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Boniver immigrazione. Turchia Europa

La scorsa settimana ha avuto luogo una missione in Turchia del Comitato Schengen finalizzata a “toccare con mano” la realtà dell’immigrazione che dall’Asia giunge in Europa. La delegazione guidata da Margherita Boniver dopo un’intensa due giorni di incontri ad Ankara con i del Parlamento e del governo turco, è giunta fino al confine tra la Turchia e la Grecia, una frontiera che come ha spiegato la Presidente del Comitato Schengen “rappresenta la prima porta d’ingresso dell’immigrazione asiatica” in Europa.


Il confine, infatti, è attraversato ogni anno da circa 150.000 clandestini, tanto essere definito da Parigi come un vero e proprio ‘colabrodo’. Questo fino ad oggi, perché alla luce delle ultime funeste vicende che si stanno verificando in Siria il numero di immigrati che potrebbero valicare quella frontiera è destinato ad aumentare. Basti pensare che già prima degli scontri siriani l’ex inquilino dell’Eliseo minacciava la revisione dei trattati sulla libera circolazione nell’area di Schengen anche a causa della quasi inesistente sorveglianza presente sul confine tra Turchia e Grecia.


Solo il mese scorso sulla questione era tornata il commissario Ue agli Affari interni dell’Ue, Cecilia Malmstroem rendendo noto che “Le persone che attraversano clandestinamente la frontiera ha raggiunto proporzioni allarmanti”. Secondo Bruxelles, quest’anno l’80% dei clandestini in Europa è entrato in Grecia attraverso il confine turco. Per questo la Ue ha inviato alla frontiera greco-turca le squadre del Frontex, composte da elementi selezionati tra le guardie di frontiera dei diversi Paesi europei, ma finora senza molto successo.


Al rientro in Italia del Comitato Schengen su questi stessi aspetti, ma non solo, abbiamo ascoltato l’on. Margherita Boniver con cui abbiamo fatto il punto anche su tutte le più cruciali questioni attualmente presenti sul tavolo europeo.


On. Boniver la scorsa settimana lei ha guidato la delegazione italiana recatasi in Turchia che ha approfondito la questione dell’immigrazione asiatica in Europa che, evidentemente, interessando in primis la Grecia, vede il paese ellenico alla prese con la costruzione di un muro con fondi comunitari. Che aria si respira in Turchia?


Il Comitato Schengen si è recato ad Ankara dove abbiamo avuto tutta una serie di incontri con il governo, il ministro dell’Interno, il vice ministro degli Esteri, i presidenti di varie commissioni che si occupano di immigrazione, diversi sottosegretari. Appuntamenti tutti propedeutici alla visita che poi abbiamo fatto sul campo l’ultimo giorno quando ci siamo recati a Edirne, specificatamente proprio lungo le rive del fiume Evros che divide la frontiera terrestre tra Turchia e Grecia che è considerata, giustamente, come la più critica perché da li passano decine di migliaia di immigrati illegali che entrano nel territorio greco. Un punto in cui nel 2011 ben 44 mila immigrati illegali sono stati intercettati dalle autorità turche e sempre su quella parte di territorio i greci stanno costruendo un muro al quale i turchi sono contrarissimi per una questione di principio, ma anche di orgoglio ed hanno istituito delle installazioni per cui c’è una vigilanza di 24 ore su 24. Naturalmente è morfologicamente molto facile attraversare il confine perché il fiume d’estate si prosciuga e quindi basta entrare nel suo alveo e dall’altra parte c’è la Grecia. Questa è la rotta preferita, vista appunto la posizione della Turchia, soprattutto da un numero molto alto di birmani, somali, palestinesi, iracheni, bangladesch, afgani che si avventurano per entrare in territorio Schengen dove la loro presenza in numero così elevato presenta dei problemi imponenti di tipo logistico e legale ai greci.


Una situazione che si potrebbe provvedere a regolamentare differentemente qualora si concretizzasse l’adesione della Turchia all’Unione Europea…


Prima di affrontare il problema della vigilanza e dell’intercettazione dell’immigrazione clandestina dalla Turchia verso la Grecia è stata infatti affrontata anche la questione madre, ovvero lo stallo nei negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea che si tramuta in una sostanziale paralisi che, dal punto di vista degli italiani, favorevoli all’ingresso della Turchia nell’Ue, non dovrebbe verificarsi. Ma la questione porta con se anche degli strascichi che vengono vissuti come una vera e propria discriminazione da parte dei turchi che si traduce nel sistema dei visti che essendo molto complicato e provoca una irritazione costante per quelle decine e decine di migliaia di imprenditori turchi. Bisogna infatti tener presente che la realtà della Turchia è cambiata radicalmente da quando nel 2004 aveva cominciato i negoziati per l’adesione. Mentre allora il reddito procapite si aggirava intorno ai 3.000 euro l’anno oggi sono saliti a 11 mila euro annui, ovvero un reddito più alto anche di altre nazioni che recentemente hanno ottenuto l’adesione. Questa questione del regime dei visti a sua volta viene utilizzata dai greci come una formula dissuasiva sul fronte delle richieste di collaborazione sull’immigrazione che invece continuano a piovere dalla Turchia. L’idea è che si assista ad un vero e proprio braccio di ferro tra istituzioni comunitarie e autorità turche.


Secondo lei, il Paese è pronto ad entrare in Europa?


