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II ministro Tajani «Lavoro lungo e discreto Il ‘sistema Italia’ funziona» (Quotidiano Nazionale)

II ministro Tajani «Lavoro lungo e discreto Il ‘sistema Italia’ funziona» (Quotidiano Nazionale)
II ministro Tajani «Lavoro lungo e discreto Il 'sistema Italia' funziona» (Quotidiano Nazionale)

La notizia della liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò arriva all’alba, ma è da tempo che il ministro degli Esteri Antonio Tajani la insegue. E, del resto, non a caso, rivendica «un lavoro lungo e discreto» e parla di «segnale forte che l’Italia apprezza molto» da parte della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Ma la liberazione apre anche a altre domande: che messaggio manda l’Italia a Caracas, a Washington e ai 42 italo-venezuelani ancora detenuti?

Ministro, oggi festeggiamo. Ma l’interrogativo che moli si pongono è semplice: che cosa ha sbloccato davvero la liberazione? 

«È stato un lavoro di mesi, condotto con riserbo da tutto il ‘sistema Italia’: Farnesina, ambasciata, intelligence, Palazzo Chigi. La svolta è arrivata ieri sera, quando verso le otto mi ha chiamato il ministro degli Esteri venezuelano, Yvan Gil, per annunciarmi che la presidente Rodriguez aveva preso la decisione di liberare Trentini e Burlò, e che nel giro di poche ore sarebbero stati rilasciati. Siamo molto felici di questo risultato, frutto di un grande lavoro sottotraccia, sempre in collegamento con la famiglia, con un impegno diretto del presidente del Consiglio. E con l’occasione voglio ringraziare l’ambasciatore, Giovanni Umberto De Vito, per come ha II raid americano «La soluzione militare non è la via migliore Ma si valutano i rischi del narcotraffico» lavorato per ottenere un grande risultato».

Ha parlato con Trentini e Burlò? 

«Sì, erano contentissimi e stavano per chiamare le loro famiglie. Solo un saluto per lasciare loro il tempo di parlare con i loro cari piuttosto che con me. L’importante per me era dare loro un abbraccio via telefono e annunciare che presto sarebbero rientrati in Italia. Tra stanotte e domani (ieri notte e oggi, ndr) saranno in Italia. Poi continueremo il lavoro, perché questa giornata sia un passo avanti, non un punto d’arrivo».

È evidente che ha influito l’inizio della fine del madurismo: come è cambiato il rapporto tra Italia e Venezuela?

«II governo italiano ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c’è stato in Venezuela. Da un punto di vista politico la decisione della presidente Rodriguez di avviare una nuova stagione con la liberazione dei detenuti politici, e nel caso specifico la liberazione di cittadini italiani, a cominciare da Trentini, è una decisione che crea un nuovo clima nelle relazioni tra Venezuela e l’Italia e per questo noi abbiamo accolto con grande soddisfazione la scelta della presidente Rodriguez».

“Un forte segnale” di Rodriguez, che l’Italia “apprezza molto”. Con quali effetti?

«Abbiamo deciso, proprio dopo la liberazione di Trentini e Burlò, di ripristinare appieno le azioni diplomatiche con il Venezuela, perché fino a oggi, formalmente, c’era solo un incaricato d’affari: il nostro ambasciatore aveva il rango di incaricato d’affari. È un segnale di disponibilità a un rapporto più pieno, in risposta a un segnale positivo arrivato da Caracas. Nella sostanza il lavoro diplomatico proseguiva: politicamente, formalizzare l’ambasciata serve a dare strumenti e interlocuzione più efficaci, anche per seguire i casi ancora aperti».

Quanti sono? E come intendete muovervi ora?

«Adesso abbiamo ancora 42 italiani detenuti, italiani e italo-venezuelani. Quelli con solo passaporto italiano sono tutti fuori. I detenuti politici sono 24, gli altri non sono politici. L’obiettivo è aumentare il numero delle liberazioni, una per una, con realismo e fermezza. In un contesto delicato, la cosa essenziale è salvaguardare le persone e riportarle a casa».

Lei insiste sulla «stabilizzazione» del Venezuela e cita una presenza Italiana forte: 170mila connazionali, e “circa un milione di oriundi”, oltre a Eni. Come tutelare cittadini e interessi? 

«Tutelare una grande comunità e gli interessi legittimi delle imprese italiane è parte della politica estera. Abbiamo, come è noto, anche una presenza importante dell’Eni in Venezuela. Per noi la questione energetica è di fondamentale importanza. L’Eni ha partecipato anche al vertice alla Casa Bianca delle compagnie petrolifere maggiormente presenti in Venezuela e quindi contiamo di continuare a essere protagonisti in quell’area. Ma l’Italia lavora anche perché si creino condizioni di stabilità, di transizione ordinata e, quando possibile, di nuove elezioni. È un approccio di responsabilità».

Veniamo agli Stati Uniti. Che ruolo ha avuto Washington? 

«Ringrazio il segretario di Stato americano Marco Rubio che dall’inizio si era dimostrato molto sensibile alla questione dei prigionieri italiani e aveva garantito il suo sostegno anche in occasione dell’ultima riunione del G7 che abbiamo avuto qualche giorno fa».

La posizione italiana sulla crisi venezuelana e l’intervento Usa è cambiata?

«La posizione italiana resta chiara: la soluzione militare non è la strada per risolvere crisi complesse. Detto questo, i Paesi valutano rischi e minacce anche legate al narcotraffico. Noi lavoriamo perché prevalga la politica e perché la regione non si destabilizzi ulteriormente».

L’azione americana, però, continua a suscitare anche reazioni «violente». E lei ha deprecato più volte chi brucia bandiere Usa.

«È un principio: non si confonde un governo con un popolo e con la sua storia. Si può protestare, ma bruciare bandiere non costruisce soluzioni. E oggi servono canali aperti, non simboli incendiari».

Ultima, ma non ultima, esplode in queste ore la tragedia iraniana.

«Il mio cordoglio è per chi ha perso la vita durante le manifestazioni. L’Italia, insieme con i partner europei, è protagonista di una pressante azione diplomatica per portare rapidamente a una soluzione positiva della crisi, rispettosa delle aspirazioni del popolo iraniano e della incolumità dei suoi cittadini. Abbiamo lanciato un appello affinché non si utilizzi la pena di morte come strumento per reprimere le manifestazioni dei giovani e delle donne in Iran».

 

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