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Competitività e autonomia strategica, il nuovo corso dell’Unione dell’Energia tra Piano Draghi e sfide globali

Competitività e autonomia strategica, il nuovo corso dell’Unione dell’Energia tra Piano Draghi e sfide globali
Competitività e autonomia strategica, il nuovo corso dell'Unione dell'Energia tra Piano Draghi e sfide globali

La pubblicazione del “Rapporto sullo Stato dell’Unione dell’Energia 2025 segna un passaggio di fase cruciale per la politica economica europea, spostando definitivamente il focus dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di una strategia industriale di lungo periodo. L’analisi di Bruxelles, letta attraverso la lente del Rapporto Draghi, individua nei costi energetici ancora troppo elevati e nella frammentazione del mercato le zavorre principali che frenano la competitività del continente rispetto ai competitor globali come Stati Uniti e Cina. Sebbene i prezzi siano rientrati dai picchi della crisi del 2022, il differenziale di costo con le altre potenze economiche e le asimmetrie tra gli stessi Stati membri impongono un cambio di passo verso un sistema energetico che non sia solo sostenibile, ma anche stabile e competitivo.

Il dato più eloquente della vulnerabilità economica europea risiede nella persistente dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che nel solo 2024 ha comportato un esborso di circa 375 miliardi di euro verso fornitori esteri. Tuttavia, la risposta dell’Unione ha prodotto una diversificazione strutturale senza precedenti: le importazioni di gas russo sono crollate dal 45% del 2021 al 12% registrato nell’agosto 2025, mentre quelle di petrolio si sono ridotte a un residuale 3%. La strategia di disaccoppiamento culminerà con l’attuazione del diciannovesimo pacchetto sanzionatorio, che prevede il divieto totale di importazione di GNL russo a partire dal 1° gennaio 2027, una misura che mira a stroncare definitivamente la strumentalizzazione politica delle forniture energetiche e a contrastare la cosiddetta “flotta fantasma” petrolifera.

In questo scenario, la vera sfida per il sistema industriale italiano ed europeo si gioca sulla capacità di colmare il divario degli investimenti, attualmente stimato in un fabbisogno di 660 miliardi di euro l’anno fino al 2030. Un segnale politico forte arriva dalla proposta per il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che prevede un incremento di cinque volte del bilancio del Connecting Europe Facility (CEF), portandolo a quasi 30 miliardi di euro. Questa iniezione di risorse conferma la centralità assoluta delle reti e delle interconnessioni transfrontaliere, settori dove le aziende italiane vantano un know-how d’eccellenza. Il potenziamento infrastrutturale è infatti l’unica via per abbattere i costi di dispacciamento — stimati oggi in oltre 5 miliardi di euro l’anno per correggere le congestioni di rete — e per evitare che tali oneri quintuplichino entro il fine decennio.

L’operatività di questa strategia è affidata al Piano d’Azione per l’Energia Accessibile, che introduce strumenti innovativi di politica industriale come i Contratti Tripartiti. Questi accordi, che riuniscono governi, produttori e consumatori industriali, sono concepiti per ridurre il rischio finanziario degli investimenti e garantire forniture stabili a prezzi prevedibili. I primi partenariati sono già in fase avanzata su eolico offshore e stoccaggi, ma l’interesse si sta allargando rapidamente verso il biometano, l’efficienza energetica, i piccoli reattori modulari e l’integrazione energetica dei data center. Parallelamente, la Commissione sta lavorando a un “Pacchetto Europeo sulle Reti” per semplificare le procedure autorizzative, rispondendo a una richiesta pressante del mondo produttivo per accelerare la messa a terra dei progetti.

Il contesto globale descritto dal World Energy Outlook 2025 rafforza l’urgenza di queste misure interne. Mentre l’Europa cerca di consolidare la propria autonomia, la domanda globale di elettricità è spinta verso l’alto dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale, ridisegnando la geografia dei consumi verso i mercati emergenti. In tale quadro, la concentrazione delle filiere dei minerali critici e delle tecnologie clean tech in mani extra-europee rappresenta un ulteriore fattore di rischio per la sicurezza economica. Per questo motivo, il Clean Industrial Deal europeo mira a coniugare neutralità climatica e base industriale, promuovendo una governance energetica unitaria che superi le logiche nazionali.

Il messaggio dell’UE all’Italia è chiaro: non c’è spazio per un’Europa a più velocità. Le opportunità di business si concentreranno sempre più nei segmenti ad alto valore tecnologico e infrastrutturale supportati dai nuovi strumenti finanziari comunitari. La priorità è ora l’attuazione coerente delle riforme per trasformare il mosaico dei mercati nazionali in un unico sistema interconnesso, capace di trasformare la transizione energetica da costo in leva di competitività industriale e stabilità geopolitica.

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