I turchi sono estremamente orgogliosi, sospettosi di questa paralisi, ma evidentemente l’avvicendamento all’Eliseo potrebbe portare ad una maggiore attenzione da parte della Francia alla richiesta di adesione. Ricordiamo che Sarkozy era assolutamente contrario, e ci si deve costantemente chiedere il motivo di tanta opposizione. La fotografia della Turchia oggi è estremamente positiva. Il Paese non soltanto si trova all’interno di una spirale virtuosa e di crescita impetuosa della loro ricchezza, sintomi quindi di un’espansione economica per altro in controtendenza rispetto a quanto avviene nei paesi europei, specialmente nell’area mediterranea, ma il regime politico saldamente nelle mani del partito di Erdogan ha imposto il paese come un modello. Pensando soltanto alle evoluzioni ancora in corso, avutesi a seguito delle rivolte che hanno interessato un’intera area, è chiaro che la Turchia possa imporsi come un modello positivo da seguire, anche per la dimostrazione che il paese ha dato circa la possibilità di coabitazione tra islam e democrazia.


E’ di pochi giorni fa un nuovo allarme immigrazione lanciato dal governo di Tripoli. Alla luce anche delle problematiche che investono il confine tra la Grecia e la Tuchia, come gestire su questi due fronti la questione e chi deve occuparsene?


Il fronte turco non riguarda direttamente l’Italia, ma solo indirettamente allorché nel mar Ionio arriva qualche imbarcazione di afgani o iracheni che attraversano, non si capisce come, innanzitutto la Turchia e poi anche la Grecia. Parliamo però di numero molto piccolo, specialmente se messo a confronto con i grandi flussi provenienti dall’area mediterranea.


Per quanto riguarda la Libia, tenendo presente anche la geografia della regione, questo discorso cambia. Così come quando c’era Gheddafi a ridosso delle operazioni NATO il regime aveva utilizzato migliaia di immigrati provenienti dalle regioni del Sahel, caricandoli su barconi fatiscenti e utilizzandoli come scudi umani, dirigendoli verso le coste italiane, questo potrebbe ripetersi oggi, ma con altre modalità.


Con la Libia post gheddafiana l’Italia infatti ha degli eccellenti rapporti di lavoro, tanto che quest’ultimo allarme immigrazione è stato lanciato proprio da un loro ministro in visita a Roma. Il messaggio che è stato lanciato si pone come la manifesta impossibilità della Libia di impedire questo fenomeno, vista l’instabilità che ancora investe un paese in cui non si è ancora dato avvio ad un processo elettorale e costituzionale che pure era stato promesso. Le difficoltà della Libia si riverseranno pertanto non solamente su di noi, ma su tutti i paesi vicini.


Guardando a quanto sta avvenendo sotto il profilo economico e finanziario in Grecia, ma non solo, dal momento che sono molte le voci che invitano a guardare con attenzione anche alla Spagna, in che Europa noi dobbiamo sperare?


Innanzitutto per quanto riguarda proprio la Spagna va detto che il premier Monti ha fatto benissimo ad invitare a Roma Rajoy, insieme a Hollande ed alla Merkel, all’incontro preparatorio del summit europeo di fine Giugno, un vertice decisivo sul fronte della crescita. Questo quartetto è importantissimo, sia perché Monti ha avuto il grande merito di spezzare l’asse franco-tedesco, il famoso Merkozy, sia alla luce dell’elezione di un presidente francese che ha le nostre stesse posizioni sul fiscal compact. A questo contesto va aggiunta una Merkel non necessariamente elettoralmente indebolita, ma sottoposta ad un pressing impressionante a partire da Obama e quindi più attenta rispetto a qualche mese fa. L’importanza della presenza di Rajoy è non solo di sostanza, ma anche e soprattutto simbolica.


Il caso spagnolo è forse il più impressionante perché dopo le dimissioni di Zapatero, le elezioni politiche generali e la vittoria di Rajoy, se c’è un governo in Europa che ha fatto i cosiddetti “compiti a casa” che ha accettato e sottoscritto tutte le condizioni suggerite e imposte, questo è la Spagna.


La Spagna costituisce un perfetto esempio di che cosa significa seguire scrupolosamente le ricette rigoriste imposte da Bruxelles. Il risultato, che è sotto gli occhi di tutti, è drammatico e parla di una disoccupazione schizzata oltre il 24% di cui più del 50% giovanile, con tutte le riforme portate avanti sempre in ossequio alle richieste europee come l’innalzamento dell’età pensionabile i tagli nel pubblico impiego, la diminuzione dei diritti sindacali ecc. Bene, la Spagna non ha neanche un debito pubblico fuori controllo, anzi, non ha neanche un grande debito come l’abbiamo noi, anche se il nostro è perfettamente sotto controllo. Allora, stiamo parlando di un test case che ci deve far riflettere profondamente. Se agli occhi degli europei il focolaio greco, poi diventato un rogo, già impressiona e fa paura, la situazione della Spagna dovrebbe essere ancora più indicativa della necessità imperiosa di cambiare rotta perché se continuiamo con questa ricetta unica, con questa strategia fatta solo di tagli, austerità e di riforme anche dolorosissime, un domani non ci sarà nessuna nazione europea che non venga minacciata dalla crisi. Ecco perché soprattutto dopo il G8, ma anche grazie alle conclamate capacità di Mario Monti, ci si augura che questo lento ri-orientamento della politica dell’Unione Europea che dall’austerità adesso ha iniziato a parlare sempre più di crescita, provochi un’inversione di tendenza positiva.


Non serve forse un’Europa maggiormente unita anche politicamente oltre che sotto il profilo economico?


Certo, ormai saltano agli occhi nel modo più semplice i difetti di avere una moneta unica senza avere una governane unica.