Questo sito utilizza cookies tecnici (necessari) e analitici.
Proseguendo nella navigazione accetti l'utilizzo dei cookies.

Tajani: «Il segreto è la discrezione. In Venezuela nuovi scenari» (Il Messaggero – Il Mattino – Il Gazzettino)

Tajani «Il segreto è la discrezione. In Venezuela nuovi scenari» (Il Messaggero – Il Mattino – Il Gazzettino)
Tajani «Il segreto è la discrezione. In Venezuela nuovi scenari» (Il Messaggero – Il Mattino – Il Gazzettino)

Ministro Tajani, che cosa rappresenta la liberazione di Trentini, e degli altri italiani, per il nostro Paese e per il suo peso geopolitico?

«Rappresenta anzitutto la conferma che abbiamo ormai un know how consolidato e funzionante, e molto riconosciuto, nel campo della liberazione di italiani arrestati nel mondo. Le ricordo che, giusto un anno fa, ci fu la liberazione di Cecilia Sala e, prima ancora, di Alessia Piperno, la ragazza italiana arrestata dai pasdaran in Iran».

Che cosa vi siete detti con Trentini appena lo hanno liberato e portato in ambasciata a Caracas?

«Volevo sapere come stava, ero preoccupato per la sua situazione psico-fisica. Con lui e con Mario Burlò abbiamo parlato di questo. Per noi la priorità era la liberazione di questi due prigionieri e degli altri 42 italiani detenuti in Venezuela, per i quali siamo impegnatissimi».

L’accelerazione su Trentini quando si è avuta?

«Da quando Jorge Rodriguez, il presidente del Parlamento venezuelano e fratello della attuale presidente di quel Paese, ha annunciato la liberazione dei prigionieri. Ma non era detto che ci sarebbero stati anche gli italiani nella lista dei liberati, e non era scontato che tra questi rientrasse anche Trentini. A quel punto, abbiamo messo in campo ogni tipo di energia diplomatica».

La chiave del successo?

«L’ampiezza della tessitura, gioco di squadra tra Palazzo Chigi e Farnesina, e l’ottimo lavoro dell’ambasciata, del consolato italiani e dell’intelligence».

Ha contato molto l’interlocuzione con il segretario di Stato degli Stati Uniti?

«Noi siamo molto pragmatici. Con Marco Rubio il rapporto è sempre stato ottimo. Nella riunione del G7 nel giorno dell’Epifania, ho posto il problema della liberazione dei 4 italiani e lui ha sostenuto la nostra richiesta. Ci sono delle cose su cui, con l’amministrazione statunitense, si è d’accordo e ce ne sono altre su cui abbiamo posizioni diverse. Il tutto con un atteggiamento laico e limpido. Come dev’essere tra alleati. Perché prevale su tutto il rapporto transatlantico».

Non la politica esibita e anche straparlante ma la politica sottotraccia è quella che dà risultati?

«La discrezione è il cuore della diplomazia. Io da politico diventato ministro degli Esteri ho compreso presto l’importanza dell’arte della diplomazia. Che è fatta di dialogo, di confronto, di fiducia e, nel caso, anche di fermezza. Ma quando serve, occorre stare lontano dai riflettori. Noi abbiamo usato discrezione e massima condivisione. Infatti, la prima telefonata che ho fatto appena Trentini e Burlò sono stati rilasciati è stata con Giorgia Meloni. Ci eravamo sentiti domenica sera, appena il ministro degli Esteri venezuelano mi aveva annunciato l’imminente liberazione dei due italiani, e abbiamo parlato del lato umano della vicenda, che è politica ma è appunto anche umana, perché riguarda persone e famiglie che soffrono e alle quali si deve cercare di dare risposte. Meloni in quella telefonata mi aveva detto: appena c’è la notizia, chiamami a qualsiasi ora. E io alle 3,30 del mattino le ho telefonato»

La fine di Maduro e l’ascesa della presidente Rodriguez hanno facilitato trattativa?

«Certamente. Ora la presidente vuole aprire nuovi fronti diplomatici. Anche per questo a un segnale politico importante arrivato dal governo venezuelano abbiamo risposto con un altro segnale politico importante: l’incaricato di affari in Venezuela diventa a pieno titolo “ambasciatore” italiano».

C’è una questione energetica che lega quel Paese con il nostro Paese?

«Guardi, non è un caso che Trump abbia invitato l’Eni alla riunione alla Casa Bianca delle principali società petrolifere americane che operano in Venezuela: colossi tra cui Chevron, Exxon, ConocoPhillips e Halliburton. L’Eni è una delle compagnie energetiche maggiormente presenti in Venezuela e quindi contiamo di continuare sempre di più a essere protagonisti in quell’area. Protagonisti nel campo energetico, quello in cui il presidente americano ha riconosciuto l’eccellenza del nostro operato, ma anche nel settore della sanità, delle reti elettriche, dell’acqua: sono ambiti in cui l’Italia e il Venezuela possono collaborare».

E aiuta in questo senso l’evoluzione politica in corso in quel Paese? «Si aprono nuove prospettive interessanti, e l’Italia è nelle condizioni – grazie alla crescita del suo standing internazionale – per coglierle e svilupparle. In tutta l’America Latina stiamo acquisendo maggiore centralità».

L’accordo tra Ue e Mercosur è un’ulteriore opportunità?

«Lo è sia per l’Italia sia per l’Europa. Io sono anche il ministro del Commercio internazionale e da sempre ho sostenuto la necessità di raggiungere l’accordo con un gruppo così importante di Paesi sud-americani, con la giusta tutela dell’agricoltura».

Quanto all’energia, insomma l’Italia a tutto gas in Venezuela?

«La questione è strategica e attiene all’interesse nazionale. La posizione dell’Eni in quel Paese e i crediti che vanta per l’estrazione del gas dovranno essere oggetto di una trattativa che dovremo fare con il Venezuela e con gli americani».

Ma non teme qualche colpo di coda del regime di Maduro che potrebbe bloccare questa nuova stagione di innovazioni anche economiche?

«La crescita economica è importantissima, e ha bisogno di stabilità politica per dispiegarsi. Perciò il primo obiettivo da perseguire è proprio quello della stabilizzazione del Venezuela, facendo in modo tutti insieme che si eviti uno scenario di guerra civile. Questa consapevolezza è largamente diffusa, dall’amministrazione americana ai vari player globali».

E se la transizione funziona?

«Terminata quella fase, si potrà arrivare ad elezioni democratiche».

Intanto ha visto che in Italia nella manifestazioni pro Pal e in quelle pro Maduro vengono date alle fiamme le bandiere americane?

«Bruciare le bandiere di uno Stato non ha alcun senso. Non bisogna mai confondere un governo con un popolo e la sua storia. Noi dobbiamo sempre ricordare che gli Stati Uniti d’America sono quelli che hanno permesso all’Italia e all’Europa di essere liberi da orrende dittature del secolo passato, dal nazismo e dal comunismo. Quel che dobbiamo fare è guardare avanti e farlo nella modalità del dialogo interno e internazionale, che è l’unica che porta benefici a tutti».

Ti potrebbe interessare anche..