haram vuol dire “l’educazione occidentale è peccato”? È invece una meraviglia, non un peccato, per la quale vale la pena di combattere. E di battersi politicamente e culturalmente. La seconda parola chiave è Europa. Europa che attraversa forse la sua fase più difficile. Sappiamo bene che è un’icona fondativa della nostra Costituzione. Ma oggi tra minaccia terroristica, crisi dei rifugiati. Brexit, dittatura dei regolamenti, l’Europa rischia una miscela di vera esplosione. Dobbiamo farvi fronte con risposte semplici.

Primo: non arretrare di un millimetro nella battaglia contro la sovrapposizione del fenomeno terrorista e del fenomeno dei rifugiati. Su questa sovrapposizione il governo italiano, il Pd, non arretrano di un millimetro. Perché se molliamo su questa cosa abbiamo uno sfondamento culturale che non riusciremo più a sostenere. E in secondo luogo dobbiamo iniziare a discutere più seriamente di un’Europa, come qualcuno dice, a centri concentrici. Io non direi a due velocità, perché significa che il lento deve raggiungere quello che va più veloce. Dobbiamo però parlare di un’Europa che si adatti a quel che è avvenuto in questo periodo. A inizio gennaio avremo qui a Roma un incontro dei ministri degli esteri dei paesi fondatori dell’Unione europea. Credo che potrà essere un’occasione per lanciare questo ragionamento.

La terza parola chiave è ordine mondiale. Contribuire a ricrearlo è la sfida. Dipende anche da noi riuscire. Perché sappiamo benissimo che abbiamo alle spalle non solo il periodo delle due superpotenze che regolavano tutto ma anche il periodo dell’ illusione di una singola iperpotenza americana. Non avremo soggetti esterni a cui affidare l’ordine mondiale. Avremo il dovere di contribuire a crearlo anche noi italiani. Questo ha delle conseguenze molto semplici. A partire dagli investimenti qualitativi – non sto parlando di budget – per la cooperazione, per l’intelligence, per la difesa, per la politica estera, che sono fondamentali per l’azione del governo e del Pd. Non c’è un modo per contribuire alla ricostruzione di un ordine mondiale saltando e facendo finta che non esista la necessità di un impegno in questo terreno. E sapendo anche che la dialettica tra isolazionismo e apertura tipica del dibattito americano del secolo scorso sarà sempre più nei prossimi mesi e anni la dialettica tra democratici e conservatori. Noi siamo per l’apertura in tutti i sensi, non soltanto quando parliamo di rifugiati, ma anche quando parliamo di cooperazione, di diplomazia, di commercio. La sinistra oggi è contro l’isolazionismo. L’isolazionismo è di destra. E questo è uno dei principi del nostro ordine mondiale.

L’ultima parola è effettivamente sinistra. Nel senso che tutte le cose di cui parliamo definiscono quello che significa oggi sinistra. È chiaro che non esauriscono la carta d’identità della sinistra nel nuovo secolo, ci mancherebbe. Mancano tanti pezzi a questa carta d’identità. Ma senza questo pezzo che la definisce ne abbiamo parlato in un interessante incontro organizzato da Gianni Cuperlo venerdì l’identità della sinistra oggi nel nuovo secolo è veramente impossibile. Cioè senza tenere la barra dritta su queste linee di faglia, non è definibile oggi davvero una sinistra. Anzi direi che queste linee la definiscono più di tante nostre magari lacerantissime discussioni. E quindi la nostra capacità di tenere su questa impostazione, sulla quale una parte purtroppo consistente della sinistra europea non tiene, tenere su queste posizioni è assolutamente fondamentale per tenere aperta la possibilità di una sinistra di governo e di maggioranza nel futuro dell’Europa. Che poi è quello che il Pd è chiamato a cercare di fare.